Le professoresse meccaniche

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Le professoresse meccaniche Eh, le Professoresse Meccaniche! Quelle furono introdotte dopo che il progetto presentato dalla nostra scuola fu esaminato e approvato dalla Comunità Europea, dal Gran Priorato, dal Collegio dei Periti, dalla Parrocchia di Santa Paoletta, dal Consorzio dei Servizi Ipodermici e financo dalla Proloco. Ce ne volle, altroché, ma alla fine giunse l’assenso e i nostri tecnici si dettero da fare in un fiat. Io ero allora un ragazzetto delle prime classi, magrolino e col cranio rasato, e ricordo bene quando ci furono presentate. L’aula magna, parata a festa, scintillava di lustrini, palloncini e nastri tricolori. Dallo sgabuzzino delle bidelle si sentiva l’inebriante profumo delle paste allo zabaione che a fine cerimonia sarebbero state distribuite a tutti i partecipanti, autorità, genitori e persino a noi allievi delle prime. Le Professoresse Meccaniche erano state poste al centro della sala, se ne stavano immobili su un piedistallo, dietro la cattedra del Vicepreside, e tutti noi le osservavamo con impazienza, in attesa di vederle finalmente in azione. C’era una gran folla, quel giorno. Le ragazze tirate a lucido e in abiti da sera luccicosi e scollati, per quanto fosse solo pomeriggio; i giovanotti impomatati, instivalati e insaccati in certe tute fluorescenti che allora andavano tanto di moda. Le autorità, in prima fila nei posti riservati, sedevano con le gambette accavallate e un filo di sorriso che sibilava ebete fra i loro dentini e si guardavano intorno col mento all’insù, fiutando nell’aria gli applausi che presto avrebbero bevuto a cucchiaiate. Per dare alle Professoresse Meccaniche un aspetto antropomorfico (o meglio ginecomorfico), erano stati impiegati tre manichini di aspetto femminile che il vicino negozio di abbigliamento aveva donato alla scuola (anche perché il figlio del proprietario, un ragazzone di quinta con quattro biscioni tatuati sul collo, faceva parte del Consiglio di Istituto). A causa delle scarse risorse finanziarie, infatti, i tecnici non avevano potuto costruire il rivestimento esteriore, cioè la parte epidermica, e per le medesime ragioni economiche non era stato possibile rivestire i manichini di un abbigliamento adeguato. Così, entrando nella sala, si vedevano questi tre strampalati pupazzi dall’aspetto di tre amabili signorine del tutto prive di indumenti e del tutto scomposte nelle loro innaturali pose. Una aveva un braccio penzolante, l’altra le gambe eccessivamente divaricate. La terza, di nome Leprottina, aveva la testa troppo inclinata verso destra e, nonostante fosse stata scrupolosamente truccata con ombretti di marca e nerissimo mascara, aveva uno sguardo vitreo, come perso nel vuoto, a causa di un palese strabismo. Nella loro vuota fissità, queste creature si ignoravano l’un l’altra, chiuse nel mistero della loro concava solitudine. Ad ogni signorina o Professoressa che fosse, mancava la calotta cranica, per consentire di lì a poco ai tecnici di illustrare il mirabolante funzionamento dei congegni. Quando i tecnici richiusero le calotte nascondendo fili e ingranaggi, dopo i saluti di rito e una veloce spiegazione dei meccanismi, sulle teste delle Professoresse furono posate tre parrucche di stoppa fucsia e l’aspetto ginecomorfico fu bene o male portato a compimento. Ormai era tutto pronto. Come faranno a metterle in moto? ci chiedevamo. Ma quelli, tranquillamente, senza neppure premere leve o pulsanti, le fecero funzionare rivolgendo loro con fare amichevole delle frasi banali, del tipo: «Buongiorno Professoresse, come va?» A queste o simili frasi, le tre si animarono subito e iniziarono ad agire con la massima naturalezza. Non più pupattole senz’anima, ma compiute donzelle dai modi cortesi e disinvolti. Niente più pose innaturali, non più braccia penzolanti, ma portamento armonico, flessuoso e sguardi densi di femminilità. Una dopo l’altra esposero il loro Piano di Lavoro Annuale soffermandosi sulle caratteristiche delle classi che erano state loro affidate ed elencando i principali argomenti che avrebbero trattato nelle lezioni. Improvvisamente, però, una delle tre, di nome Padellina, si accorse di essere nuda e lanciò un gridolino, subito imitata dalle altre, coprendosi il pube con le mani. Nell’imbarazzo generale, tempestivamente, accorsero le premurose bidelle con dei vecchi plaid trovati nel fondo di un baule e così