Fiduciosa nel mio futuro perfettamente programmato, mi rimisi in piedi e le mie ossa scricchiolarono. Assurdo, non avevo trent’anni eppure cigolavo come il vecchio frigo dei miei! Infilai nello zaino le stampe dell’arringa, tanto l’avrei riletta altre mille volte a casa, e mi decisi a calzare le scarpe, reprimendo un gemito. Non erano strette, ma dopo ore di libertà i miei piedi rifiutavano di sottoporsi di nuovo a quella tortura.
Odiavo i tacchi. Di qualunque forma e altezza, proprio non li sopportavo. Mi ero arresa ad acquistarli quando adottare un abbigliamento formale ed elegante si era reso necessario, ma li toglievo non appena nessuno mi guardava. Tra l’altro, tendevo a scegliere modelli alla moda che, dopo il primo utilizzo, si rivelavano veri e propri strumenti di tortura medievale. Per non parlare delle distorsioni che avevo preso all’inizio! Morris ci aveva addirittura creato un paio di stupide barzellette, dipingendomi come un dinosauro che calzava Louboutin. Era un’esagerazione mirata a ridere a mie spese, ma non potevo aggirarmi per lo studio o in tribunale con le pantofole, sebbene fossi tentata. In fondo, ero soddisfatta del mio metro e settanta. E ai centimetri in più avrei preferito un’andatura più stabile, più comoda…
Di punto in bianco, mi tornarono in mente quei consumati stivaletti di cuoio, alti fino al polpaccio e con un tacco quasi inesistente, che ero solita calzare al ranch. Che cavalcassi oppure andassi a scuola, li portavo sempre, senza mai stancarmene. Adoravo soprattutto abbinarli alle gonne presenti nel mio ridotto guardaroba. Anche se all’epoca ero più in carne e me ne vergognavo, in quel momento il mio disagio svaniva come per magia. Gli stivali mi facevano sentire una donna seducente e sicura di sé, sebbene il cuore e l’esperienza fossero quelli di una ragazzina ingenua. Una volta, avevo rischiato di portarmeli persino a letto, perché ero così stanca che non riuscivo a sfilarli. Dovetti mettermi seduta, sollevare le gambe e farmi aiutare da…
Prima ancora che le lettere del suo odiatissimo nome si raggruppassero nella mia mente, il suo volto mi apparve davanti agli occhi, vivido come se fosse là, a due centimetri da me.
Sobbalzai, la saliva mi andò di traverso e, mentre tossivo convulsamente, una diversa e più infida serie di ricordi mi si riversò addosso, rovente e inarrestabile.
La sua voce, morbida, pacata e così profonda da stregarmi.
I suoi occhi di un azzurro cristallino, sempre inquieti come un mare che minacciasse tempesta.
I suoi baci, leggeri come piume o tanto appassionati da rubarmi il fiato e l’anima.
In un solo istante, mi ritrovai a rivivere i nostri incontri furtivi all’alba, le cavalcate spensierate al tramonto, le passeggiate lungo i campi. Rividi la nostra piccola scuola, gli angoli nei quali ci piaceva appartarci e quel continuo cercarsi con lo sguardo, sognando di poterci amare liberamente, come due adulti…
Il sorriso che aveva incurvato le mie labbra all’insù, al pensiero di quanto la mia vita fosse vicina alla perfezione, divenne una smorfia d’incontenibile dolore. Il passato prese a vorticare intorno a me come un tornado e d’un tratto persi l’equilibrio. Mi ressi alla scrivania per non cadere, ma ormai era troppo tardi. Lo avevo sospinto nell’angolo più remoto della mia coscienza, eppure lui era riuscito a riemergere. A rubarmi l’aria, la gioia di vivere, la pace. Ancora lui. Sempre lui.
Avevo il suo nome sulle labbra, ma non riuscivo a pronunciarlo, in quel momento. Non potevo. Sarebbe stato come evocare un fantasma capace di prendere corpo e infestarmi la vita, rendendola un vero inferno.
Ecco cosa succedeva, quando abbassavo le mie difese e davo spazio alla nostalgia. Ed ecco perché cercavo di non farlo mai. Quando m’illudevo di aver finalmente reciso ogni legame con il passato, quello arrivava all’improvviso e sbam! Mi colpiva dove faceva più male, sfruttando tutta la sua potenza di fuoco. Ero sopraffatta da emozioni così pungenti da avere la pelle d’oca. Mi strinsi nelle braccia, tentando di calmarmi, ma udii un rumore, una risata improvvisa, e mi voltai di scatto. Mi parve di rivederlo in quel pallido raggio di luna che penetrava della finestra, mentre gettava la testa all’indietro e metteva in mostra quella gola che ogni giorno radeva per non graffiarmi il viso, e che io ogni giorno baciavo, docile come un puledrino innamorato.
