CAPITOLO III L’arrivo di Pollyanna
Secondo gli accordi, arrivò il telegramma annunciando l’arrivo di Pollyanna a Beldingsville per il giorno seguente, 25 giugno, alle quattro del pomeriggio. La signorina Polly lo lesse, aggrottò la fronte e salì le scale fino al sottotetto, e mentre si guardava intorno si rabbuiò di nuovo.
La stanzetta conteneva un lettuccio, rifatto accuratamente, due sedie con lo schienale rigido, un lavabo, un comò senza specchiera e un tavolino. Niente tende alle finestre, né quadri alle pareti. Per tutta la giornata il sole aveva picchiato sui tetti e la cameretta sembrava un forno. Siccome non c’era la rete di protezione contro gli insetti, i vetri non erano stati aperti, ma un moscone doveva aver trovato un modo per entrare e ronzava rabbiosamente contro una finestra, cercando con insistenza una via d’uscita.
La signorina Polly catturò l’insetto e lo buttò fuori dalla finestra, aprendola appena; raddrizzò una sedia, aggrottò di nuovo la fronte e quindi lasciò la stanza.
«Nancy» disse poco dopo affacciandosi alla porta della cucina «ho trovato un moscone in camera di Pollyanna: la finestra deve essere rimasta aperta. Ho ordinato la rete di protezione per entrambe le finestre, ma finché non sarà arrivata, mi aspetto che tu stia bene attenta a tenere chiusi i vetri. Mia nipote arriverà domani pomeriggio alle quattro. Andrai a prenderla alla stazione. Timothy ti accompagnerà con il calessino. Il telegramma dice: “capelli chiari, vestito di mussola a quadretti rossi e cappello di paglia”. È tutto quello che so, ma penso ti possa bastare.»
«Sì, signorina. Ma... e lei?»
La signorina Polly capì benissimo il significato di quella pausa, perché si fece seria e disse bruscamente: «No, non verrò, non è necessario, credo. È tutto». E, senza aggiungere altro, se ne andò. Evidentemente i preparativi della signorina Polly per la sistemazione e l’accoglienza della nipote erano conclusi.
In cucina Nancy calcò con rabbia il ferro da stiro sullo strofinaccio per asciugare i piatti che doveva stirare.
«”Capelli chiari, vestito di mussola a quadretti rossi e cappello di paglia”, è tutto quello che sa dire! Io mi vergognerei, sì, mi vergognerei di accogliere così la mia unica nipote, che sta arrivando dall’altra parte del continente!»
Alle quattro meno venti precise del giorno successivo Timothy e Nancy partirono per andare ad accogliere alla stazione l’ospite in arrivo. Timothy era il figlio di Tom. Ogni tanto nella zona si diceva che se il vecchio Tom era il braccio destro della signorina Polly, Timothy era sicuramente il sinistro.
Era un bel ragazzo, con un buon carattere, e anche se Nancy era da poco a servizio in casa di signorina Harrington, i due erano già diventati ottimi amici.
Quel giorno, però, Nancy era troppo presa dalla sua missione per essere loquace come al solito, e quindi arrivarono quasi in silenzio in stazione, dove la ragazza scese dal calesse per andare al binario.
«Capelli chiari, vestito di mussola a quadretti e cappello di paglia» si ripeteva. E continuava pure a domandarsi quale tipo di bambina sarebbe stata questa Pollyanna.
«Spero per lei che sia una ragazzina tranquilla e ragionevole; che non lasci cadere coltelli e non sbatta le porte» disse con aria preoccupata a Timothy, che intanto l’aveva raggiunta.
«Be’, se non lo è, Dio solo sa quello che potrà capitare» disse il ragazzo con un’espressione maliziosa. «Te la immagini la signorina Polly alle prese con una bambina fracassona? Ah! Ecco il fischio del treno!»
