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1727 Parole
1Estate 2009 “È finita! Fiamma, ti rendi conto che abbiamo chiuso con le interrogazioni, i compiti in classe, i corsi di approfondimento e tutte quelle rotture di palle che ci hanno oppresso negli anni migliori della nostra giovane vita?” Ludovica, sprizzante di gioia, ricordava vagamente un cucciolo a cui avevano finalmente restituito la libertà. “Guarda che abbiamo preso solo il diploma!” Senza accorgersene aveva assunto un’espressione quasi indignata di fronte all’eccessivo entusiasmo dell’amica. “Madò, la solita rovina feste!” La ragazza alzò gli occhi al cielo, fingendosi offesa. “Lo sai che amo essere realista e concreta. Siamo solo a metà del nostro iter formativo e la parte più difficoltosa ci aspetta con l’ingresso all’università!” Ludovica si voltò indietro per un ultimo sguardo d’insieme. “Adiós caro Liceo, le nostre strade si separano per sempre.” Scese gli ultimi gradini e prima di varcare il grigio cancello alzò il dito medio al di sopra della spalla destra. “Erano anni che desideravo farlo…” Fiamma, rimasta qualche passo indietro, scosse la testa rassegnata a convivere con la travolgente esuberanza di quella che da sempre era la sua migliore amica. Si conoscevano sin dalla scuola materna. Ludovica aveva scelto di mettersi vicina a quella bimba silenziosa dallo sguardo triste che se ne stava imbronciata con le mani conserte ad osservare gli altri bambini giocare seduti a cerchio su morbidi cuscini di stoffa, accuratamente preparati dalle maestre per accogliere i nuovi arrivati. L’aveva osservata in silenzio pochi istanti e poi con la semplicità dei suoi tre anni le aveva chiesto: “Come ti chiami?” Fiammetta, disturbata dalla presenza dell’altra, le aveva puntato addosso due occhi azzurri come il mare in estate, bagnati da lacrime svogliatamente asciugate. Aveva quell’espressione tipica dei bimbi quando sono costretti a fare qualcosa che va al di là della loro comprensione. Ludovica aveva atteso invano la risposta, poi, scocciata da quell’ostinato silenzio, aveva spostato l’attenzione su un gruppetto di bambine che giocavano animatamente con delle bamboline di pezza dalle lunghe gambe e dai capelli di lana, che le maestre avevano confezionato personalizzandole con i nomi di ognuna di loro, scritte sulle camicine di carta, create appositamente per l’accoglienza. L’unica bambolina rimasta nella cesta era proprio quella di Fiammetta che si era rifiutata categoricamente di accettarla. Ai maschietti era toccata l’automobilina di cartone con gigantesche ruote di pasta di sale. Era iniziato così il primo giorno di scuola materna. Ludovica a fare confusione con le altre bambine e lei seduta in disparte ad osservare tutti con moderato distacco ed un broncio perenne. Sembrava una pentola a pressione pronta ad esplodere. Nulla di quell’ambiente riusciva ad interessarla e la confusione di quei volti estranei le metteva addosso un malessere inspiegabile. Così, obbligata a seguire dei ritmi e delle regole dettate da adulti che non erano i suoi genitori, quando erano andati a riprenderla, si era lasciata andare ad un pianto disperato. Il padre, visibilmente preoccupato nel vedere la sua piccolina aggrapparsi ferocemente alle sue gambe in cerca di protezione, aveva fissato lo sguardo negli occhi della maestra alla ricerca di una plausibile spiegazione a quel comportamento bizzarro. La donna, forte degli anni di esperienza fatta sul campo, aveva corrisposto bonariamente lo sguardo rassicurando l’apprensione genitoriale con un: «Non si preoccupi, è normale, domani andrà meglio!». In effetti se Fiammetta fosse stata una bimba nella norma, già dal secondo giorno di scuola avrebbe dovuto accettare, suo malgrado, la nuova situazione. Purtroppo, le ottimistiche previsioni dell’insegnante si erano dimostrate ben lontane dalla realtà. Per tutta la successiva settimana, si era svegliata al mattino in lacrime, accusando i malori più disparati. Un giorno aveva mal di pancia, l’altro le girava la testa, l’altro ancora sentiva che la febbre le faceva battere forte il cuore. Naturalmente i coniugi Battaglia, preoccupati dalla precisione con cui elencava i sintomi, ricorrevano all’aiuto telefonico del pediatra, il quale, dopo essere stato per l’ennesima volta allarmato, si era premurato di andarla a trovare a casa per constarne l’effettivo stato di salute. La scena che si era trovato di fronte aveva del comico, se non fosse stato che la protagonista aveva poco più di tre anni e stava circuendo due stimati professionisti che di fronte ai suoi lamenti sembravano inebetiti. Il medico, per non lasciare nulla al caso, le aveva fatto un’accurata visita, con la quale era riuscita a confermare ciò che aveva sospettato. La bimba, perfettamente in salute, convintasi che i genitori non la volessero più, attirava la loro attenzione fingendosi malata. ‘Sindrome dell’abbandono’, era la diagnosi. Perché Fiammetta, che aveva vissuto i primi tre anni di vita in simbiosi con i genitori, aveva creato un cerchio affettivo esclusivo che oltre il papà e la mamma Angela includeva Maria, la loro governante. Di conseguenza, frequentare costantemente tutti quegli estranei le creava disagio. Così la mattina, alla fatidica frase: “Forza, Fiammetta da un bacino a mamma e papà, così vanno al lavoro”, metteva il broncio e lasciava che le lacrime le bagnassero il grembiulino rosa, dando sfogo a tutta la frustrazione che aveva dentro. La prassi prevedeva il solito