II.Se anche non si trattava di un delitto, certo doveva essere successo qualcosa di ben singolare in casa del conte di Trémorel. Perfino l’impassibile giudice di pace si vide costretto a convincersene appena messo piede nel vestibolo.
La grande porta vetrata che dava sul giardino era completamente aperta e tre dei suoi vetri in frantumi. La passatoia di tela cerata che collegava tutte le porte era stata strappata e sui riquadri di marmo bianco del pavimento si notavano qua e là grosse gocce di sangue. Ai piedi della scala era visibile una chiazza più grande delle altre e sul primo gradino uno spruzzo di sangue lasciava agghiacciati solo a posarvi gli occhi.
Il bravo signor Courtois, poco abituato a simili spettacoli e a missioni come quella che stava compiendo, si sentiva svenire. Fortunatamente, la coscienza della propria importanza e della dignità della carica che ricopriva gli consentì di sfoderare un’energia completamente estranea al suo carattere. Più gli pareva difficile l’inchiesta preliminare su quanto era accaduto, più ci teneva a condurla nel modo migliore.
— Accompagnateci nel luogo dove avete scoperto il cadavere — disse ai due Bertaud.
Ma il signor Plantat intervenne.
— Secondo me sarebbe più saggio e più logico — obiettò — se cominciassimo a ispezionare la casa.
— Certamente, si; infatti è proprio quello che pensavo anch’io — disse il sindaco aggrappandosi al consiglio del giudice di pace come chi sta per annegare si aggrappa a un pezzo di legno.
Ordinò che tutti si togliessero di mezzo a eccezione del brigadiere e del cameriere che doveva fare da guida.
— Ehi, voi gendarmi — gridò ancora, rivolto agli uomini messi a sentinella davanti al cancello — badate che nessuno esca da questa casa e impedite a chiunque di entrare e soprattutto che nessuno vada nel giardino!
Soltanto allora salirono al piano superiore.
Lungo tutta la scalinata c’erano chiazze di sangue. Ce n’erano anche sulla balaustra e il signor Courtois si accorse, inorridito, di essersi macchiato le mani.
Arrivarono sul pianerottolo del primo piano.
— Ditemi, figliolo — domandò al cameriere — i vostri padroni dormivano nella stessa camera da letto?
— Sissignore — rispose costui.
— E, allora, dove sarebbe questa camera?
— È quella là, signore.
Ma, nello stesso momento, il cameriere indietreggiò terrorizzato e gli indicò una porta, sul pannello superiore della quale appariva l’impronta di una mano insanguinata.
Il disgraziato sindaco si accorse di avere la fronte imperlata di gocce di sudore, anche lui si era lasciato cogliere dal panico e si reggeva a stento sulle gambe! Ahimè quanti e tenibili doveri impone il potere! Il brigadiere, un vecchio soldato che aveva combattuto in Crimea, visibilmente sconvolto, esitava.
Solamente il signor Plantat, imperturbabile come se si fosse trovato nel suo giardino, aveva conservato il sangue freddo e scrutava gli altri con aria sorniona. — In ogni caso, bisogna decidersi! — dichiarò.
Entrò e gli altri lo seguirono.
La stanza nella quale si trovarono non rivelava nulla di insolito. Si trattava di un salottino tappezzato di raso azzurro, il cui arredamento era formato da un divano e da quattro poltrone imbottite di una stoffa di colore analogo. Una delle poltrone era rovesciata. Tutti passarono in camera da letto.
Qui il disordine era indescrivibile. Non c’era un solo mobile né un solo oggetto che non dimostrasse come una lotta terribile, violenta e spietata fosse stata ingaggiata tra gli assassini e le vittime.
Al centro della stanza, un tavolino laccato era rovesciato e, tutto intorno, si scorgevano zollette di zucchero, cucchiai di argento dorato, frammenti di porcellana. — Ah! — disse il cameriere. — Il conte e la contessa stavano prendendo il tè quando sono entrati quei miserabili!
Anche tutti i soprammobili che si trovavano sulla mensola del camino erano stati scaraventati sul pavimento: la pendola, cadendo, si era fermata sulle tre e venti minuti. Vicino alla pendola, c’erano le lampade con i globi in mille pezzi. E l’olio era colato dappertutto.