«Oh, Timothy, non è stata meschina a mandarmi qui al suo posto?» chiese improvvisamente apprensiva Nancy, voltandosi e correndo via in fretta verso il posto più adatto per controllare i passeggeri che scendevano in quella piccola stazione.
Poco dopo scorse un’esile ragazzina vestita di mussola a quadretti e con due belle trecce bionde che le pendevano sulle spalle. Sotto il cappello di paglia spuntava un visetto pieno di lentiggini che guardava a destra e a sinistra, tutto teso nella ricerca di qualcuno.
Nancy capì subito che era quella la bambina attesa, ma le gambe le tremavano a tal punto che dovette aspettare un po’ prima di andarle incontro. Quando infine Nancy si avvicinò a lei, la ragazzina si trovava ancora lì tutta sola.
«Sei Pollyanna?» le chiese incerta, e l’istante dopo si trovò mezzo soffocata nella stretta di due piccole braccia.
«Oh, sono così contenta, proprio contenta di vederti» esclamò una voce affettuosa nel suo orecchio. «Certo che sono Pollyanna, e sono tanto contenta che tu sia venuta a prendermi! Speravo proprio che venissi!»
«Davvero?» farfugliò Nancy incerta, chiedendosi con stupore come Pollyanna potesse conoscerla e aver desiderato incontrarla. «Davvero?» ripetè, cercando di raddrizzarsi il cappello.
«Certo. Per tutto il viaggio non ho fatto che domandarmi come saresti stata» disse la ragazzina ad alta voce, saltellando sulle punte ed esaminando dalla testa ai piedi l’imbarazzatissima Nancy. «E adesso lo so, e sono contenta che tu sia proprio come sei.»
Nancy accolse con sollievo l’arrivo di Timothy, perché le parole di Pollyanna le avevano creato un grande imbarazzo.
«Questo è Timothy. Hai un baule?» disse balbettando.
«Sì, certo che ce l’ho» disse Pollyanna con tono di importanza. «Ed è anche tutto nuovo. Me l’hanno comperato le signore dell’Assistenza; non ti pare che sia stato molto carino da parte loro? Qui, nella borsa, ho una cosa. Il signor Gray mi ha detto che è uno scontrino, e che dovevo dartelo al mio arrivo per ritirare il baule. Il signor Gray è il marito della signora Gray; sono cugini della moglie del diacono Carr. Ho fatto il viaggio con loro: non hai idea di quanto siano gentili! Ah, eccolo!» disse mostrando lo scontrino dopo aver rovistato per un po’ nella borsa che portava con sé.
Nancy tirò un profondo respiro: sentiva che dopo quel lungo discorso qualcuno doveva pur prendere fiato. Cercò di captare lo sguardo di Timothy, il quale, di proposito, guardava da un’altra parte.
Alla fine i tre partirono con il baule di Pollyanna sistemato dietro e con la bambina comodamente accoccolata fra Nancy e Timothy. In tutto questo tempo la ragazzina non aveva smesso di fare una valanga di domande e commenti, finché Nancy, del tutto stordita, si trovò incapace di tenerle testa.
«Eccoci! Non è bello? È lontano? Spero di sì... mi piace tanto andare in calesse» disse Pollyanna non appena le ruote cominciarono a muoversi. «Naturalmente, anche se è vicino, non importa; sarò contenta di arrivare prima. Che bella strada! Lo sapevo che era un bel posto. Papà mi ha raccontato...» La bambina si interruppe: la sua voce era stata bloccata da un singhiozzo. Nancy, nel guardarla preoccupata, vide che il piccolo mento le tremava, e che gli occhi le si erano riempiti di lacrime.
