Un minuto prima del Rischiatutto
Un minuto prima del Rischiatutto
Mercoledì 6 febbraio 1974, Fiera Campionaria, studi esterni Rai, ore 17.17
“Fiato alle trombe, Turchetti!”.
Poi tossicchia, tira fuori la lingua, la guarda allo specchio, stringe la cravatta, e borbotta. Ha fatto la storia fino a qui, non sarà un po’ di mal di gola a fermarlo. L’America, la guerra, i partigiani, i tedeschi che volevan fucilarlo, il carcere, l’Italia. La televisione l’ha inventata lui. Anzi no, non è vero. Di più. La televisione lui l’ha messa nelle case della gente. Tossisce, più forte, per schiarire la voce, solleva un braccio, e declama: “Fiato alle trombe, Turchetti!”.
Eccolo. Così va bene. Bussano. È l’assistente di produzione: “Signor Mike? Stiamo per cominciare... se è pronto...”.
Lui non si volta. Guarda l’assistente riflesso nello specchio. È pronto. E l’assistente riaccosta la porta e prosegue nel suo giro.
Fuma. Lentamente e assaporando, perché con questi chiari di luna le sigarette vanno razionate e ben gustate. Stira malamente dei fogli che ha recuperato dentro a un cestino dell’immondizia, accartocciati. Che brutta fine, pensa. Che ironica, maligna, brutta fine. Una vita trascorsa con sacrificio e onestamente, accartocciata e gettata in un cestino dell’immondizia. Nascondendosi, a gennaio, all’interno dei locali della fiera, dietro lenti scure, sotto un toupet per sembrare un altro. Fuori piove e si gela. Dentro le sue mani sono comunque di ghiaccio. Ha sete. C’è una scritta bianca, Fernet Branca, che si vede fuori dalla Fiera, una rèclame gigantesca che gli solletica il gargarozzo. Gli scalderebbe le estremità, un goccetto. Estrae la sua penna dal taschino e si mette ad appuntar qualcosa su quei fogli spiegazzati. Una voce fuori campo lo distrae, stanno chiamando qualcuno, stanno chiamando lui:
“Allora, venga, venga che inizia la puntata. Si sbrighi, il Rischiatutto non aspetta”.
Riaccartoccia i fogli, li infila nella tasca interna della giacca. L’assistente di produzione si indispettisce: “Che roba è quella? A che le servono quei fogli? Dia qua, faccia vedere!”.
Gli infila una mano ossuta ma sudata nella giacca, sfila i fogli con veemenza, e si mette a leggere a voce alta:
Fu all’alba di un arido giorno d’estate, che lo raccolsero. Indossava il viso logoro e meraviglioso che hanno i giovani che soffrono, un viso denso della malinconia non soltanto per una vita passata, ma pure per tutte quell’altre perdute senza essere state vissute.
“Cosa sono queste sciocchezze? Forza, si muova, il Rischiatutto non aspetta!”.
E riaccartoccia i fogli, e li getta nel cestino.