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631 Parole
6 Una cameriera si avvicinò con discrezione a Pace e chinandosi verso di lui disse a voce bassa: – La signora desidera parlarle in privato, vuole seguirmi? Pace si guardò intorno e vide che Marcella effettivamente aveva lasciato la sala. Seguì la donna. Attraversarono stanze e corridoi e quando la cameriera bussò a una porta, due colpi brevi, e la porta subito si schiuse, Pace era ormai davvero incuriosito. La grossa testa dell’infermiera tedesca si sporse e l’investigatore capì l’equivoco in cui era caduto quando aveva pensato che a chiamarlo fosse Marcella. Poi la porta si spalancò e venne richiusa alle sue spalle. – L’ho messa a letto – disse l’infermiera precedendolo nella grande stanza semibuia. A terra i tappeti attutivano i loro passi, le tende di un rosso cupo erano tirate, le lacche cinesi dei mobili rilucevano appena sul nero e nell’ombra. E poi c’era il letto in fondo alla stanza, enorme, e distesa nel letto, la testa bianca contro un numero esagerato di cuscini, stava la vecchia signora. Il suo corpo emaciato occupava così poco di quello spazio da risultare quasi invisibile. Gli occhi erano chiusi e pareva morta. – Può sedere – l’infermiera indicò una sedia al lato del letto vicino a un tavolo carico di medicinali che fungeva da comodino, – non la stanchi troppo. È più forte di quel che sembra, ma non bisogna esagerare – aggiunse aprendo una porta. – Vi lascio soli, quando vuole mi bussi e la riaccompagno. Pace sedette e aspettò paziente. Finalmente lei aprì gli occhi che erano di un azzurro ormai tanto sbiadito da parere incolori, la voce invece come prese a parlare, aveva un tono autoritario simile a quello della figlia. A ogni frase doveva però inalare aria per aiutarsi nel respiro e nel far ciò emetteva un sibilo inquietante. – I giornali – disse, – è lì che l’ho vista, qualche volta li guardo ancora, più che altro le fotografie, poi Rosa mi legge. La chiamo Rosa perché è più facile – disse alludendo all’infermiera. – È stato gentile a venire. Quando ero giovane, del resto, nessun uomo ha mai rifiutato di entrare in camera mia. Il suo viso si accartocciò in tante rughe e Pace si accorse che stava ridendo. Subito dopo incominciò a tossire in modo convulso agitando una mano scheletrica in direzione del bicchiere sul tavolino. C’era anche una caraffa d’acqua e Pace le diede da bere. Bastò qualche sorso perché si riprendesse, chiuse gli occhi e si abbandonò sui cuscini. – So chi è lei, in giardino l’ho riconosciuta. Scommetto – disse riaprendo gli occhi e fissandolo, – che mi ha creduta fuori di testa, sono in tanti a crederlo. A volte è vero, mi riposo, quando sono troppo stanca mi lascio un po’ andare – disse tra sé. – Ne ho ben diritto – rimase in silenzio e Pace pensò che avesse perso il filo del discorso. Invece riprese. – Mi nascondono tutto, ma io so sempre cosa succede. Rosa parla, il dottore parla, le cameriere parlano, non si fanno scrupolo davanti a me, dicono “intanto non capisce”, e io sto a sentire, ho tanto tempo. L’ha chiamata Marcella vero? – disse cambiando tono. – Mi ha invitato alla festa, sì – rispose Pace perplesso. – È per Sveto ne sono sicura, vedrà ne scoprirà delle belle! Finalmente Marcella ha aperto gli occhi. Non doveva sposarlo, non mi ha dato retta. Ho sperato che se lo togliesse dalla testa, l’ho anche minacciata di diseredarla. Lei ha di suo, ma non quanto me, che ho avuto tre mariti tutti e tre molto ricchi – disse con orgoglio. – non mi ha dato retta. Che altro potevo fare? – Ora stringeva il lenzuolo tra le dita come volesse lacerarlo. – Sta per succedere qualcosa, lo sento, quell’uomo è pericoloso. Marcella deve stare attenta. Prometta che... La frase finì in un lamento. Il respiro si era fatto irregolare, il sibilo più acuto. Così a Pace che avrebbe voluto chiarire la sua posizione non restò che rassegnarsi e bussare alla porta per chiedere aiuto all’infermiera.
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