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2039 Parole
Con un briciolo di speranza, sbloccai il cellulare che avevo in mano e attivai il registratore. Il fucile, purtroppo, era rimasto in Wyoming. “Ehi, velociraptor Malloy, perché non mi dici cos’hai scritto con tanto impegno?” mi canzonò. Mimò la mia andatura barcollando in modo esagerato, poi allargò di nuovo le braccia per impedirmi di superarlo. “Perché non ne ho voglia. Ti sposti, per favore?” “Che fretta hai? Non dovrai mica tornare in Montana, vero Hannah?” “Le tue false rime diventano sempre più stupide” gli feci notare, riuscendo finalmente a svincolarmi. “E poi io sono del Wyoming.” “Be’, potrei trovarne altre più divertenti. Che ne dici di Hannah mangia banana? Ti piacciono le banane?” Accompagnò la frase con un gesto fin troppo eloquente e così volgare che distolsi lo sguardo. Avrei dovuto registrare un video, almeno si sarebbe visto in quale modo schifoso si leccasse le labbra e mimasse un lavoretto di bocca. “Sei un emerito deficiente. Un troglodita. Come hai fatto a prendere una laurea con lode, te l’ha comprata papà?” sbottai, disgustata. “Avete preso da mangiare?” domandò d’un tratto Anderson, affacciandosi dal suo ufficio con un’espressione tutt’altro che sveglia. Evidentemente, sentire nominare del cibo lo aveva destato dal suo sonnellino. “Buonanotte” gli augurai comunque a denti stretti, ignorando Morris. Ripresi a camminare, fingendo di non sentire le sue disastrose assonanze, quando il mio telefono squillò. “Il fidanzato ti cerca?” gridò proprio dietro di me. “Con chi ti vedi? L’architetto del secondo piano? Oppure è il ragazzo dei panini? Ho visto come lo guardi, viziosa montanara!” “Piantala!” sbraitai, dandogli una gomitata. “Ma no, è impossibile” riprese, schivandola. “Tu non ce l’hai un uomo. Nessuno sano di mente ti vorrebbe.” Nell’udire l’ennesima offesa, ebbi una terribile fitta al petto. Un uomo c’era stato, invece, e mi ero convinta che mi volesse davvero… Prima del dolore. Del tradimento. Ricacciando indietro il ricordo, gli mostrai il medio, pur continuando a camminare. “Non sforzarlo, so che quello lo usi per darti piacere! Oppure voi del rurale nord siete abituati a qualcosa di più… animalesco?” I piedi mi s’incollarono bruscamente al pavimento. Eh no, quello era davvero troppo! Presa dalla rabbia, mi voltai e tirai fuori la verità. “Basta così, Morris, sto registrando tutto! Stavolta sei finito!” Che errore madornale! All’improvviso, cambiò espressione e con un balzo degno di un atleta olimpico mi saltò addosso, strappandomi il telefono dalle mani. “Come ti permetti! Ridammelo!” Opposi resistenza, mi aggrappai alla sua giacca e tirai, ma lui lo sollevò in alto, tenendomi a bada con l’altro braccio. “Registra questo, stronza!” Lo scagliò a terra con violenza e io cacciai un urlo che sentirono anche in Cina, ma Morris serrò le sue manacce sulla mia vita. “Guarda, Anderson! Piccolo panda si sta arrabbiando! Allo zoo sapranno che è scappata?” Il nostro collega non credeva ai propri occhi, ma reagì con prontezza correndoci incontro. Per nulla preoccupato, Morris mi sollevò di peso e mi sballottolò come un piumino per la polvere. La sua forza era inquietante e capii subito che, se avessi continuato a ribellarmi, si sarebbe sentito incitato a umiliarmi e deridermi più di quanto non avesse già fatto. Quando, però, mi fece cadere lo zaino e udii il terribile tonfo del mio computer personale, tra l’altro nuovo di zecca, persi il lume della ragione. Infuriata e stanca dei suoi soprusi, gli sferrai un bel calcione sugli stinchi. Le mie scarpe erano scomode, ma cavoli, se potevano far male! Morris mi lasciò, facendomi cadere, quindi si chinò e cominciò a fare una scena esagerata, sbraitando che ero matta e che me l’avrebbe fatta pagare. Anderson, sconcertato, prima venne in mio soccorso, poi afferrò lui per la collottola e lo trascinò a una certa distanza, intimandogli di calmarsi. Grata per il suo intervento, mi affrettai a riprendere lo zaino e il telefono. Non avrei mai creduto che Morris si sarebbe spinto a tanto, ma