Cioè, adesso hai le allucinazioni? Brava! Finirai come Van Gogh, a tagliarti un orecchio con il rasoio per regalarlo a qualcuno. A Morris, per esempio, farebbe piacere tenerlo sulla sua scrivania come fermacarte.
Il mio innato sarcasmo riuscì a fare irruzione tra i miei sensi in subbuglio e a ridarmi un pizzico di lucidità.
Ero pietosa. Com’era possibile che, a distanza di dieci anni e dopo tutti gli enormi sforzi che avevo fatto, pensare a lui mi rendesse tanto debole da perdere il controllo? Che senso aveva ricordarsi dei larghi sorrisi che regalava solamente a me, delle sue mani che s’infilavano timide sotto il mio maglione, dell’irresistibile dolcezza con cui pronunciava il mio nome? Nessuno. Lui non faceva più parte del mio presente, né avrebbe avuto posto nel mio futuro. Tra noi era finita da un pezzo. Ed era molto meglio così.
Scrollai il capo come un cane bagnato e mi schiaffeggiai sulle guance con una certa energia. Era colpa dello stress, non c’era altra spiegazione. Dovevo tornare con i piedi per terra, aggrapparmi alla realtà. Sì, quella specie di tunnel temporale che si era riaperto nella mia mente cercava di ammaliarmi con ogni sorta di immagini di repertorio. Ma io non ci sarei cascata un’altra volta, perché sapevo che, alla fine, non vi avrei trovato alcuna luce. Nessun chiarimento, nessuna felicità. Solo atroci sospetti, terribili menzogne e un dolore insopportabile, che ancora mi bruciava l’anima. Perché la verità era che avevo provato in ogni modo a cancellare tutto ciò che lo riguardava, che riguarda lui, ma niente era servito allo scopo. Quel bugiardo era riuscito a insinuarsi sotto la mia pelle, dentro la mia carne, seppellendosi tanto in fondo alla mia coscienza da non poterne più uscire. Mi aveva morsa appena e gettata via, come una mela troppo acerba per i suoi gusti. E sì, mi aveva distrutta, ma non gli avrei permesso di condizionare il futuro che con tanto impegno stavo costruendo per me stessa!
Per resistere alla forza di attrazione di quello squarcio nel passato, enumerai una dopo l’altra le ragioni per le quali, una volta lasciato il Wyoming, avevo sempre guardato avanti e mai indietro. L’ambizione, per esempio. La voglia di diventare qualcuno e di avere successo lontano da casa. La solidità economica, la necessità di provare a me stessa che niente era impossibile. In effetti, avevo ottenuto ciò che desideravo, nei tempi prestabiliti e meglio di chiunque altro nella mia posizione. In apparenza, la mia vita era ineccepibile, senza sbavature, però… Ero sempre ben attenta a non guardare troppo da vicino, perché sapevo di aver pagato un prezzo salato per quella carriera scintillante.
Ero paurosamente sola.
Colleghi a parte, per i quali non nutrivo alcun tipo di interesse, dovevo ammettere che non c’era stato spazio per l’amore a Boston, né per le amicizie durature. Ogni volta che provavo a instaurare un rapporto, le cose andavano male. La mia diffidenza e l’incapacità totale di legarmi a qualcuno rendevano difficile il dialogo. Inoltre, il fatto che trascorressi tutto il mio tempo studiando o in ufficio, dimenticandomi di appuntamenti e occasioni speciali senza mai dispiacermene davvero, non deponeva a mio favore. Alla fine, anche l’amica più intima o il corteggiatore più tenace era stato costretto ad arrendersi. Perciò, senza che me ne accorgessi, anno dopo anno ero quasi diventata una eremita e la mia sola, vera compagnia era il codice penale. Avevo a malapena delle piante e, a ben pensarci, non ero sicura che fossero ancora vive.
Forse per questo motivo quel farabutto era riapparso tra i miei pensieri. Aveva trovato uno spazio vuoto e ci si era infilato. Ma dietro la tenerezza, l’allegria e l’ingenuità legati al ragazzo che avevo creduto essere la mia anima gemella, si nascondevano il rancore, la rabbia, le paure. Se fossi caduta nel tunnel, mi sarebbe toccato affrontare dubbi laceranti, forte depressione e altre lacrime amare con cui avrei inzuppato il cuscino. Non potevo permettermelo, non adesso che la mia carriera era arrivata a quella svolta decisiva.
