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782 Parole
5 Pace e il suo accompagnatore varcarono la soglia di casa seguiti dalle note ancora distinguibili di un valzer. Al di là delle grandi vetrate, si trovarono in una sala di imponente vastità. Dappertutto sui pavimenti di marmo color cipria, sui tappeti di una sfumatura appena più scura, erano dislocate un’infinità di poltrone e divani di bambù rivestiti di stoffe di un delicato colore rosa antico. Altrettanto numerosi erano i tavoli rotondi di media grandezza anche questi in bambù color naturale. A lato della vetrata partiva uno scalone, sempre in marmo, che portava, luccicante e scenografico, al piano di sopra. Completavano l’arredo enormi giare di grès color ruggine. Contenevano piante di ficus benjamina e punteggiavano il perimetro della sala che appariva fresca e riposante e invitava alla sosta. Al centro della sala, c’era un tavolo di servizio, questo rotondo, ma assai capiente, sopra un’alzata di bellissime felci e poi bottiglie, bicchieri, secchielli del ghiaccio, e ancora vassoi d’argento ricolmi di cioccolatini e piccola pasticceria per i più golosi. – L’arredamento di questa sala, di solito è del tutto diverso – spiegò Contera a Pace. – È stato cambiato per l’occasione della festa. L’ha voluto così Maria Teresa Santi. L’idea era quella di una grande hall di albergo estivo, qualcosa di impersonale e comodo. I due uomini con un cenno del capo si separarono. Contera diretto verso un tavolo di giocatori di carte, Pace attratto da una risata di incontenibile allegria. A ridere in quel modo era Susanna Perotti, la sua risata gorgheggiante era dedicata tutta all’uomo che le sedeva accanto, quel Luca Gorini che finalmente si erano decisi a presentarle. E ora quella festa le sembrava la più elegante, la più brillante, la più riuscita che fosse mai stata data. Non si erano mai visti gentiluomini e dame così belli, pieni di spirito e intelligenti. E lei!... Si sentiva al centro di tutto perché Gorini al di là di ogni aspettativa la privilegiava. Era pieno di attenzioni, la faceva parlare, chiedeva il suo parere, su tutto. Settant’anni avevano detto. Ma che vecchio! Con quel portamento, quegli occhi che osservavano ogni cosa... Però che caldo! Lui le porse un bicchiere. – Solo un sorso – si schermì Susanna, – è delizioso, così ghiacciato, ma non devo... esagerare. Oddio le bollicine! Mi verrà il singhiozzo! – disse e vuotò il bicchiere. – Ma guarda, ti prego, guarda! – esclamò indignata Maria Teresa volgendosi verso l’amica Lidia. – Quell’uomo sembra che stia perdendo la testa per lei, mentre, è esattamente il contrario. Sta prendendola in giro e la fa bere troppo. Non mi piace. È crudele con la sua stupida ironia. – Il guaio è che lei non si accorge di nulla – commentò Lidia. – Se continua bisognerà intervenire. Come una dea compiacente, scesa tra i mortali, Flora Calò, avvolta nell’arcobaleno del suo vestito, se ne stava placidamente seduta tra gli altri ospiti. Un lieve sorriso appena accennato le aleggiava sulle labbra; si sentiva piacevolmente rilassata. Quando la sua amica Marcella le aveva parlato della festa che intendeva dare, chiedendole il favore della sua presenza, lei aveva acconsentito con qualche timore. Temeva di divenire il centro dell’attenzione degli altri ospiti, un bersaglio su cui sfogare le proprie curiosità; temeva in un contesto del genere, che le sarebbe stato difficile sottrarsi, senza venir meno alla cortesia dovuta all’amica. Pensava: mi chiederanno di cantare qualche aria, rifiuterò, insisteranno; mi riempiranno di domande, su di me, sulla mia vita privata, sui colleghi e sulla Tosca che farò... E invece niente di tutto questo, i suoi timori si erano rivelati infondati: non c’era pubblico. Le persone che le erano state presentate, quelle con le quali aveva cenato prima e conversato poi, si erano tutte comportate con gentile e assoluta non curanza nei suoi riguardi. Come se... come se non si rendessero conto di... chi era lei! La cantante non poteva sapere che Marcella, prima di quella sera aveva catechizzato le amiche: Flora è una donna schiva, un’artista ossessionata dai fans: bisognerà difenderla dalla curiosità altrui, è già stata tanto gentile ad accettare di stare con noi, non voglio abbia a pentirsene. Così non solo le amiche avevano fatto da cassa di risonanza per gli altri invitati, ma avevano anche creato un invisibile barriera di protezione intorno alla diva, tenendo alla larga i più pettegoli e curiosi. La cosa aveva funzionato talmente bene, che ora appunto, lei si sentiva rilassata. Rilassata quanto lo può essere un’artista. Incominciava anche a chiedersi: Se questo sarà il mio pubblico, quello che verrà a sentirmi a teatro, così educato e freddo, che ne sarà della mia Tosca? Eppure altre volte in questa città ho avuto grandi successi. Hanno già dimenticato?. Si stava insinuando in lei un tarlo ben peggiore, quel terribile sospetto che prima o poi tormenta ogni artista: Che ne è della mia fama? Non starò perdendo colpi! Non sarà iniziato il mio declino?.
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