almeno avevo ciò che mi serviva per dimostrare ai nostri capi che tipo fosse, in realtà. Il telefono riprese a squillare mentre mi accertavo che non si fosse rotto. Il numero era sconosciuto, ma aveva il prefisso del Wyoming. “Pronto?” ansimai, dirigendomi senza indugio verso l’ascensore, i cui battenti si aprirono non appena premetti il tasto per chiamarlo. “Hannah, cara, sono io. Ti disturbo?” “Mamma!” esclamai, sorpresa. Prima di chiederle altro, mi voltai e vidi Anderson che strattonava Morris, ancora imbestialito, impedendogli di tornare alla carica. Mi fece cenno per dirmi che ci avrebbe pensato lui, ma dubitavo che la questione fosse finita là. All’indomani, avremmo avuto entrambi una bella gatta da pelare. Gli mimai un grazie ed entrai in ascensore. “No, non disturbi, figurati!” Spinsi il pulsante per scendere e mi rilassai sulla parete specchiata. “Come mai chiami così tardi? Ah, scusa, dimentico che voi siete due ore indietro. Non avrò di nuovo saltato la nostra telefonata settimanale?” “No, figliola, non l’hai dimenticata. Sei ancora al lavoro?” “Sto uscendo adesso. Parla più forte, sono in ascensore” la pregai. La voce di mia madre Lori non mi era mai sembrata così flebile. Controllai la ricezione, che era al massimo. Che si fosse ammalata? “Hai preso uno dei tuoi soliti raffreddori? Di chi è questo numero? Non mi sembra di conoscerlo…” Mia madre sospirò. Ebbi l’impressione che coprisse il telefono con la mano e trattenesse un singhiozzo. Un brivido mi fece accapponare la pelle. “Mamma?” “Sono in ospedale, Hannah. Questo è il numero del reparto. Stamattina, sul presto, tuo padre si è sentito male, così ho chiamato un’ambulanza. Adesso è ricoverato e…” “E cosa?” Esitava, come fosse spaventata. Io avevo iniziato a tremare. L’ascensore si riaprì nella hall. Turbata com’ero, non risposi neanche al cortese saluto del portiere notturno e a passo svelto uscii dall’edificio. Speravo ancora di aver capito male. “Ha avuto un brutto infarto. È stato subito operato, ma i medici mi hanno… Mi hanno chiesto di avvisare i familiari più stretti perché…” Non riuscì a terminare la frase perché scoppiò a piangere a dirotto. Provò a farfugliare qualcos’altro, ma non fu necessario. Mia madre non era una persona emotiva e dentro di me intuivo che quello non era uno scherzo, non era uno sbaglio. Mio padre Mack, l’uomo più forte, più caparbio, più dolce al mondo, era in ospedale, in fin di vita. Era assurdo. Impossibile. Paralizzata dalla notizia, faticai a incamerare ossigeno, come se i miei polmoni avessero smesso di funzionare. “Quanto tempo gli resta?” riuscii a mormorare, ma lei non mi sentì. In fondo, parlare ancora non sarebbe servito a niente. Se i medici avevano ritenuto opportuno farmi chiamare, la situazione era disperata. Sapevo con esattezza cosa dovevo fare. “Prendo il primo volo per il Wyoming” le annunciai ad alta voce, sperando di sovrastare il suo pianto. “Ci sei, mamma?” “Sì, sì. Scusami, figliola, davvero. Non volevo scombussolarti i piani, ma non ho avuto scelta. Speravo fosse solamente una sciocchezza, un malore passeggero. Non potevo prevedere che stavolta sarebbe stato così grave.” “Stavolta?” replicai, sconvolta. “Quanti altri infarti ha avuto papà?” Silenzio. Un silenzio raggelante, che mi fece presagire il peggio e desiderare di avere le ali per poter essere già accanto a loro. Poi mia madre si schiarì la voce. “Ne parliamo quando sarai qui, se non ti dispiace. Adesso devo andare da lui.” Stava chiaramente sviando il discorso. Proprio lei, che prendeva la vita sempre di petto! Qualcosa non tornava e il mio radar antibugie si attivò, ma mi guardai bene dall’insistere. Con mia estrema perplessità, mormorò altre scuse, quasi fosse convinta che mi stesse costringendo ad andare alla ghigliottina, ma come poteva pensarlo? Non ero un’estranea, ero sua figlia! Con quale faccia tosta avrei mai potuto voltare loro le spalle? Li amavo e lasciarli da soli ad affrontare quella tragedia sarebbe stato inaccettabile. “Vai, certo, io arrivo presto. Ci vediamo all’ospedale, siete al Washakie Medical