1 Hannah
“Disattivati, dannato coso!”
Mi stavo slogando l’indice a furia di trascinare il cursore verso l’alto e di pigiare a caso sullo schermo, eppure la sveglia continuava a suonare. Avevo pregato e supplicato, ma il cellulare si era proprio impallato già da diversi minuti, tanto che non riuscivo neanche a spegnerlo. E intanto quel fastidioso trillo mi stava trapanando il cervello.
“Giuro che ti faccio volare dalla finestra, cazzo!” imprecai, sull’orlo dell’isteria.
L’aggeggio infernale credette alla minaccia o, più probabilmente, ebbe pietà di me, visto che decise di tornare a collaborare. Sollevata, cancellai subito l’allarme preimpostato per paura che mi svegliasse all’improvviso, magari nel cuore della notte, tanto per vendicarsi. Poi mi resi conto di che ora fosse e strabuzzai gli occhi.
Mezzanotte e mezza! Com’era possibile? L’ultima volta che avevo alzato la testa dallo schermo del computer c’era ancora la luce del sole!
Mi diedi una spinta all’indietro con i piedi per arrivare insieme alla sedia davanti alla finestra. La luna se ne stava rintanata dietro una spessa coltre di nubi, gravide di pioggia. Mi salutò con un timido raggio, poi sparì di nuovo, inghiottita dalle tenebre. Era in arrivo un temporale con i fiocchi e, come al solito, non avevo l’ombrello con me. Dovevo chiudere tutto e rientrare a casa, prima di ritrovarmi sotto la pioggia scrosciante e rimediare un raffreddore. Oltretutto, alle otto del mattino avevo il primo appuntamento con un nuovo cliente all’altro capo della città e non potevo né assentarmi per malattia né presentarmi assonnata.
Come Fred Flintstone sulla sua auto, tornai sgambettando alla scrivania e mandai in stampa il documento su cui avevo speso ogni mia energia residua. Nell’attesa, mi massaggiai il collo, insistendo sui punti più dolenti. La cervicale non mi dava tregua da giorni, ma avevo finito sia la scorta di antidolorifici che tenevo in ufficio sia quella di casa e non avevo voglia di passare in farmacia.
Se solo avessi avuto uno straccio d’uomo, avrei fatto a meno delle medicine! Con un olio qualunque per massaggi, purché non puzzasse di citronella, e due candele per creare un minimo di atmosfera romantica, mi avrebbe avuta ai suoi piedi. Magari si sarebbe occupato anche della cena!
Invece, niente. Ero sposatissima al lavoro, il che significava che mi toccava fare da sola e senza candele, a meno che non volessi dare fuoco alle lenzuola. L’unico olio che avrei visto sarebbe stato quello sull’insalata, se al ritorno avessi avuto la forza di mangiare qualcosina. Quanto al romanticismo… Be’, non sapevo più cosa fosse. In verità, non ricordavo neppure l’ultima volta in cui un uomo mi avesse sfiorata per più dei pochi secondi necessari a una banale stretta di mano. Forse quando ero stata dal parrucchiere, quattro o cinque mesi prima. Non ero sicura che shampoo e messa in piega contassero, ma la scelta era tra lui e il proprietario della tana per criceti in cui vivevo a Dorchester. Un omone sulla sessantina, grasso e pelato, con le mani sempre appiccicaticce, con le quali insisteva a toccarmi sull’avambraccio e sulle spalle mentre parlava. Odioso. Perciò, potendo scegliere, optavo per il parrucchiere.
Con tre bip, la stampante mi avvisò di aver finito. Spensi il computer e d’un tratto gli occhi mi bruciarono tanto da lacrimare. Era colpa mia, non avrei dovuto rileggere il documento fino a imprimerlo sulle retine, ma almeno non avevo individuato errori o sviste rilevanti e potevo esserne più che soddisfatta. Dopo mesi di indagini a tappeto e di una durissima battaglia legale in tribunale, eravamo alla resa dei conti. Come avvocato penalista, avevo dato il meglio di me per un cliente che, una volta tanto, non era un criminale incallito e questo, insieme all’ormai prevedibile assoluzione, mi ripagava di ogni sforzo. La giustizia avrebbe trionfato, grazie al mio contributo.