rituale, lei che piangeva in silenzio, la maestra che la prendeva per mano e i suoi genitori che si stampavano in faccia un poco convinto sorriso. Poi, al segnale della donna, indietreggiavano piano piano fino a sparire dietro la porta chiusa, dove si fermavano il tempo di sentirla dire: “Non vi preoccupate, piange qualche minuto, ma poi le passa subito. Vero amore?” Così trascorreva il primo quarto d’ora. Lei che tirava su col naso e la maestra che la trascinava da un lato all’altro della stanza mostrandole ora questo ora quell’altro gioco nella speranza di distrarla. Era stato per puro caso che, una mattina più movimentava delle altre, intenta a sedare la lite tra due bambini più grandicelli che si azzuffavano per la proprietà di un’automobilina, l’aveva fatta sedere nel banchetto di Ludovica, che ad ambientarsi non aveva avuto alcun problema e vantava amici sia nel gruppo delle bambine che dei maschietti. Erano rimaste ad osservarsi pochi secondi, poi Ludovica l’aveva presa per mano e sorriso. Confortandola le aveva dato la certezza che mai più si sarebbe sentita sola. Da quel momento erano diventate l’una l’essenza dell’altra. “Andiamo al falò sulla spiaggia?” Fiammetta, che era intenta a togliere il lucchetto dalla ruota dello scooter, le piombò addosso uno sguardo interrogativo. “Non fare quella faccia, non ne sapevo niente nemmeno io!” “E chi viene?” “Francesco, Martina, Paola, Giuseppe, Michele, Maria…” “Ma quanto sei scema!” Scoppiarono a ridere insieme, in una complicità tutta loro. “Pensavo volessi l’elenco dettagliato dei partecipanti ad un falò a cui io stessa sono stata invitata con un messaggio un quarto d’ora fa.” Fiammetta salì davanti mentre Ludovica si sistemava dietro. “E chi ti avrebbe invitata?” “Andrea… e non fare quella faccia, perché mi ha chiesto espressamente di passarti l’invito.” Le fece l’occhiolino bussandole con la mano sul casco. “Tieniti va, non voglio correre il rischio di perderti per strada.” Il sole di luglio ardeva l’asfalto sotto le ruote che slittavano pericolosamente ad ogni frenata. Ludovica si muoveva scompostamente ad ogni curva e ad ogni spostamento del peso sul sedile Fiammetta rallentava nel vano tentativo di stabilizzare il mezzo che ondeggiava vistosamente. Impegnata in queste manovre da grande pilota, accecata dal bagliore di uno specchietto retrovisore, non si rese conto dello stop che l’obbligava a fermarsi. Nel momento stesso in cui realizzò il terribile sbaglio, accelerando al massimo nel tentativo di allontanarsi il più velocemente possibile dal pericolo, andò a sbattere violentemente contro la ruota anteriore di una Harley Davidson che procedeva dal senso opposto. Nello scontro le ragazze ebbero la peggio finendo sul selciato rovinosamente. Un intenso bruciore invase la gamba sinistra di Fiammetta, la quale era rimasta sotto il peso dello scooter, mentre Ludovica, poco distante, era riuscita a rialzarsi barcollando, più per lo shock che per i danni fisici. Il conducente della moto spense il motore e, dopo averla assicurata al cavalletto, saltò giù dirigendosi speditamente nella direzione di Fiammetta, che, ancora stordita dalla botta, rimaneva a terra col busto sollevato a metà. “Vi siete fatte male?” Ludovica, zoppicando lievemente, si avvicinò all’amica per aiutarla a tirare su il mezzo, che in quella posizione era diventato pesantissimo. “Non posso crederci! Ma sei completamente rincoglionito? Per poco non ci ammazzavi…” Ludo, slacciato il casco, aveva iniziato ad inveire contro colui che riteneva l’artefice dell’incidente. “Bellina, vacci piano con i complimenti!” “Guarda che so fare di meglio…” L’uomo si tolse il casco ravvivandosi i capelli che gli si erano appiccicati sulla fronte. “Forse non ti sei accorta che la tua amica non ha rispettato lo stop!”. Ludovica si voltò verso la ragazza per trovare conferma alle parole dell’uomo. Fiammetta la fissò negli occhi confermando tacitamente. Si scambiarono velocemente uno sguardo d’intesa che senza bisogno di parole le accordava su ciò che dovevano fare. “Allora ragazze chiamiamo le forze dell’ordine o ce la vediamo tra noi?” Fiammetta spostò lo sguardo dall’amica allo sconosciuto. Questi, frappostosi tra il sole e lei, proiettava un’inquietante ombra sul selciato. Socchiuse leggermente gli occhi mettendosi la mano destra a mo’ di frontalino affinché potesse metterlo a fuoco. Doveva essere molto alto e robusto oppure era la botta che aveva preso a farglielo apparire enorme. “Ti senti bene?”. Sul marciapiedi di fronte un piccolo gruppetto di passanti si era radunato per assistere all’evolversi della situazione. Qualcuno, tra i più facinorosi, urlava epiteti in direzione delle due povere malcapitate, che essendo delle donne alla guida erano evidentemente pericolose, a maggior ragione trattandosi di un due ruote. L’uomo tirò su la moto e spingendola a mano la spostò a margine della strada. “Ragazze, conviene spostarci qui, non mi piace dare spettacolo.” La Harley Davidson non aveva alcun danno, la peggio era toccata allo scooter che nell’impatto con il selciato aveva perso la mascherina protettiva frontale e riportato parecchie ammaccature sul lato su cui si era poggiato. Non ebbero bisogno di concordare nulla. Sapevano istintivamente cosa dovevano fare. Salite sullo scooter ed infilati i caschi, ad un cenno di Ludovica partirono di gran velocità tra i clacson degli automobilisti che suonavano infuriati nella loro direzione.
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