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1162 Parole
7 Quando Alessandro Pace tornò in sala vide che Marcella, a sua volta, era rientrata. E mentre prendeva posto poco distante da lei, sentì uno strano ciabattare. Il rumore fu udito anche dagli altri ospiti e tutti rivolsero gli occhi verso la sommità dello scalone. Una bimbetta bionda in camicia da notte stava scendendo. Con una mano si reggeva alla balaustra, con l’altra stropicciava gli occhi assonnati. Disceso l’ultimo gradino si guardò intorno. Subito una cameriera le corse incontro cercando di fermarla. – Angelo mio, ti sei svegliata? Ma non devi stare qui! Tese le braccia per afferrarla alle spalle, ma lei si staccò rapida, di un solo passo. – Impiccati! – disse chiaramente. La ragazza stupita si bloccò, non sapeva che fare. Ci furono dei mormorii, qualcuno rise. La bambina sentendosi osservata levò il capo orgogliosamente. Marcella che aveva assistito alla scena si alzò in piedi. – È Betta la mia nipotina – spiegò senza rivolgersi a nessuno in particolare. – Ha sei anni. Mia sorella è partita per una crociera e l’ha affidata a me. È una brava bambina, ma un po’ caparbia. – La guardò un momento poi, con aria esitante e voce che voleva essere affettuosa e lusinghiera, le chiese avvicinandola: – Vero che sei brava? – Impiccati! – disse ancora la bambina. – Questo te lo ha insegnato Alonso – esclamò Marcella seccata. – Non devi ripetere quello che dice. Vieni dammi la mano, torniamo su. Tattica sbagliata, pensò Pace, ora strilla. Il viso di Betta si era incupito. Gli occhi della piccola lanciavano bagliori di sfida. Le narici inalarono aria, le gote si gonfiarono. Ma non urlò. Qualcosa la distrasse perché l’uomo che in quel momento era seduto vicino a lei, fece una cosa imprevedibile: estrasse da una tasca una biglia di vetro e, tenendola tra indice e pollice, l’alzò in alto verso il viso di Betta. Luca Gorini non guardava la bambina, ma il vetro iridescente, che colpito dalle luci della sala, le restituiva e non pareva più un pezzo di vetro, ma un piccolo mondo colorato e magico. Sul viso di Betta si disegnò ora un sentimento di infantile stupore. Sempre fissando la biglia lei si avvicinò all’uomo e posò una mano sul suo ginocchio. L’elettricità nell’aria era svanita. Marcella diede un sospiro di sollievo, Pace si rilassò. – Vuoi vederla? – chiese Gorini senza abbassare la mano. La bambina fece di sì con la testa. – Però non devi toccarla. – Perché? – Se la tocchi sparisce, è fatata – disse l’uomo e chiuse la biglia nel pugno; poi issò la bambina a sedere sulle sue ginocchia. Lei lasciò fare, buona, buona. – Ora te la farò vedere ancora una volta, poi tu andrai a dormire e io andrò dalla fata mia amica e le chiederò il permesso di fartela toccare. – Quando? – La prossima volta che verrò. Sei d’accordo? – Sì. – Promesso che non la toccherai? – Giuro. E tu prometti che torni? Gorini disse di sì e aprì il palmo della mano. – Oh – fece Betta. Ma l’uomo non le diede il tempo di guardarla troppo, con un gesto veloce la intascò. – Ecco come sono i bambini – commentò Marcella. – Ha una stanza piena di giocattoli e per cosa si perde? – E ora a dormire – disse il vecchio signore. Fece cenno alla cameriera di avvicinarsi. Betta approfittò di quel momento per infilare la manina nella tasca dove era sparita la biglia. Estrasse la mano chiusa a pugno e ridendo scese dalla ginocchia del nuovo amico. Gorini tastò la tasca della giacca, poi con un dito fece un gesto di scherzosa minaccia alla bambina. Lei lasciò che la cameriera la prendesse per un braccio e insieme risalirono lo scalone. A metà si voltò e con il pugno chiuso fece ciao in direzione del vecchio signore. Poi