Un attimo dopo, però, la piccola crisi era già passata, e la bambina riprese dicendo: «Papà mi ha raccontato tutto. Ricordava benissimo e... ah, avrei dovuto spiegarlo prima. La signora Gray mi aveva raccomandato di farlo subito... a proposito di questo vestito a quadretti rossi, capisci, e del motivo per cui non sono vestita a lutto. Ha detto che l’avreste trovato strano. Ma il fatto è che negli ultimi pacchi arrivati alla parrocchia non c’era niente di nero, a parte una giacca di velluto che, secondo la moglie del diacono Carr, non era assolutamente adatta a me. Senza contare che non era priva di macchie, ed era tutta lisa nei gomiti e in altre parti. Alcune signore volevano comperarmi un vestito e un cappello nero, ma altre pensavano che fosse meglio impegnare quei soldi per il tappeto da mettere in chiesa. La signora White diceva che era comunque meglio che non fossi vestita a lutto, in quanto non le piacevano i bambini tutti di nero; naturalmente i bambini le piacciono, ma non con abiti neri».
«Ma... sono sicura che va bene così come sei» disse Nancy sentendosi sempre più a disagio.
«Sono contenta che la pensi così. Anch’io sono d’accordo» disse Pollyanna con la voce che le tremava di nuovo. «Sarebbe stato molto più difficile rimanere contenta indossando sempre indumenti neri.»
«Contenta?» esclamò sorpresa Nancy, sfruttando una pausa nel discorso di Pollyanna.
«Sì. Contenta che papà è andato in Cielo per stare con la mamma e tutti gli altri, capisci... Mi ha detto che devo essere sempre contenta, ma è stato per me molto difficile riuscirci, anche se portavo un abito a quadretti rossi, perché sentivo tanto la sua mancanza; e non potevo fare a meno di pensare che avrebbe dovuto rimanere ancora con me, visto che la mamma e gli altri sono in compagnia di Dio e degli angeli, mentre io non avevo che le signore dell’Assistenza. Ma adesso sono sicura che sarà tutto più facile, perché ho te, zia Polly. Non immagini neanche come io sia felice!»
La simpatia mista a compassione che Nancy aveva provato per la piccola si mutò improvvisamente in terrore. «Oh... ma... hai fatto uno sbaglio terribile» balbettò. «Io sono soltanto Nancy. Non sono proprio tua zia Polly!»
«Tu... tu non sei mia zia?» domandò la ragazzina disorientata.
«No. Sono soltanto Nancy. Non avrei mai pensato che mi avresti scambiata per lei. Non ci assomigliamo, non ci assomigliamo per niente!»
Timothy, intanto, ridacchiava tra sé; Nancy era troppo sottosopra per rispondere alla maliziosa occhiata che le aveva lanciato.
«Ma allora chi sei?» chiese Pollyanna sempre più disorientata. «Non mi sembri affatto una signora dell’Assistenza!»
Questa volta Timothy non potè fare a meno di scoppiare in una risata.
«Io sono Nancy, la donna di servizio. Faccio i lavori in casa, a parte il bucato e lo stiro di fino. Quelli li fa la signora Durgin.»
«Ma la zia Polly, c’è?» chiese la bambina con ansia.
«Puoi star sicura che c’è» si intromise questa volta Timothy.
Pollyanna sembrò sollevata. «Oh, va tutto bene, allora!» Ci fu un momento di silenzio, quindi la bambina continuò allegramente: «Ma la sai una cosa? Non mi dispiace che non sia venuta a prendermi la zia, perché così mi resta ancora il piacere di fare la sua conoscenza. Intanto, ho già avuto quello di incontrare te».
Nancy diventò rossa e Timothy le rivolse un’occhiata ironica. «Un bel complimento davvero! Perché non ringrazi la signorina?»
«Io... io» protestò Nancy «io pensavo alla signorina Polly»
Pollyanna sospirò, tranquillizzata. «Anch’io stavo pensando a lei. Sono così curiosa! È la mia unica zia, sapete, e per tanto tempo non sapevo neanche che esistesse; finché non me ne ha parlato papà. Mi ha detto che viveva in una casa enorme e bellissima, in cima a una collina.»