le Professoresse poterono coprirsi alla bell’e meglio. In quel periodo succedeva spesso che grossi aerei da guerra girassero in tondo attorno alla scuola con gran fragore di ferraglia. Giravano in continuazione, come se la scuola fosse la punta di un compasso e loro l’asta con la grafite. Si avvicinavano velocissimi e si lanciavano in picchiata, sembrava stessero precipitando sui tetti, il fragore diventava assordante, a volte sentivamo persino lo spostamento d’aria che faceva tremare i vetri, ma subito dopo sfrecciavano lontano e sembravano scomparsi, persi nell’azzurro; se non che, pochi minuti dopo, riapparivano più rumorosi e rabbiosi di prima. Il problema era che quel gran fragore sovrastava la voce degli insegnanti e in certi giorni era quasi impossibile seguire le lezioni. Inoltre era accaduto che qualche volta alcune professoresse, forse per sbaglio, erano state bombardate all’uscita dalla scuola. Le bombe, sfracellandosi al suolo, le avevano ridotte in mille pezzi. Anche per questa ragione, cioè a causa dell’improvvisa penuria di professoresse, il progetto era stato approvato senza esitazioni. In più le Professoresse Meccaniche, rispetto a quelle umane, avevano l’evidente vantaggio di possedere una voce tonante, che poteva essere intesa anche in mezzo ai boati. Io ero al primo anno, a quei tempi, e della guerra non mi importava un santo cavolaccio; ero più attratto da certi vasetti di colla che avevo imparato ad annusare o dalle mele caramellate che vendevano al Luna Park. Mi piacevano le gare di corsa, smilzo e scattante com’ero. Mi piaceva sfidare i miei coetanei, ma sceglievo appositamente i grassoni, oppure le bambinelle, o i malaticci, così ero sicuro di vincere. Se quelli esitavano ad accettare, io insistevo e a volte li provocavo con frasi oltraggiose, li insultavo, sino a quando accettavano per non essere irrisi. Mi lanciavo a testa bassa nella corsa, puntando verso il traguardo il mio cranio rasato; filavamo caracollando fra le macerie ed io, naturalmente, ero sempre il vincitore e mi guadagnavo una mela caramellata che poi rosicchiavo davanti a tutti in bella vista. Per la verità della guerra importava un bel niente neanche agli studentoni di quinta. Non importava proprio a nessuno, della guerra. Si erano tutti abituati. Importava di più giocare alle lotterie, tagliare legna nel bosco. Certo, ogni tanto qualche drago volante precipitava su un condominio con gran fracasso di ferraglia e nuvolazze di polvere, qualche bomba esplodeva qua e là e passeggiando per la piazza ci poteva capitare di imbatterci in brandelli di carne o interiora sanguinolente che scostavamo via con distratte pedate per non inzaccherarci le scarpe. «Chi mi sa dire quanti anni visse il Re Sole?» chiese alla classe Leprottina, inzuppando la domanda in un sorriso ammiccante. Di fronte al silenzio ghiacciato di tutti noi, si mise a battere una matita sulla cattedrona per invitarci alla meditazione. «Possibile che nessuno di voi se lo ricordi?» Alzò la mano Stellina. Stellina era la ragazza più graziosa della classe (ballerina di danza classica, pupille da affabile felina) e come tale era da tutti bramata. Era naturale che ne fossi innamorato perso. Avrei dato qualsiasi cosa, persino una mela caramellata, pur di avere a portata di dita quelle sue ciocche setose, quel suo profumo di sole. Stellina, fragrante come una meringa nel suo abitino rosa, mosse le labbra per rispondere, quand’ecco che successe quello che non doveva succedere. Scoppiai a ridere. Scoppiai a ridere senza motivo, anzi il motivo era proprio quello. Pensavo: “Non c’è niente da ridere, è un momento fondamentale della lezione e tutti sono concentrati. Se proprio adesso scoppiassi a ridere, sarebbe assurdo, davvero una gran stupidata”. E solo a pensare questo, cominciavo a sentire il solletico, la ridarella che montava dentro di me con rapidità incontrollabile. E così scoppiai a ridere, prima a scatti, a sbuffi, a singhioz-zi, poi sempre più con fragore, a mitraglia. La mia risata troncò sul nascere le parole che Stellina stava timidamente per sillabare. E lei rimase ad occhi sbarrati, immobilizzata in piedi nel suo banco, come un fenicottero. Leprottina mi lanciò una guardata fulminante. Di quelle che ti stendono. Ma più Leprottina si arrabbiava, più Stellina, la mia amata, abbassava gli occhi confusa, più non riuscivo a trattenermi e ridevo, ridevo, ridevo. E se per qualche secondo riuscivo a fermarmi, facevo la tipica