CAPITOLO TRE
Quattro leghe a nord del novantaseiesimo cancello di Karnopolis c’era un piccolo stagno circondato da alberi. Nessun rospo gracidava sulle sue rive piene di canne. Nessun insetto scivolava sulla sua superficie vitrea. Il livello delle sue acque oscure non cambiava mai, né nei più caldi e secchi mesi estivi né dopo le violente piogge primaverili. Era un luogo senza vita, perché non era realmente uno stagno, ma un cancello, simile a quello che conduceva in città, soltanto che quel cancello connetteva due mondi.
Il fosso giaceva tra i boschi e solo una volpe vide il negromante chiamato Balthazar cavalcare fuori dal laghetto. Emerse perfettamente asciutto e si fermò per un momento sulla riva, i capelli scuri mossi dal vento. Alla volpe non piacque l’odore né dell’uomo né del suo destriero. Puzzavano di spiacevole magia. Ladri di cuori, pensò la volpe, mentre tornava correndo silenziosamente dai suoi cuccioli.
Balthazar prese un profondo respiro, assaporando l’aria della foresta. Abbandonare il Dominio gli lasciava sempre un forte senso di sollievo. Le terre dell’ombra gli rubavano una parte di sé, una parte intangibile ma importante, e lui era grato di riaverla indietro. Era tornata in lui con un tonfo mentre attraversava i confini scintillanti della superficie dello stagno: la sua magia, quella che aveva.
Quella era la prima ragione per cui Balthazar era lieto di essere tornato nel mondo terreno. La seconda era rappresentata dalle cose che si muovevano nel Dominio tra i portali, cose che davano la caccia alla sua specie e, anche se Balthazar si occupava di morte, non gli piaceva particolarmente pensare alla sua. Quella volta era stato fortunato. Nessuna creatura aveva fiutato il suo odore, in parte grazie al talismano del Viaggio che portava in tasca. Il tragitto da Bactria era stato il più lungo che avesse mai percorso nelle terre dell’ombra, quasi un intero giorno. Ma gli aveva risparmiato due settimane a cavallo, e l’istinto gli diceva che il tempo stava per scadere.
Anche il cavallo era contento di esserne uscito. Nitrì debolmente, annusando l’erba sulla riva dello stagno. Quello era un giorno piacevole, e il negromante era di buonumore mentre cavalcava fuori dai boschi e trovava la strada per la città. Più si avvicinava alla muraglia, più diventava denso il traffico sulla via, ma nessuno gli diede una seconda occhiata, eccetto per chiedere una veloce benedizione. Balthazar ottemperava con un sorriso paterno. Indossava le vesti bianche di un magus e conosceva a memoria le assurdità del ruolo.
Karnopolis era cambiata poco dall’ultima volta che era stato lì, anche se erano ormai passati due interi secoli. Era una delle città più antiche del mondo conosciuto e trasudava la pigra arroganza di un gatto riscaldato dal sole. Le principali novità che Balthazar poté notare erano l’austera Sala dei Numeratori e la più piccola Tomba del Profeta. Entrambe erano vicine al Tempio dei Magi, la sua destinazione.
Balthazar si fermò quando raggiunse l’enorme edificio di marmo e si concesse un momento per guardare gli ampi gradini e l’andirivieni degli inutili sacerdoti. Aveva deciso di venire da solo per una serie di ragioni, soprattutto perché più appartenenti alla sua gente fossero stati in città, più sarebbero state alte le possibilità di essere scoperti. Chiamavano la sua gente negromanti perché comandava i non-morti, ma a lui quel termine non piaceva. Antimagi era un titolo molto più accurato. I poteri che serviva erano l’esatto opposto della magia elementale dei daeva e dei loro padroni. Prendevano la materia vivente e la prosciugavano di qualunque forza, gonfiando l’antimagus di vitalità rubata. Quando Balthazar era incatenato ai suoi schiavi, la sua forza era quella di quattro uomini. Era una sensazione che dava alla testa. Difficilmente avrebbe potuto trascinare la sua merce umana attraverso le strade di Karnopolis, ma aveva le catene e i collari nella bisaccia. Mentre osservava i magi correre su e giù, Balthazar pensò che non avrebbe avuto troppi problemi a trovare nuovi schiavi, se ne avesse avuto bisogno.