Center, immagino.” “Sì, quello. Devi salire al terzo piano, in terapia intensiva.” Le ultime due parole mi fecero ripiombare in uno stato di gelida immobilità. Di recente, avevo visitato uno dei miei assistiti in quel tipo di reparto ed era stata un’esperienza a dir poco traumatica. Immaginarci mio padre rendeva tutto più tragico. Dovevo affrettarmi, raggiungerlo prima che… che fosse troppo tardi. Ingoiai il mio magone e la salutai, restando pietrificata sul marciapiede. Sebbene fosse notte, Bromfield Street era ancora abbastanza trafficata. Tutta Boston era sfavillante di luci, di colori, di odori. Pullulava di stimoli che, a distanza di anni, ancora non avevano avuto effetto su di me, se non marginalmente. Eppure, era là che vivevo. Ed era stata una mia precisa scelta. Avevo persino intenzione di acquistare casa, in cui vivere un giorno con il mio futuro compagno. Poco importava che, al momento, la mia camera da letto fosse una landa desolata e che gli unici fidanzati che avessi fossero immaginari. Speravo che, prima o poi, un uomo in carne e ossa mi avrebbe aiutata a superare i traumi del passato e chissà, a farmi innamorare. E sullo sfondo di quella storia d’amore non ci sarebbero stati cieli sconfinati, ma i grattacieli di Boston, i suoi edifici ricchi di storia e la sua pulsante energia. Bella questa favola, Han. La trovo in ebook su sss? La mia caustica razionalità bussò spazientita alla porta della coscienza, per farmi tornare con i piedi per terra. Il sogno a occhi aperti in cui mi perdevo di tanto in tanto svanì all’istante e venne sostituito altrettanto rapidamente da un’amara serie di previsioni. Ero un avvocato ed ero abituata non solo a valutare i fatti, ma anche a prevenire i problemi. Diversi scenari futuri stavano prendendo forma nella mia testa ed erano uno peggiore dell’altro. Soprattutto, per quanto lo desiderassi, nessuno di loro prevedeva che tornassi a Boston a stretto giro. Avvertii di nuovo un fremito oscuro, come un brutto presentimento, e il tunnel temporale ancora stabile nella mia anima avvolse le sue dita intorno alla mia gola, pronto a stringere. Finalmente stava ottenendo ciò che io più temevo: che tornassi in Wyoming, nel luogo da cui ero scappata con la testa piena di sogni e il cuore a pezzi. Solo che, stavolta, ci sarei tornata per davvero, non solo con la fantasia. Piena di angoscia, ripresi a camminare sotto una leggera pioggia fino alla vicina Washington Street, poi vidi arrivare un taxi e sollevai il braccio per chiamarlo. Non mi capitava spesso di farlo, in genere prenotavo un Uber o prendevo la metro, ma il taxista si fermò proprio davanti a me. Un altro segno che il destino volesse portarmi altrove, forse. Entrai, diedi il mio indirizzo e sbloccai di nuovo il telefono. Il registratore era in pausa e lo chiusi con un gesto stizzito. Le molestie di Morris adesso mi sembravano ben poca cosa, rispetto alla paura che mi attanagliava lo stomaco. Aprii, invece, l’app delle note e iniziai a segnare tutto ciò che dovevo fare, prima di partire. Al primo posto della lista c’era, naturalmente, MacCallister. Dovevo avvisarlo della mia partenza, chiedergli di scusarmi con Prytula e, dulcis in fundo, di trovare qualcuno che mi sostituisse per l’ultima giornata in tribunale. “Fanculo!” sbottai, attirandomi uno sguardo poco simpatico dal taxista. “Mi scusi” aggiunsi mortificata. Avevo scritto una delle mie arringhe finali più belle e ora stavo per comunicare che non sarei stata io a pronunciarla in tribunale. MacCallister ne sarebbe stato deluso e Smith… Be’, lui sarebbe tornato a fissarmi con ostilità, come se volesse ricordarmi che non appartenevo a quel mondo e mai sarei riuscita a integrarmi. Lo stesso Prytula, per quanto fossimo in ottimi rapporti, avrebbe potuto protestare, creando un certo scompiglio nel vedersi cambiare legale proprio sul finire della causa. E durante il mio periodo di lontananza, la cui durata dipendeva da molteplici fattori esterni, Morris e Anderson si sarebbero contesi quel posto che tanto desideravo…
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