smorfia di chi trattiene lo sghignazzo, ed era peggio, perché subito dopo la risata mi scappava lo stesso accompagnata per giunta da involontari spruzzi di saliva. E mentre ridevo pensavo: “Sono proprio uno stronzo, sto facendo una cosa completamente idiota”. E questo mi faceva ridere ancora di più. Per fortuna proprio in quel momento suonò la campanella e Leprottina fu sostituita da un’altra Professoressa Meccanica, Padellina. Cambiando professoressa e materia, la situazione migliorò. Padellina era meno severa di Leprottina, raccontava storielle, ci carezzava le nuche per mostrarci simpatia ci offriva mele caramellate. Ma anche se l’atmosfera era più rilassata, io non riuscivo a togliermi dalla testa la figuraccia che avevo appena fatto, non riuscivo a perdonarmi di avere oltraggiato Stellina, anche se involontariamente. Provavo a fissarla con occhioni da cagnetto devoto per mostrarle contrizione, ma lei con malagrazia si girava dalla parte opposta, abbassando le palpebre in segno di sommo disgusto ed eterno disprezzo. Per tutta l’ora non riuscii a pensare ad altro. Sentivo che oltre al senso di colpa montava in me una rabbia solforosa, salatissima. Leprottina spiegava cose riguardanti il movimento rotatorio delle galassie a spirale, raccontava di come il moto delle galassie fosse stato rallentato da certi razzi iperspaziali lanciati a quello scopo ben centocinquant’anni fa. «Perché hanno lanciato quei razzi, per quale motivo hanno rallentato il moto delle galassie, cosa ne ricavano gli abitanti del nostro pianeta?» chiese petulante Stellina, dopo aver alzato la mano. Leprottina rispose con molta competenza e precisione, mentre parlava sorrideva con garbo, ma io non ricordo una parola della sua risposta. Ce l’avevo con me stesso, con la mia stupidità che mi aveva cacciato in quell’assurdo attacco di risata. Non riuscivo a seguire i discorsi. La rabbia dentro di me affilava i suoi dentini aguzzi. Intanto sentivamo il rombo ovattato di un aereo in avvicinamento. Subito il rombo si fece fortissimo, diventò urlo metallico, selvaggio, insostenibile al punto che alcuni ragazzi, le femmine soprattutto, si tapparono le orecchie con le dita. Nonostante il frastuono, Leprottina concluse. Mancava solo un’ora, ormai, alla fine delle lezioni. Entrò Pallotta, la più brava di tutte le tre Professoresse Meccaniche, e scattammo in piedi. Le sue lezioni erano le più seguite e apprezzate. Non si arrabbiava mai, una come lei. Non si arrabbiava semplicemente perché non aveva bisogno di arrabbiarsi. Se qualcuno si comportava in modo che non approvava, si limitava a guardarlo. Aveva un suo modo di girare la testa. Si voltava senza muovere il resto del corpo, guardava negli occhi il poveretto e quello immediatamente ammutoliva. Aveva occhi intensi, dal profilo bellissimo, allungati come foglie lanceolate. Nessuno aveva mai osato disturbare una sua lezione, contraddirla, prenderla in giro. Ma quel giorno io ero furente. Intabarrato nel mio pellicciotto di gatto, dondolavo il cranio come un animaletto in gabbia. Pallotta ci parlava sempre di un certo Leopardi, quell’antico poeta. Ci diceva che era stato un bel geniaccio nella sua epoca ed arricchiva il discorso raccontando alcuni episodi della sua vita. Aveva combattuto, questo Leopardi, eccome! Era stato un grande generale e col suo esercito aveva attraversato l’Europa penetrando nel continente asiatico che a quei tempi era abitato da popoli feroci detti Mangoli. Aveva combattuto ed era riuscito a conquistare un immenso territorio chiamato Russiania. Poi era tornato a Recanati, la sua città natale, ma malvolentieri. Si annoiava, soffriva, lacrimava e scriveva bellissime poesie dedicate alla luna. In quelle poesie immaginava che i raggi lunari avessero potere abbronzante, come i raggi solari. Ma la tintarella che si poteva prendere stando distesi sotto la luna, secondo Leopardi, era una tintarella color latte. Tutta la classe ascoltava rapita da quelle parole, il silenzio era denso come gelatina. Intanto io pensavo: “È il momento di fare qualcosa, un gesto estremo, un’azione terroristica per sconquassare la lezione. Se non posso riconquistare Stellina, che almeno mi veda mentre mi esibisco in un eroico atto distruttivo”. Bisogna distruggere tutto, la passione per la distruzione è una passione creativa, diceva non so chi. Solo che non mi veniva nessuna idea, non sapevo cosa fare. Mettermi a urlare all’improvviso? Lanciare per aria i libri sparsi