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2046 Parole
III.Il giudice istruttore del tribunale di Corbeil, a quell’epoca, era monsieur Antoine Domini, un magistrato di grande valore che, in seguito, sarebbe stato chiamato a ricoprire cariche più eminenti. Sulla quarantina, bello di viso, aveva una fisionomia singolarmente espressiva ma seria... troppo seria. Pareva l’incarnazione solenne e inflessibile della magistratura. Profondamente preso dall’importanza delle proprie funzioni, vi aveva sacrificato l’intera esistenza, rifiutandosi anche le distrazioni più semplici, i piaceri più legittimi. Viveva solo, lo si vedeva di rado, non riceveva che pochi amici, insomma non voleva – questo era ciò che ripeteva – che le manchevolezze umane potessero mettere in pericolo la sacralità del personaggio del giudice e sminuire il rispetto che gli era dovuto. Quest’ultimo motivo gli aveva impedito di sposarsi anche se era convinto di essere fatto per la vita di famiglia. Invece rappresentava il magistrato per antonomasia, sempre e ovunque, cioè il rappresentante, convinto fino al fanatismo, di ciò che vi è di più augusto al mondo: la giustizia. Per quanto avesse un carattere allegro e spensierato, si imponeva come un dovere di non ridere mai. Era anche spiritoso ma se gli sfuggivano una buona battuta o una frase arguta, si affannava subito a farne penitenza. In conclusione, si dedicava anima e corpo alla carica che ricopriva, nessuno avrebbe potuto impegnarsi con maggiore coscienza a fare quello che giudicava il proprio dovere. Quindi era più inflessibile di chiunque altro. Mettere in discussione un articolo del codice rappresentava, ai suoi occhi, qualcosa di semplicemente mostruoso. La legge parlava chiaro – e questo doveva essergli sufficiente: chiudeva gli occhi, si tappava le orecchie e obbediva. Dal giorno in cui dava l’avvio a un’indagine, non dormiva più e non aveva più pace fino a quando non arrivava a scoprire la verità. Eppure non veniva considerato un buon giudice istruttore perché si indignava al pensiero di giocare d’astuzia con un imputato e gli ripugnava tendere un tranello alla persona indiziata: infine, era ostinato sino all’eccesso, anzi a volte rasentava l’assurdo perché era capace, addirittura, di negare certi fatti chiari come il sole. Il sindaco di Orcival e il signor Plantat si erano alzati per affrettarsi ad accogliere il giudice istruttore. Il signor Domini li salutò con aria grave, come se non li conoscesse nemmeno, e presentò sia all’uno che all’altro un uomo sulla sessantina che lo accompagnava. — Signori — disse — questo è il dottor Gendron. Plantat scambiò una stretta di mano con il medico: il sindaco, pur non dimenticando l’importanza della propria carica, gli rivolse un cordialissimo sorriso. Infatti il dottor Gendron era ben conosciuto a Corbeil e in tutto il circondario, anzi era considerato una vera e propria celebrità locale. Per quanto avesse una lunga pratica della professione, che amava appassionatamente ed esercitava con sagacia ed entusiasmo, il dottor Gendron doveva la sua fama non tanto alle capacità scientifiche quanto al modo di comportarsi. Di lui si diceva: “È un originale”; e si ammiravano non solo l’indipendenza che affettava apertamente, ma anche lo scetticismo e la brutalità. Perché faceva il suo giro di visite fra le cinque e le nove del mattino, sia d’estate che d’inverno, e tanto peggio per quelli che andava a disturbare. Grazie a Dio, non sono certo i medici che mancano! Passate le nove, buonanotte a tutti! Il dottore non esisteva più. Il dottore faceva i fatti propri, il dottore era nella serra, il dottore ispezionava la cantina, il dottore era salito nel laboratorio, vicino alla soffitta, oppure stava preparando squisiti e raffinati ragù. L’opinione comune era quella che tentasse di scoprire i segreti della chimica industriale per aumentare ancora di più la propria rendita, che si aggirava sui ventimila franchi, e, quindi, il suo strano comportamento era considerato ben poco decoroso. Lui li lasciava dire perché, effettivamente, si occupava di veleni e aveva perfezionato un metodo di sua invenzione con il quale si potevano scoprire le tracce