Il crocifisso

1257 Parole
Il crocifisso Alla mia destra non vedo nessun buon ladrone, ma la foto di una ragazza in bikini che non so se sia buona o ladrona, ma certamente è biondona, piena di grazia e ben dotata di rotondità a dir poco debordanti. Alla mia sinistra, nessun cattivo ladrone; però, inchiodato (anche lui!) in una cornice bruttarella, vedo il faccione di un signore piuttosto anziano che chiamano Presidente di qualcosa di cui ora non ricordo il nome. Ogni tanto questo faccione viene sostituito da un faccione nuovo, ma la cornice rimane sempre la stessa, bruttarella. Non so cosa ci faccio qui, da così tanto tempo. Nessuno fa caso alla mia presenza, sono pieno di polvere e bucherellato da cacche di mosca, d’altra parte arpiono ben poco di quello che accade qua intorno. Ma vedo. Davanti a me vedo scorrere le nuche di quei personaggi che, un’ora dopo l’altra, si alternano sulla predella, seduti dietro quella che chiamano cattedra. Nuche e crani di uomini e donne che, appena preso posto, prima di tutto sfogliano un gran quaderno azzurro chiamato “registro”. E poi iniziano la loro lunga chiacchierata, esasperante a causa delle tonalità gutturali che mi trapanano il cervello, ammesso che un pupazzetto come me abbia un cervello. Non riesco a guardarli bene in faccia, dalla mia posizione, li vedo dall’alto e da dietro e vedo solo quei crani stempiati e brizzolati dei maschi, oppure quelle capigliature cotonate, ritinte con false tonalità color fanghiglia o carota marcia delle signore. Sono quasi tutti vecchi, mi pare. Li vedo stanchi, aggricciati, involuti. Intorcigliati. Davanti a loro vedo una specie di platea vociante. Sfarfallante, fibrillante, sonnecchiante. Sono quelli che chiamano “allievi”. Non stanno mai fermi, stravaccati davanti a certi tavolinetti verdastri che chiamano “banchi”, si agitano continuamente. I tavolinetti verdolini sono ingombri di oggetti, mucchi di cose. Gli allievi manipolano soprattutto certi rettangoli piatti, detti smartfon o aifon, mentre dalle loro orecchie pendono dei fili attraverso i quali ascoltano voci, mi pare. Una è Jamila, una ragazza scura, con il capo coperto da un velo azzurro e il vestito lungo fino ai piedi, un altro è Chen, un piccoletto dagli occhi a mandorla, la frangetta nera e le labbra ritorte all’insù in modo che sembra sia sempre sul punto di ridere. È tifoso del Milan e arriva sempre vestito da calciatore. Poi c’è Igor, gigantesco. Sui loro banchi sonnecchiano merendine intonse, merendine sbriciolate, involucri vuoti di merendine, libri sbrindellati, quadernazzi, penne, pennacchi, pennarelli di ogni possibile tinta, gomme da cancellare, gomme da masticare, matite, matitoni, matitazze, spille, spilline, forcine, siringhe, lacci emostatici, polverine. Deborah è uno spillino. «Ma come si permette, come osa!» esclamò dopo che una malaugurata mattina il professore di Canto Inverecondo, vedendola arrivare in classe scodinzolante e tutta luccicosa di capelli imbrillantati, ebbe l’ardire di farle notare – sia pure con garbo – che il nuovo taglio di capelli non le stava poi tanto bene. Quelle furono le ultime parole che si scambiarono. Perché la piccola Deborah, già altezzosa come una cinquantenne dell’alta società, per quanto sì e no quindicenne, da quel momento non gli parlò mai più. Ma, dato che era obbligata a farlo, ha continuato a comunicare con lui solo attraverso bigliettini che gli porgeva allungando la mano col nasino all’insù. E il bello è stato che il professore, indignato ma rassegnato, le rispondeva anche lui a bigliettini! Insomma, dalla mia postazione, tante ne ho viste, appeso a questi bulloni arrugginiti. Sono loro che non mi vedono. Mi ignorano, non sanno neppure cosa sono, cosa ci faccio qui, qui inchiodato, fissato a questo muro polveroso. Ma io vedo tutto, io sono costretto a vedere. Onnivedente come sono. Anche volessi, non potrei neppure chiudere gli occhi, perché non mi hanno fatto le palpebre. E quante ne ho viste. Un giorno di traboccante primavera, le finestre dell’aula erano spalancate e dall’esterno filtrava, insieme