sul banco? Dare fuoco all’attaccapanni? Piantare un coltello nella pancia di un compagno? No, mi sembravano tutti gesti stupidi e insignificanti. Intanto Pallotta andava avanti con la sua lezione e tutti, con Stellina in prima fila, pendevano dalle sue labbra. Andava avanti a parlarci di quel signor Leopardi che aveva vissuto a lungo e che ancora all’età di 107 anni era capace di scrivere poesie sulla luna e su altri argomenti. Purtroppo l’intero corpo delle sue opere era andato perduto per colpa di un hacker o di un virus che aveva distrutto tutti i file, facendoli scomparire dalle biblioteche online e da tutta la rete, come del resto quasi tutte le poesie degli altri autori antichi. Solo alcuni versi, dei frammenti, si erano salvati, vergati col gesso, ma ormai quasi illeggibili, su qualche antica lavagna. Oppure grazie al fatto che alcuni bizzarri personaggi avevano imparato a memoria dei brani e addirittura li avevano trascritti, come si faceva una volta, su dei foglietti volanti o dipinti con i colori per stoffa su magliette o foulard. «Dolce e chiara è la lotta, e senza tempo»: questo ad esempio era l’incipit di una poesia di Leopardi che pare fosse un’esaltazione della guerra. Mentre Pallotta continuava a parlare di quel Leopardi, mi ricordai che nella tasca dei jeans avevo la mia fionda (l’avevo fabbricata fissando un vecchio elastico su un rametto biforcuto, ma poi non avevo mai saputo cosa farmene). Mi toccai la tasca per controllare se ci fosse ancora: la fionda c’era. Allora cominciai a elaborare un piano. Lanciai un’occhiata torva verso Stellina che sembrò non accorgersene, presa com’era dalla lezione. Mi mancavano le munizioni, però; rovistando sotto il banco trovai per fortuna delle biglie metalliche, di quelle che usavamo durante gli esperimenti sulla caduta dei pulcini. Pallotta continuava la sua lezione. Stellina e tutti gli altri prendevano appunti. Proprio nel momento in cui la Professoressa stava esaltando le imprese erotiche del poeta («ce l’aveva sempre duro quel Leopardi, nessuna poteva resistergli, se le faceva tutte e dovevate vedere con quale foga ci dava dentro quando se le portava a letto!» diceva toccandosi l’interno del labbro con un ditino malizioso), proprio in quel momento mi alzai di scatto con le braccia tese e la fionda puntata verso tutti. «Sono tutte cazzate! Leopardi – dissi – era un mezzo impotente, un frustrato!» Avevo il viso paonazzo, lo sguardo di fuoco. Tutti tacquero. Stellina, occhi sbarrati, fece la bocca ad O e se la coprì di scatto con la soave manina. Puntando la fionda verso la classe urlai: «Fermi tutti!» Poi mi avvicinai a Pallotta che mi guardava esterrefatta, la afferrai, me la misi sotto il braccio, in tutta la sua rigida estensione di pupattola. Tenendo sempre sotto minaccia la classe con strepiti, smorfie e gesti truculenti, mi diressi verso l’uscita, aprii la porta e mi diedi alla fuga sempre con Pallotta atterrita sotto il braccio. Il cielo si copriva di nuvoloni bassi, stava giungendo un temporale e il rombo degli aerei, distorto dal vento, arrivava a ondate irreali, mescolato al grugnito dei tuoni in arrivo da non so dove. Sono passati molti anni, da allora. Io sono vecchio, oramai; avrò superato i cento anni, più o meno. La mia vita è passata veloce, fra agi e vagoni di mele caramellate. Abito in cima a un palazzo di lusso. Mentre scrivo, penso, ricordo, sogno o invento queste cose, è calata una notte di metallo. Dall’alto della veranda scorgo in lontananza le luci della città e ancora più lontano riconosco l’edificio della scuola dove sono accaduti i fatti che ho raccontato. La guerra? Quella non finisce mai. Ogni tanto qualche bomba distrugge un edificio, sconquassa un quartiere. Ma la scuola è sempre in piedi, con le sue Professoresse Meccaniche sempre in funzione, giovani, colte e belle come se fossero appena arrivate. Essendo meccaniche, infatti, non invecchiano. Basta che ogni tanto qualcuno ne controlli gli ingranaggi sostituendo le rotelle usurate o i fili indeboliti. Sempre in funzione, sì, ma sono rimaste solo in due, Leprottina e Padellina. La terza, Pallotta, invece vive con me. È la mia domestica. Mi serve in tutto e per tutto. Cucina che è una meraviglia, si occupa della casa. Ed ha un suo modo così materno ma anche, se posso dirlo, così sexy di carezzare il mio cranio rasato! In questo momento è di là, che mi prepara mele caramellate.
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