Il baldacchino era stato lacerato ed era crollato sul letto ai cui drappeggi qualcuno doveva essersi disperatamente aggrappato. Tutti i mobili erano rovesciati e la stoffa delle poltrone era stata lacerata a colpi di coltello con tale violenza che ne usciva qualche ciuffo di piume. Lo scrittoio era stato forzato; la ribalta semi-staccata pendeva dai cardini, i cassetti erano aperti e svuotati. Lo specchio dell’armadio era in pezzi e completamente sfasciata una civettuola cassettiera di Houle; il tavolino da lavoro ridotto in pezzi e la toilette sventrata.
Dappertutto si vedeva del sangue, sul tappeto, sulla tappezzeria, sui mobili, sulle tende, soprattutto sulle cortine del letto.
Evidentemente il conte e la contessa di Trémorel si erano difesi a lungo, coraggiosamente.
— Sventurati! — balbettava il povero sindaco. — Oh, sventurati! Dev’essere qui che è avvenuto il massacro.
E, al ricordo dell’amicizia per il conte, dimenticando l’importanza della propria posizione e abbandonando la maschera di impassibilità che si era imposta, scoppiò in lacrime.
Pareva che tutti avessero perso la testa. Intanto il giudice di pace si dedicava a una perquisizione minuziosa, prendendo appunti su un taccuino e frugando anche negli angoli più nascosti.
Quando ebbe terminato, disse: — E adesso, vediamo un po’ le altre stanze.
Anche quelle erano state devastate allo stesso modo Si sarebbe detto che una banda di pazzi furiosi, o di delinquenti colti da una frenesia inconcepibile avessero trascorso la notte nella casa.
Lo studio del conte era stato messo sottosopra peggio di tutto il resto. Gli assassini non si erano nemmeno presi la briga di forzare le serrature ma avevano lavorato a colpi di scure. Evidentemente erano sicuri di non poter essere sentiti perché dovevano essersi accaniti con colpi violentissimi sulla scrivania di quercia massiccia per sfasciarla come l’avevano sfasciata. I libri della biblioteca erano stati scaraventati alla rinfusa sul pavimento.
Né il salotto né la sala da fumo erano stati rispettati. Divani, poltrone, canapè erano in tali condizioni da lasciar pensare che qualcuno vi si fosse accanito con la lama di una spada. Anche le due camere da letto riservate agli ospiti portavano tracce della devastazione.
Salirono al secondo piano.
Qui, nella prima stanza in cui entrarono, trovarono, davanti a una cassapanca già attaccata ma non ancora aperta, una scure che il cameriere riconobbe come quella che veniva usata in casa per spaccare la legna.
— Dunque lo vedete anche voi — diceva intanto il sindaco al signor Plantat. — È evidente che gli assassini dovevano essere numerosi. Compiuto il delitto, si sono sparpagliati per la casa cercando dappertutto quel denaro che sapevano di poterci trovare. Uno di loro era qui, e stava tentando di sfondare il coperchio di questo mobile quando gli altri, ai piani inferiori, avevano messo le mani sulle banconote; lo hanno chiamato, si è affrettato a scendere e, convinto che ogni ricerca ormai fosse inutile, ha abbandonato la scure.
— Sono d’accordo. È come se avessi anch’io la scena davanti agli occhi — approvò il brigadiere.
Il pianterreno, che ispezionarono subito dopo, era stato rispettato. Tuttavia, commesso il delitto e trafugati gli oggetti di valore, gli assassini avevano sentito il bisogno di rifocillarsi. Infatti, in sala da pranzo, si trovarono i resti del pasto. Avevano divorato tutti gli avanzi trovati nella credenza e sul tavolo, di fianco a otto bottiglie vuote, di liquore e di vino, erano allineati cinque bicchieri.
— Dunque erano in cinque — mormorò il sindaco.
Con un enorme sforzo di volontà, quel brav’uomo del signor Courtois aveva riacquistato il solito sangue freddo.
— Prima di metterci alla ricerca dei cadaveri — disse — vado a far avvertire il procuratore imperiale di Corbeil. Fra un’ora avremo qui un giudice istruttore che porterà a termine questo nostro compito ingrato.
Fu quindi dato ordine a un gendarme di attaccare il cavallo al tilbury del conte e di partire in fretta e furia.
Poi il sindaco e il giudice, seguiti dal brigadiere, dal cameriere e dai Bertaud si incamminarono verso il fiume.
Il parco di Valfeuillu era molto grande, ma più in larghezza che in lunghezza. Infatti dalla villa alla Senna la distanza era poco più di duecento passi. Davanti alla casa si estendeva un bel prato verdeggiante interrotto qua e là da qualche aiuola fiorita. Per raggiungere il fiume si poteva prendere uno dei due viali che lo costeggiavano.