riprese a salire ciabattando. – Grazie – disse Marcella rivolta all’uomo, – lei è stato straordinario. È così difficile saper prendere i bambini. Tutti dissero qualcosa, erano rimasti colpiti dalla scena alla quale avevano assistito. – Commovente! – esclamò Maria Teresa rivolgendosi a Lidia, – su di lui, mi ero fatta un’idea sbagliata. Peccato che non abbia avuto figli, sarebbe stato un papà e un nonno meravigliosi. Per quest’uomo da stasera le porte di casa dei genovesi si apriranno tutte, pensò Pace. Volgendosi Marcella vide Flora Calò, che aveva lasciato poco prima sorridente su di un divano, riversa sullo stesso, la testa piegata in modo scomposto. Era terrea. Sveto chino su di lei cercava di rianimarla. Marcella li raggiunse e chiese allarmata: – Oh Dio, e ora che succede? Sta male? Cosa le hai detto? – Io niente, cosa credi, ho fatto solo un complimento. Non so... è diventata pallida, poi è quasi svenuta. – Aiutami – disse Marcella rivolta alla figlia che si era avvicinata a sua volta. Annabella la ignorò, prese Sveto per una manica trascinandolo lontano verso una vetrata. – Sto meglio, ora passa – sussurrò la cantante con voce flebile. – Vuoi un dottore? Vuoi che ti porti in camera? – No, non è nulla, non spaventarti. Un abbassamento di pressione, mi succede ogni tanto, ne sono soggetta, ma il mio medico dice che non è pericoloso. Ecco vedi sto già meglio, ti prego non farti accorgere, c’è quel giornalista... chissà cosa scriverebbe. Ci mancherebbe altro a poco dal debutto. – Nessuno ha visto niente – la tranquillizzò Marcella prendendo nelle sue la mano dell’amica. – Ti sono tornati i colori del viso, ma mi hai fatto paura. – Così ci hai provato anche con la cantante! – stava dicendo Annabella a Sveto. – Ma ti è andata male, non sai che quella gli uomini proprio non li fila? – diede in una risata. – Secondo me è lesbica. L’episodio di Betta e della biglia, era stato seguito da Susanna con sorrisi di finto compiacimento. In realtà era irritata, quella bambina petulante era venuta a rubarle la scena e a distrarre l’attenzione del suo cavaliere, proprio mentre le cose si stavano mettendo tanto bene per lei. Così, non appena Betta sulla sommità della scala, facendo ancora ciao con il pugno chiuso sparì alla loro vista, Susanna pensò che era giunto il momento di riprendere quel delizioso tète–a–tète ingiustamente interrotto. Voleva riassumere il suo ruolo di reginetta della festa e dire qualcosa di molto spiritoso, un “dirindindina” ad esempio, come faceva la sua eroina preferita di quand’era ragazza, Rossella O’Hara, spalancando gli occhi tra i suoi ammiratori; invece per attirare l’attenzione del suo cavaliere che guardava altrove, ricorse ancora una volta alla risata piena di tintinnii che riteneva irresistibile. A freddo le riuscì troppo alta e sgangherata, ma non se ne diede pensiero. Sporgendosi tutta dalla poltrona, protese la coppa vuota verso Gorini. – Posso avere ancora un poco del suo nettare? – disse indicando la bottiglia posata sul tavolo accanto all’uomo. Gorini si volse a guardarla come se non la conoscesse, posando su di lei un’occhiata malevola, fredda e cattiva allo stesso tempo. – Chieda al cameriere – rispose, – questa l’ha già vuotata tutta. Del resto si vede. – Detto questo, si alzò allontanandosi. Il braccio di Susanna era ancora proteso all’aria, poi oscillò, la mano prese a tremare e la coppa rovinò a terra. Immediatamente una cameriera, sino allora invisibile, si precipitò a raccogliere i frammenti. – Non è niente! Non è niente! – disse, ma si capiva che era seccata. Pace provò pena per quanto aveva visto. Discretamente si allontanò anche lui.
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