di tutti gli alcaloidi che fino a quel momento erano sfuggiti all’analisi. Se gli amici lo rimproveravano, sia pure garbatamente, di mandare i malati a farsi benedire nel pomeriggio, si irritava. — Diamine! — rispondeva. — Avete una bella sfacciataggine! Faccio il medico quattro ore al giorno, sono pagato soltanto per un quarto dei miei malati, dunque sono tre ore che offro quotidianamente a un’umanità che disprezzo e a una filantropia di cui mi infischio altamente... Che ciascuno di voi faccia altrettanto, e vedremo! Intanto il sindaco di Orcival aveva fatto passare i nuovi arrivati nel salotto dove voleva installarsi per scrivere il suo verbale. — Che tragedia per il mio comune, questo delitto, — diceva intanto al giudice istruttore. — Che vergogna! Orcival ha proprio perduto la sua reputazione. — Il fatto è che io non so niente di quello che è successo — gli rispose il signor Domini. — Il gendarme che è venuto a chiamarmi non era ben informato. Allora il signor Courtois si mise a raccontare minuziosamente ciò che era venuto a sapere nella sua prima inchiesta sommaria, non dimenticando nemmeno il particolare più inutile, e insistendo sulle eccellenti precauzioni che aveva creduto opportuno prendere. Si mise anche a descrivete l’atteggiamento dei Bertaud, che aveva destato fin dal primo momento i suoi sospetti: come li avesse sorpresi, come minimo, in flagranza di delitto, cioè quello di mentire, e come si fosse deciso a farli arrestare. Parlava animatamente, con la testa un po’ piegata all’indietro, in tono enfatico e verboso, ascoltandosi, scegliendo le espressioni più adatte. A ogni momento tornavano nel suo discorso frasi come: “Nella mia qualità di sindaco di Orcival…” oppure: “In seguito a ciò...” Insomma, era gongolante al pensiero di poter esercitare pienamente le proprie funzioni; e, fra l’altro, il piacere di concionare lo ricompensava in parte delle angosce provate. — E adesso — concluse — ho appena finito di dar ordine che venga eseguita una perquisizione minuziosa, che ci farà ritrovare senza dubbio il cadavere del conte. Cinque uomini, scelti da me personalmente, e tutto il personale di casa stanno frugando nel parco. Se le loro ricerche non saranno coronate dal successo, chiamerò anche i pescatori per far scandagliare il fiume. Il giudice istruttore taceva, limitandosi ad annuire di tanto in tanto in segno di approvazione. Prendeva in esame e soppesava i fatti e i particolari che gli erano stati esposti e preparava mentalmente un piano di azione. — Avete agito con molta saggezza, signor sindaco — disse alla fine. — Effettivamente si tratta di una grave sciagura ma anch’io credo, come voi, di essere già sulle tracce dei colpevoli. I bracconieri che abbiamo in mano, quel giardiniere che poi è sparito, devono avere di certo a che fare con questo abominevole delitto. Erano già parecchi minuti che il signor Plantat tentava senza successo di nascondere la propria impazienza. — Il guaio è — disse — che se Guespin è colpevole, non sarà tanto sciocco da farsi vedere di nuovo da queste parti. — Oh! Lo troveremo — rispose il signor Domini. — Prima di lasciare Corbeil, ho mandato alla prefettura di Parigi un telegramma per chiedere che mi venga inviato un investigatore della Sùreté e immagino che sarà qui al più presto. — Intanto che lo aspettiamo — propose il sindaco — forse, signor giudice istruttore, vorrete vedere la scena del delitto. Il signor Domini fece un gesto, come se volesse alzarsi, ma tornò a sedersi. — Affatto! — disse. — Preferisco non vedere niente prima dell’arrivo del nostro poliziotto. Piuttosto, mi occorreranno un po’ di informazioni sul conte e la contessa di Trémorel. Il sindaco, trionfante, gongolava. — Oh, quanto a questo, ve le posso dare io — rispose in tono concitato — e meglio di chiunque altro. Da quando sono arrivati nel mio comune sono sempre stato, ve lo posso ben dire, uno dei migliori amici del signor conte e della signora contessa. Ah, che persone simpatiche! Brave e buone, affabili e affettuose!... — Elencando tutte le qualità dei suoi amici, il signor Courtois si sentiva la gola chiusa da un nodo di commozione. — Il conte di Trémorel — riprese — era sui