I malviventi, però, non avevano imboccato questi viali ma, per fare più in fretta, avevano attraversato il prato. E le loro tracce erano perfettamente visibili. L’erba era schiacciata e pestata come se vi avessero trascinato sopra un pesante fardello. In mezzo a tutto quel verde si scorgeva qualcosa di rosso che il giudice di pace si fermò a raccogliere. Si trattava di una pantofola e il cameriere la riconobbe subito: apparteneva al conte. Più oltre trovarono anche una sciarpa bianca che il domestico dichiarò di aver visto spesso al collo del padrone. E questa sciarpa era macchiata di sangue.
Finalmente arrivarono sulla riva del fiume, sotto quei salici, da uno dei quali Philippe stava per tagliare un ramo, e fu qui che rinvennero il cadavere.
La sabbia, in quel punto, era segnata da tracce profonde, quasi tormentata, si sarebbe potuto dire, dall’andirivieni di molti piedi che cercavano un solido punto di appoggio. Era in quel punto, come tutto lasciava credere, che aveva avuto luogo una lotta disperata.
Il signor Courtois intuì immediatamente l’importanza di tutte quelle impronte.
— Che nessuno venga avanti — esclamò.
Quindi, seguito soltanto dal giudice di pace, si avvicinò al cadavere.
Per quanto non potessero vederne la faccia, sia l’uno sia l’altro riconobbero immediatamente la contessa. L’avevano vista tutti e due portare quell’abito grigio, guarnito da bordi di passamaneria azzurra. Come mai era finita laggiù?
Il sindaco azzardò la supposizione che, tentando di sottrarsi alle mani degli assassini, si fosse messa a fuggire disperatamente. Ma quelli l’avevano inseguita e proprio lì avevano continuato a colpirla finché era caduta senza più avere la forza di rialzarsi.
Questa versione dei fatti spiegava le tracce della lotta che doveva esserci stata. Dunque bisognava concludere che fosse il cadavere del conte quello che gli assassini avevano trascinato sull’erba.
Il signor Courtois si mise a parlare animatamente, cercando di convincere delle proprie idee il giudice di pace. Ma il signor Plantat pareva che lo ascoltasse distrattamente tanto che lo si sarebbe potuto credere a mille miglia da Valfeuillu. Infatti non rispondeva che a monosillabi: sì, no, forse.
Il sindaco, invece, si dava sempre più da fare: andava, veniva, prendeva qualche misura, ispezionava minuziosamente il terreno.
In quel punto l’acqua era profonda sì e no trenta centimetri. Si trattava di un banco di fanghiglia sul quale crescevano alcuni ciuffi di gigli d’acqua e qualche ninfea. Scendeva dolcemente dalla riva verso il centro del fiume. L’acqua era limpida, pochissima la corrente; il fondo di melma, liscia e lucente.
Il signor Courtois era assorto nelle indagini quando sembrò colpito improvvisamente da un’idea.
— Ehi, Bisboccia — gridò — venite qui. — Il vecchio bracconiere ubbidì.
— Voi, dunque, dite — gli domandò il sindaco — di aver intravisto il cadavere dalla barca?
— Sì, signor sindaco.
— E adesso dove si trova la vostra barca?
— Lì in fondo, ormeggiata lungo il campo.
— Bene, accompagnateci.
Tutti i presenti notarono subito che questo ordine impressionò enormemente il vecchio. Infatti trasalì e, per quanto abbronzata e segnata dalle intemperie, la sua faccia diventò paurosamente pallida. Non solo, ma tutti lo sorpresero mentre lanciava al figlio uno sguardo quasi di minaccia.
— Andiamo pure — rispose infine.
Stavano per ritornare tutti verso il castello quando il cameriere propose di attraversare il fossato.
— Si farebbe molto più in fretta — disse. — Corro a cercare una scala e la metteremo di traverso.
Scappò via e tornò quasi subito con quella specie di passerella improvvisata. Ma stava per sistemarla sul fossato quando il sindaco gli gridò: — Tu, fermati!
Infatti gli erano subito saltate all’occhio le impronte lasciate dai Bertaud sulle due sponde del fosso.
— E queste?... Cosa sono! — esclamò. — Evidentemente qualcuno è passato di qui, non molto tempo fa, perché le impronte sono ancora fresche.
E, dopo averle esaminate per qualche minuto, diede ordine che la scala fosse sistemata un po’ più lontano.
Giunti vicino alla barca, il sindaco domandò a Jean Bisboccia: — Dunque sarebbe questa l’imbarcazione con la quale siete andati a pescare stamattina?