«Proprio così. La si vede anche da qua, adesso» disse Nancy «È quella grande casa lassù, bianca e con le imposte verdi.»
«Che bella!... Quanti alberi! E che bei prati tutt’intorno! Non ho mai visto tanta erba in una volta sola. E’ ricca, mia zia Polly, Nancy?»
«Sì, signorina.»
«Sono proprio contenta. Dev’essere magnifico avere tanti soldi. Non ho mai conosciuto nessuno con tanti soldi: soltanto i White sono abbastanza ricchi. Hanno tappeti in ogni stanza e mangiano il gelato tutte le domeniche. Dalla zia Polly c’è il gelato la domenica?»
Nancy scosse il capo e fece una smorfia, poi lanciò un’occhiata maliziosa a Timothy e rispose: «No, signorina. Non credo che a tua zia piaccia il gelato. Io, almeno, non gliel’ho mai visto in tavola».
Dal volto di Pollyanna scomparve l’allegria. «Oh, davvero?... Che peccato! Non capisco come possa non piacere il gelato; a ogni modo, sono contenta lo stesso, perché il gelato che non si mangia non può far venir male allo stomaco, come quello che ho mangiato dalla signora White e che mi ha poi fatto male. Forse, però, ci sono tappeti, da zia Polly...»
«Sì, tappeti ce ne sono.»
«In ogni stanza?»
«In quasi tutte» disse Nancy incupendosi subito al pensiero di quella stanzetta nel sottotetto, dove non c’era l’ombra di un solo tappeto.
«Oh, sono proprio contenta» disse Pollyanna. «Mi piacciono tanto i tappeti. Noi ne avevamo soltanto due piccoli, che erano stati mandati alla missione, e uno era macchiato d’inchiostro. La signora White aveva anche parecchi quadri, molto carini: uno aveva tante rose, e poi c’erano delle bambine sull’erba, un gattino, agnellini, e un leone... non insieme, naturalmente, gli agnellini, intendo, con il leone. Oh, certo, la Bibbia dice che un giorno saranno insieme, ma non ancora, almeno non quelli raffigurati nei quadri della signora White. E a te, i quadri, piacciono?»
«Io... veramente, non saprei» disse Nancy a mezza voce.
«A me molto. Noi, di quadri, non ne avevamo. Nei pacchi che arrivavano alla missione non ce n’erano, si capisce. Una volta, però, ne sono arrivati due, ma uno era talmente bello che papà l’ha venduto per comperarmi un paio di scarpe; e l’altro era così malridotto che, quando abbiamo fatto per appenderlo, è andato in pezzi; il vetro si è rotto, voglio dire, e io ho pianto. Adesso, però, sono contenta di non avere avuto belle cose, perché potrò apprezzare di più quelle di zia Polly; proprio come quando, in un pacco, si trovano nastri per capelli con colori vivaci dopo i tanti nastri stinti che arrivano di solito. Santo cielo! Che casa splendida» esclamò Pollyanna con entusiasmo, non appena imboccarono il viale d’ingresso.
Mentre Timothy scaricava il piccolo baule, Nancy trovò il modo di sussurrargli in un orecchio: «Mai più una parola sul progetto di andarcene, Timothy Durgin! Non lascerei questo posto neanche se mi pagassero».
«A chi lo dici!» rispose il ragazzo. «Non me ne andrei neppure se mi cacciassero: adesso con questa bambina per casa sarà divertente, meglio che al cinema!»
«Divertirsi, divertirsi...» ribatté Nancy indignata. «Sarà un bel divertimento, immagino, per questa povera creatura, quando si troverà a vivere con quella là! Penso che avrà bisogno di un posto dove andare a rifugiarsi.
Bene, sarò io quel posto per lei, caro Timothy, certo che lo sarò» disse piano, ma con decisione, girandosi per accompagnare Pollyanna su per l’ampia scalinata d’ingresso.