La sensazione era così gratificante che mi rilassai sullo schienale. Poi, cedendo al bruciore, mi stropicciai gli occhi e sulle dita comparvero due strisce nere. Uff, il trucco era ormai bello che andato, ma ero davvero troppo stanca per preoccuparmene. L’unica cosa che ancora resisteva era lo chignon alla Audrey Hepburn che avevo realizzato al mattino, contorcendomi davanti allo specchio nel tentativo di emularne uno visto su Pinterest. Con mia grande sorpresa, non si era rovinato per niente, ma dopo oltre dodici ore non ne potevo più. L’avrei disfatto volentieri, se non fosse stato che temevo di veder spuntare qualcuno che mi chiamasse Raperonzolo o Barbie. Agli occhi di alcuni colleghi maschilisti e retrogradi, infatti, essere bionda e portare i miei lunghissimi capelli sciolti significava essere una stupida da manuale. Poco importava che fossi brillante, che lavorassi sodo e mi fossi guadagnata un’ottima reputazione prima dei quaranta. Per evitare prese in giro, evitavo di offrire loro qualsiasi appiglio per criticarmi o sfottermi. Il mio povero cuoio capelluto, però, urlava pietà e quasi quasi…
Allungai bene le orecchie. La porta del mio ufficio era chiusa e non sentivo rumori di alcun tipo, ma conoscevo i miei polli e avevo due nomi ben precisi in mente: Morris e Anderson. Dovevano essere entrambi ancora alle loro scrivanie, ci avrei scommesso. Come me, quei due ambivano a diventare socio junior dello studio legale ma, a differenza mia, avrebbero fatto qualsiasi cosa per ottenere la promozione.
Per essere onesti, Anderson sembrava il più innocuo. Quando lo incontravo per i corridoi, mi salutava con educazione. Non eravamo in grande confidenza ma, nelle poche occasioni in cui avevamo interagito, si era dimostrato un vero essere umano.
Per contro, Morris era un serpente a sonagli. In ufficio, si comportava sempre come se tutto gli fosse dovuto. Fuori, era anche peggio. La sua arroganza rasentava la molestia, ma nessuno osava farglielo notare. Era il rampollo di una famiglia molto nota in città e scontrarsi con lui significava inimicarsi suo padre, cliente storico dello studio legale e il cui impero finanziario era impressionante. Il palazzo stesso in cui lavoravamo apparteneva a lui, Morris non faceva che ripeterlo.
Poiché la mia lingua era spesso tagliente e con lui, in particolar modo, mi era impossibile trattenermi, l’unica cosa che potessi fare per non avere guai o incubi notturni era evitarlo, cosa non sempre facile. Dunque, farmi sorprendere in stato semi-comatoso o mostrargli la benché minima debolezza era un rischio che non potevo correre. Era proprio lui l’idiota che adorava mettere in circolazione squallide battutine sul mio conto, e non soltanto per via della lunghezza dei miei capelli. Le mie origini lo divertivano persino di più. Dal momento che i miei possedevano un ranch e venivo dal Wyoming, mi considerava un’ignorante contadina, destinata a mungere vacche mentre allattava due bambini per volta.
Di recente, ero tentata sempre più spesso di dimostrargli di cosa fossimo capaci, noi del Wyoming. Da brava figlia di un vero cowboy qual ero, non mi sarebbe dispiaciuto esibirmi per lui, per esempio lanciandogli il lazo intorno al collo, atterrandolo e trascinando il suo culo moscio lungo tutta la proprietà!
Sorrisi tra me di quella fantasia così colorita e, purtroppo, irrealizzabile, se non altro perché non avevo un lazo a portata di mano. E poi era trascorsa davvero un’eternità dall’ultima volta che ero salita a cavallo o avevo lavorato al ranch.
Il Moonshadow, l’orgoglio della mia famiglia da generazioni.
Nel sentirne parlare o vedendone qualche fotografia, qualunque donna avrebbe soltanto pensato a un paesaggio bucolico, a uomini sexy in sella a poderosi cavalli, persino al sesso sfrenato tra le balle di fieno. Qualche collega mi aveva chiesto se fosse così che vivessimo, come conigli sempre in calore. Quelle, però, erano immagini offensive, prive di qualsiasi fondatezza.
Io sapevo com’era, com’era davvero.
La terra, per esempio, era verde e sconfinata come nei film, ma bisognava ararla, coltivarla e prendersene cura di continuo, se si voleva ottenere un raccolto decente. Quanto ai cowboy, anche quando erano di bell’aspetto, non avevano tempo da perdere in chiacchiere, tanto meno per flirtare tra le scomodissime e pungenti balle di fieno. Si alzavano prima dell’alba e non avevano soltanto i cavalli da portare al pascolo, ma molti altri animali dei quali occuparsi fino a sera, quando crollavano per la fatica. Per chi restava al ranch, invece, c’erano le stalle da pulire, le visite veterinarie, e a questo si aggiungeva l’amministrazione quotidiana, sempre carica di imprevisti. Era una vita dai ritmi serrati, che non faceva sconti a nessuno e che, ormai, non era più neppure la mia.