— Sì, signore.
— Ma, allora — riprese il signor Courtois — mi sapete dire quali arnesi avete usato? Il vostro giacchio è perfettamente asciutto; quanto alla gottazza e ai remi, non sono stati a bagno da almeno ventiquattr’ore.
L’imbarazzo del padre e del figlio si faceva sempre più evidente.
— Insistete proprio a confermare quel che avete detto, Bernaud? — domandò ancora il sindaco.
— Certo.
— E voi, Philippe?
— Signore — balbettò il giovanotto — abbiamo detto la verità.
— Davvero? — riprese il signor Courtois ironico. — Vuol dire che spiegherete a chi di dovere come avete potuto pescare qualcosa da una barca sulla quale non siete nemmeno saliti! Ah, perbacco! Non si pensa mai a tutto. Infatti vi potranno dimostrare che il cadavere è messo in modo tale che è impossibile, mi capite bene?, assolutamente impossibile adocchiarlo dal centro del fiume. Non solo, ma dovrete anche spiegare di chi sono le impronte che ho rilevato, poco fa, sull’erba e che – dalla vostra barca – conducono al punto dove il fossato è stato attraversato più volte, e da parecchie persone.
I due Bertaud abbassarono la testa.
— Brigadiere — diede ordine il sindaco — arrestate questi uomini in nome della legge e fate in modo che non possano comunicare fra loro.
Philippe pareva sul punto di svenire. Quanto al vecchio Bisboccia, si accontentò di alzare le spalle, dicendo al figlio: — Te la sei voluta, eh?
Poi, mentre il brigadiere conduceva via i due cacciatori di frodo con l’intenzione di chiuderli in guardina, l’uno separato dall’altro, sotto la custodia dei suoi uomini, il giudice di pace e il sindaco rientrarono nel parco.
— Intanto, con tutto questo, non si è trovata traccia del conte! — mormorò il signor Courtois.
Adesso era necessario recuperare il cadavere della contessa.
Il sindaco mandò a cercare due tavole di legno che vennero posate sul terreno con infinite precauzioni e così fu possibile agire liberamente senza cancellare le impronte che potevano essere preziose per il giudice istruttore.
Ahimè! Com’era ridotta la bellissima e affascinante contessa di Trémorel! Com’erano ridotti quel volto fresco e ridente, quegli occhi così espressivi, la bocca delicata, dalla piega arguta.
Pareva quasi irriconoscibile. La faccia tumefatta, sporca di melma e di sangue, era una ferita sola, perfino un lembo di pelle della fronte le era stato strappato insieme a una ciocca di capelli. Quanto ai vestiti, erano in brandelli. Indubbiamente i criminali che avevano ucciso la povera donna dovevano essere stati in preda a una vera e propria furia omicida! Era stata colpita con più di venti coltellate e — come se non bastasse — anche aggredita con un bastone o, addirittura, con un martello, l’avevano trascinata per i piedi, tirata per i capelli!
Nella mano sinistra stringeva ancora un pezzo di panno rustico, di color grigiastro, strappato probabilmente dal vestito di uno dei suoi assassini.
Man mano che procedeva in queste lugubri constatazioni e prendeva qualche appunto per il verbale, il povero sindaco si sentiva le gambe che gli cedevano tanto che fu costretto ad appoggiarsi al braccio dell’impassibile papà Plantat.
— Portiamo la contessa al castello — diede ordine il giudice di pace — Torneremo in seguito a cercare il cadavere del conte.
Però il cameriere, insieme al brigadiere che li aveva già raggiunti, dovette chiamare in aiuto, per il trasporto, i domestici rimasti nel cortile. Intanto le donne si precipitavano anche loro in giardino. E, allora, si levò un terribile concerto di pianti, grida, menti e imprecazioni.
— Che miserabili! Una donna così brava! Una padrona così buona!
I signori Trémorel, lo si capì subito in quell’occasione, erano adorati dalla loro servitù.
Avevano appena deposto il corpo della contessa a pianterreno, sul tavolo da biliardo, allorché vennero ad annunciare al sindaco l’arrivo del giudice istruttore accompagnato dal medico.
— Finalmente! — mormorò quel brav’uomo del signor Courtois. E, a voce più bassa, aggiunse: — Ogni medaglia, anche la più bella ha il suo rovescio.
Per la prima volta in vita sua, provava una gran voglia di maledire le proprie ambizioni e rimpiangeva la posizione che ricopriva, quella della persona più importante di Orcival.