a una nevicata di polline, quel pizzicore eccitante che si spande col profumo dell’erba. A un certo punto, mentre il professore di turno, era Forchettone mi pare, stava cercando di spiegare la teoria dei triangoli in fiore armeggiando tutto sudato con i suoi gessetti colorati, sentimmo un ronzio simile a un basso continuo di violoncello. Dalla finestra, come un piccolo dirigibile in avaria, era entrato e volteggiava un calabrone. Volava a fatica, forse ubriaco di nettare, sembrava galleggiare nell’aria senza riuscire ad avanzare. Ed ecco che, alla vista dell’insetto, la classe intera reagisce come non mi sarei mai aspettato. Scoppia in un improvviso, assurdo, clamoroso applauso! Applaudono tutti. Il professore, preso di sorpresa, esita un momento ma poi si lascia andare, sorride e applaude anche lui, senza capire. Ovazione a un calabrone ubriaco. Quante ne ho viste. Ho visto persino un professore morire. Sì, morire di colpo. Era appena entrato, il tempo di prendere posto in cattedra, e subito dopo si è accasciato. Infarto fulminante. La sedia si è rovesciata e lui è stramazzato per terra sanguinando dalla bocca. Immediatamente è arrivata una barella e l’hanno portato via. Neanche mezz’ora dopo fu rimpiazzato da un Supplente pescato in fretta in fretta in coda alla graduatoria. Si precipitò ansimando, un giovinazzo dinoccolato con i capelli a cresta. «Ragazzi a che punto eravate col programma?» Ho visto due allievi che, mentre la prof interrogava Nadia La Secchiona, si sparavano seghe con le mani sotto il banco. Ho visto Nadia La Secchiona che subito dopo l’interrogazione, in cambio di un sacchetto di patatine, si abbassava le mutandine e mostrava di nascosto il culo al compagno seduto dietro di lei. Ho visto quello seduto dietro di lei, lo spilungone dell’ultimo banco, Mattia detto Scimmia che, dopo aver regalato le patatine a Nadia La Secchiona, si piantava un ago nella vena del braccio e chiudeva gli occhi felice. Ho visto Amir, il ragazzo in carrozzina perché una mina gli ha tranciato le gambe, scaraventare un libro in faccia a Nadia La Secchiona e ho visto Nadia La Secchiona scoppiare a piangere perché il colpo le aveva sparpagliato le patatine per terra (e Mattia detto Scimmia davanti a quella scena sghignazzava felice sputacchiando saliva). Ho visto Basilisca, la professoressa di Santità Ancestrale, perdere il controllo non della classe, ma di sé stessa e ululare alla luna, scagliando al cielo urla blasfeme, come una lupa in agonia. E ho visto Chen, il piccoletto dagli occhi a mandorla, salire un bel giorno sul davanzale della finestra, rizzarsi in piedi sull’orlo del cornicione, spalancare le braccia, smilzo crocifisso vestito da calciatore, e lasciarsi cadere giù. Era stato interrogato da Forchettone e aveva preso tre. Perciò anche Chen ho visto morire. Spiaccicato sul marciapiede. Spaccato in mille pezzi. Però a un certo punto dell’anno, nei mesi più caldi, scompaiono tutti, non arriva più nessuno. Non so perché. Cala un silenzio acido. Ogni tanto qualche bidella entra per scopare o rassettare. I ragni intensificano la produzione di filìnie argentate. Scarafaggi a centinaia si inseguono per terra e si arrampicano veloci sui muri. Dalle finestre socchiuse filtra un caldo lardoso, puzzolente. Allora, non sapendo come passare il tempo, faccio grandi discorsi con la biondona in bikini inchiodata alla mia destra. Io veramente parlo solo aramaico, ma a poco a poco le ho insegnato qualche parola del mio idioma e lei prima ripeteva meccanicamente qualche frase ridacchiando per i suoni che trovava molto buffi, ma ormai mi capisce e parla con me di cose. Parla tantissimo, è un fiume. Io parlo molto meno, ma mi piace ascoltarla. Mi tiene compagnia. Discorre di creme abbronzanti, di come stendere il trucco sulle ciglia, dei balli che sa fare. Con quell’altro, invece, quello spiaccicato nella cornice bruttarella, no che non parlo mai. Non capisce niente, ma proprio niente. Sarà per via del vetro che lo copre. Il vetro attutisce i suoni, si sa.
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