Per un breve momento, chiusi gli occhi e visualizzai il Moonshadow così come l’avevo visto l’ultima volta: ammantato dal buio della notte, con un cielo puntellato di stelle a rischiararlo. C’era un’enorme tavolata sul portico posteriore, per festeggiare la fine del raccolto. Musica country in sottofondo, gente che rideva, che mangiava e ringraziava di reggersi ancora sulle proprie gambe. Perché lavorare in un ranch significava anche viverci. Viverci per sempre, senza sapere o poter fare altro. E quel tipo di esistenza non era adatta a tutti. Solo i più forti resistevano. Loro, o quelli più ostinati e orgogliosi, come mio padre.
Non mi capitava spesso di cedere alla nostalgia, perché celava trappole insidiose, di quelle che saltavano fuori all’improvviso e ti si allacciavano intorno al cuore, strangolandoti senza pietà. Per questo, respinsi subito quelle immagini che stavano riaffiorando a ritmo incalzante nella mia memoria e tornai a rivolgere la mia attenzione all’arringa che avevo appena ultimato.
Speravo che avrebbe impressionato tutti, inclusi i miei capi, che sarebbero stati presenti in aula. Usare una citazione in latino all’inizio e in chiusura poteva farmi apparire supponente, soprattutto considerando che la maggior parte dei giurati possedeva un livello culturale appena sufficiente, ma chi non conosceva il detto Homo homini lupus? I media stessi ne avevano abusato, perché il mio assistito, il signor Prytula, era alto, bello, tenebroso e annientava i concorrenti con una spietatezza degna di un lupo, appunto. In questo modo, avrei usato il detto a nostro vantaggio. Inoltre, il testo era ben bilanciato, semplice e d’impatto. Volevo che i giurati capissero che ciò che era successo a Prytula sarebbe potuto succedere a chiunque di loro, nonostante la differente estrazione sociale. Che gli errori giudiziari esistevano davvero. Infine, che solamente un essere umano poteva vedere al di là delle apparenze e delle bugie, specialmente di quelle raccontate ai danni di Prytula, cogliendo l’unica verità possibile: il mio assistito era innocente.
Eh sì, quell’arringa era una bomba! A voce alta non mi sarei mai vantata, non sarebbe stato nel mio stile, ma in cuor mio sapevo che, alla fine del processo, l’avrei incorniciata. Speravo anche che a Smith sarebbe piaciuta. Dei soci più anziani, era il più ostico, sebbene di recente si fosse ammorbidito nei miei confronti. Magari, dopo la vittoria della causa, avrebbe smesso di guardarmi storto e iniziato a ritenermi all’altezza della posizione alla quale ambivo.
Del resto, non ero arrivata là per caso. Ero stata una delle fortunate vincitrici della loro borsa di studio, il che non era niente male per una sprovveduta ragazza del Wyoming! Tra la laurea triennale e la scuola di legge, avevo passato sette lunghi anni sui libri. Mi ero barcamenata tra numerosi lavoretti occasionali, dormendo a malapena qualche ora per notte. Pur di non pesare sui miei genitori, che non navigavano certo nell’oro, avevo risparmiato come una laboriosa formichina, rinunciando a tutto. Hobby, vacanze, divertimenti: per me, non esisteva niente, se non lo studio.
Naturalmente, a furia di risparmiare e di ingobbirmi sui testi scolastici, mi stavo autodistruggendo, fino al giorno in cui il mio mentore, MacCallister, non si era accorto di quanto fossi sfinita e mi aveva rimediato un lavoro decente dietro la scrivania. Avevo faticato come un mulo, ma dopo l’ammissione all’Ordine degli avvocati era andata molto meglio. Da tre anni ero stata assunta a tempo pieno, avevo un ottimo stipendio e con la conclusione di quell’ultimo caso avrei finalmente raggiunto il mio obiettivo: essere il nuovo socio junior della Smith, MacCallister e associati, con tutti i benefici, anche finanziari, che ne sarebbero derivati.
Era questione di pochi giorni e niente doveva andare storto. L’agognata meta era vicina, tanto che riuscivo già ad assaporare il dolce gusto del successo. Adesso, mi serviva solamente un po’ di riposo, prima dello sprint finale.