Seppure fossi ancora scossa, indossai la giacca, raccolsi la mia roba e uscii spedita dall’ufficio. Dovevo fare una capatina in bagno, ma preferii trattenermi. Volevo andare a casa e fare un bagno rilassante. Prima, però, dovevo arrivarci e non sarebbe stato facile. Infatti, come avevo presunto, non ero sola. Non feci in tempo a fare due passi oltre la soglia che Morris il pagliaccio mi saltò davanti.
“Ehi, occhi a panda, dove vai così di corsa?”
Occhi a panda? Ah già, il mascara! Agitai una mano senza neppure guardarlo e mi diressi verso l’ascensore. Lui, purtroppo, fu più rapido e mi sbarrò la strada. Un metro e novanta di muscoli pompati e aggressività. Colpa degli steroidi, in ufficio si vociferava che ne facesse uso e che per questo fosse sempre così velenoso.
“Ma come, Malloy, vai a nanna? Sei sicura di aver scritto tutto ciò che dovevi?”
“Mi hai spiata?” gli domandai ironica, ben sapendo che la risposta sarebbe stata affermativa.
“Io non spio, ma come ogni buon capo è giusto che mi assicuri che i dipendenti non battano la fiacca.”
Sollevai gli occhi al cielo e sbuffai.
“Primo, non sei il capo di nessuno, nemmeno di te stesso, se vogliamo dire le cose come stanno. Secondo, pur di non essere una tua dipendente, mi licenzierei. Terzo, la mezzanotte è passata da un pezzo. So che in Morrislandia è sempre ora di far festa, ma ogni tanto sforzati di guardare l’orologio. Ormai è notte fonda.”
“Oppure, dal mio punto di vista, il giorno in cui diventerò socio dello studio” commentò, esibendo quel ghigno arrogante che non si toglieva mai dalla faccia.
“Ah, quindi leccare il culo ai capi durante il pranzo di oggi è servito?” mi sfuggì.
“Puoi dirlo forte, mi hanno letteralmente adorato!”
Gongolava, addirittura, e senza la minima vergogna. Era così che otteneva i casi più interessanti, ormai lo sapevamo. Lusingava i soci volteggiando come un avvoltoio sulle loro teste, spesso intrufolandosi dove non era stato invitato. Una volta, secondo Anderson, persino nel bagno, mentre Smith urinava.
Io non sarei mai scesa tanto in basso. Non ero stata assunta dietro raccomandazione, ma per merito. Mi dedicavo con metodo e pazienza ai casi che mi venivano affidati e non distoglievo mai l’attenzione dai miei clienti. Li ascoltavo, li consigliavo e, a volte, li coccolavo nel cuore della notte, con estenuanti telefonate alle quali, al mattino, mettevo rimedio con il caffè più forte che Boston potesse offrire. Un espresso peruviano-messicano che avrebbe riportato in vita uno zombie. Al di là di questo limite, non mi spingevo mai. D’accordo, non avevo svaghi, né una relazione che potesse definirsi tale, ma possedevo una certa integrità. Valori solidi, irrinunciabili.
Morris, invece, non aveva limiti, né valori. Non faceva che pavoneggiarsi per meriti inesistenti, criticandoci alle spalle per le nostre performance, da lui definite sotto lo standard, e senza mai farsi scoprire dai nostri capi.
“D’accordo, sai cosa ti dico? Auguri per la tua promozione!” borbottai, sperando di togliermelo davanti.
“Fai bene a congratularti, Han Solo. Anche perché presto sarai sotto di me…”
La sua allusione aumentò a dismisura la mia nausea e non riuscii più a trattenermi.
“Nei tuoi sogni, forse. Nei miei, no di certo. E smettila di chiamarmi così, è infantile.”
“Dici? A me Star Trek è sempre piaciuto!”
Mi si accapponò la pelle. Ecco cosa si otteneva a discutere con un imbecille. Avrei dovuto spiegargli la differenza tra Star Trek e Star Wars? Forse, ma dubitavo che l’avrebbe compresa.
Tuttavia, il fatto che continuasse a considerarmi una sprovveduta contadinella poteva andare a mio vantaggio. Morris era convinto di potermi intimorire, ma io ero nata e cresciuta in un ranch. Come diceva mio padre, noi Malloy avevamo spalle larghe e un fucile sempre carico a portata di mano. Mi aspettavo il peggio da lui, per questo pensai che, se avesse continuato a starmi addosso e a vantarsi con tale arroganza, avrebbe potuto commettere qualche stupidaggine. Una mossa falsa, una parola di troppo… Sarebbe stata la sua fine.