La Regina Neblis era stata riluttante a vederlo andar via da solo, ma aveva fede nelle abilità di Balthazar. L’aveva delusa una sola volta, quando il daeva chiamato Victor gli era sfuggito sulla pianura, ma lui pensava di avere più che rimediato portandole il Sacro Fuoco. Ora avevano bisogno del Profeta affinché insegnasse loro come utilizzarlo.
Balthazar scese e condusse il cavallo alle stalle dietro il tempio. Lì diede una moneta al ragazzo, gli scompigliò i capelli e gli chiese di prendersi cura della sua cavalcatura, un bellissimo Fergana nero. Gli altri cavalli nitrirono a disagio in sua presenza, ma il ragazzo li zittì, contento della moneta di rame.
Balthazar entrò nel tempio attraverso un ingresso posteriore e andò dritto all’altare del fuoco. Gli avrebbero offerto riparo se ne avesse fatto richiesta, e pensava di farlo. Era il luogo ideale da cui condurre la ricerca. Sarebbe stato soltanto un altro magus proveniente dalle province, venuto per compiere il suo pellegrinaggio annuale alla Tomba del Profeta.
Era passato davvero molto tempo da quando si era inginocchiato davanti al braciere. Era al centro di una sala altrimenti vuota, e il fuoco all’interno bruciava in eterno, un simbolo del Sacro Padre e della purificazione dal peccato. Mentre Balthazar fissava le fiamme, ascoltando il ronzio delle preghiere degli altri magi, ebbe un ricordo improvviso, vivido di se stesso quando era un giovane. Portava la barba corta, allora, e il bracciale di un magus guerriero gli avvolgeva il polso sinistro. Glielo avevano tolto proprio qualche giorno prima che le orde di Druj circondassero la città. Ricordava di aver guardato fuori dalla stretta finestra della sua cella e di aver visto quella fila senza fine di revenant oltre il muro, le loro spade di ferro e i loro destrieri spaventosi. Ricordava le nere ombre dei lich, che ondeggiavano avanti e indietro come serpenti, e i suoni che emettevano. Balthazar se l’era quasi fatta addosso nel guardarli.
Adesso, ubbidivano ai suoi ordini.
I magi lo avevano chiamato eretico o peggio per le sue attività. Lo avevano scacciato. Ma Neblis lo aveva accolto. E ora quei magi erano tutti morti, e lui era ancora lì.
Balthazar non pregava più il Sacro Padre, ma conosceva il segno della fiamma. Fronte, labbra, cuore. Buoni pensieri, buone parole, buone azioni. Gli veniva facile come se lo avesse fatto soltanto il giorno prima. Osservò i volti degli altri magi all’altare, ma non ne riconobbe nessuno. All’epoca, molti di loro – tutti quelli con il dono, almeno – indossavano i bracciali. Erano in guerra e i magi – insieme agli Immortali – erano la prima e ultima linea di difesa. Ma la cosa sembrava essere passata di moda, oppure magari erano in pochi ad avere il dono. Era contento della cosa, perché significava che i magi presenti sarebbero stati troppo giovani per ricordarsi di lui.
L’infame Balthazar.
Abbassò la testa per celare un sorriso. Se qualcuno sapeva dove fosse il Profeta, doveva essere uno di quegli stolti.
Balthazar si alzò e si fece strada fino agli alloggi degli ospiti. Il magus anziano fu felice di trovare una sistemazione per un pellegrino proveniente da Qaddah. Gli fece una certa quantità di domande, ma Balthazar era un abile bugiardo e conosceva le risposte giuste. Una volta che si fu liberato dell’uomo, setacciò i corridoi fino a trovare una delle porte segrete che conducevano nei tunnel. Avrebbe potuto esplorarli per conto suo, ma la cosa avrebbe richiesto settimane. Una migliore linea d’azione sarebbe stata almeno avere la conferma che il Profeta fosse lì sotto, prima. Nel frattempo, avrebbe potuto utilizzare il labirinto per altri scopi.
Balthazar guardò in entrambe le direzioni per assicurarsi di non essere osservato, poi fece scivolare un coltello nascosto nella veste nella fessura e la aprì. La polvere scese dall’alto, un buon segno. Quella parte dei tunnel non veniva usata da parecchio. Il suo volto cupamente affascinante si contrasse in un ghigno.
La cosa stava per cambiare.