trenta-quarant’anni, molto bello, intelligentissimo. A volte soffriva di malinconia e, allora, non voleva più vedere nessuno, ma di solito era affabile, educato, premuroso; sapeva mantenere la dignità del suo rango senza superbia tanto che, qui da noi, tutti lo stimavano e gli volevano un gran bene! — E la contessa? — domandò il giudice istruttore. — Un angelo, signore, un angelo sceso sulla terra! Povera signora! Potrete vedere presto i suoi resti mortali, ma non immaginerete mai, ne sono sicuro, che fosse nota, qui nei dintorni, per la sua bellezza. — Erano ricchi, il conte e la contessa? — Certamente! Le loro rendite, sommate insieme, dovevano superare i centomila franchi... oh, sì, anche molto di più perché, da cinque o sei mesi, il conte che non aveva certo l’attitudine per l’agricoltura di quel povero Sauvresy, aveva venduto alcune proprietà per acquistare dei titoli. — Erano sposati da molto tempo? Il signor Courtois si grattò la testa; era il suo modo preferito di fare appello alla memoria. — Se non sbaglio — rispose — dal mese di settembre dell’anno scorso; sono dieci mesi esatti che li ho sposati io, in persona. E il povero Sauvresy era morto da un anno. Il giudice istruttore trascurò per un momento i suoi appunti e alzò gli occhi a scrutare il sindaco con aria stupita. — Chi sarebbe — domandò — questo Sauvresy di cui continuate a parlare? Il signor Plantat, che fino a quel momento era rimasto nel suo angolino a mordicchiarsi accanitamente le unghie, disinteressandosi, almeno in apparenza, a quello che succedeva intorno a lui, si alzò di scatto. — Il signor Sauvresy era il primo marito della signora de Trémorel — disse. — Il mio amico Courtois ha omesso di menzionare questo fatto... — Oh! — ribatté il sindaco in tono offeso. — A me sembra che, date le circostanze... — Perdonatemi — lo interruppe il giudice istruttore — ma questo è un particolare che può avere la sua importanza, benché sia estraneo agii avvenimenti e, almeno di primo acchito, possa sembrare addirittura insignificante. — Uhm! — bofonchiò il signor Plantat. — Insignificante… Estraneo... A questo punto il tono della sua voce si era fatto talmente singolare e la sua espressione tanto ambigua che il giudice istruttore ne rimase colpito. — Dunque voi, signore, non condividete le opinioni del signor sindaco sul conto di Trémorel? — domandò. Il vecchio Plantat alzò le spalle. — Io non ho alcuna opinione — rispose. — Vivo solo; non vedo nessuno; cosa volete che me ne importi di tutto questo? Però... — A me sembra — esclamò il signor Courtois — che nessuno meglio di me debba conoscere la storia di queste persone con le quali ero in relazioni di amicizia. A parte il fatto che erano cittadini del mio comune. — In tal caso — rispose il signor Plantat in tono aspro — raccontate male la vostra storia. E poiché il giudice istruttore insisteva perché si spiegasse meglio, prese la parola senza troppi complimenti, con profonda indignazione del sindaco che, in tal modo, si sentiva messo in secondo piano, e cominciò a tratteggiare a grandi linee la biografia del conte e della contessa. La contessa di Trémorel, che da ragazza si chiamava Berthe Lechaillu, era figlia di un povero maestro di villaggio. A diciotto anni la sua bellezza era celebre in tutta la regione ma poiché in quanto a dote aveva soltanto i grandi occhi azzurri e gli stupendi capelli biondi, i pretendenti, e parlo dei pretendenti che avessero intenzioni serie, non si presentavano, Dietro consiglio della famiglia, Berthe si era già rassegnata a restare nubile e stava cercando con ogni mezzo un impiego di istitutrice – che lavoro triste per una ragazza tanto bella! – quando l’erede di una delle più ricche casate dei dintorni aveva avuto l’occasione di vederla, per un puro caso, e se ne era innamorato alla follia. Clément Sauvresy aveva appena compiuto i trent’anni; non aveva più nessuno della sua famiglia e godeva di una rendita di quasi centomila franchi, ricavata da vaste proprietà terriere non gravate da alcuna ipoteca. Quindi si può dire che nessuno più di lui aveva il diritto di scegliersi la moglie che più gli piacesse.
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