III.-2

2561 Parole
Infatti lui non aveva esitato. Chiesta la mano di Berthe, l’aveva ottenuta e, un mese dopo, la sposava con grande fasto, suscitando lo scandalo dei più ricchi e grandi latifondisti del circondario i quali non facevano che ripetere: “Che pazzia! A che cosa serve essere ricchi se non si raddoppia la propria ricchezza con un buon matrimonio!” All’incirca un mese prima delle nozze, Sauvresy aveva chiamato un gruppo di operai a Valfeuillu e, in men che non si dica, aveva speso, fra le riparazioni necessarie e il rinnovo dell’arredamento, la bellezza di trentamila scudi. Era stato proprio in questo magnifico castello che gli sposi avevano deciso di passare la luna di miele. Vi si erano trovati talmente bene che vi si erano stabiliti definitivamente fra la soddisfazione generale di tutti i loro amici e conoscenti. A Parigi avevano conservato soltanto un piccolo appartamento. Quanto a Berthe, sembrava che fosse una di quelle ragazze nate apposta per sposare un milionario. Senza il minimo imbarazzo e senza vergogna, era stata capace di passare dalla modestissima aula, dove aiutava il padre nell’insegnamento, allo splendido salotto di Valfeuillu. E quando riceveva nel suo castello tutta l’aristocrazia del vicinato, pareva che non avesse mai fatto altro in vita sua. Era riuscita a rimanere semplice, garbata, modesta, pur assumendo facilmente il comportamento elegante e raffinato dell’alta società. Era molto amata. — Però a me sembra — lo interruppe il sindaco — di non aver fatto altro che ripeterlo e, quindi, non era assolutamente il caso… — Ma un gesto del giudice istruttore lo fece ammutolire. Intanto il signor Plantat continuava: — Tutti volevano bene anche a Sauvresy, uno di quegli uomini dal cuore d’oro, che si rifiutano non solo di ammettere ma anche di sospettare l’esistenza del male; uno di quegli uomini dotati di una fede incrollabile, aggrappati determinatamente alle proprie illusioni, sui quali neppure la minima ombra di un dubbio riesce a far presa. Insomma Sauvresy era una di quelle persone capaci di credere ciecamente nell’amicizia e nell’amore. Una giovane coppia come questa doveva essere felice, e infatti così era. Berthe adorava il marito, un uomo onesto che le aveva offerto il matrimonio prima ancora di pronunciare una sola parola d’amore. Quanto a Sauvresy, manifestava nei confronti della moglie un’adorazione che qualcuno trovava quasi ridicola. A Valfeuillu, peraltro, si conduceva una vita fastosa. La coppia teneva continui ricevimenti e, in autunno, le numerose stanze per gli ospiti erano tutte occupate. Anche le loro carrozze, e i cavalli, erano magnifici. Sauvresy, dunque, era sposato da due anni quando una sera, al ritorno da Parigi, si presentò in compagnia di un vecchio amico, un compagno di collegio del quale molti lo avevano sentito parlare ripetutamente: il conte Hector de Trémorel. Il conte s’installò al castello e annunciò a tutti di volervi restare per qualche settimana ma ben presto passarono non soltanto le settimane ma anche i mesi, e lui continuava a non andarsene. Ma nessuno ne era rimasto sorpreso. In gioventù, Hector aveva fatto una vita avventurosa e dissipata tra orge e amori, duelli e scommesse. Per soddisfare ogni suo capriccio aveva sperperato una immensa fortuna e, quindi, la vita relativamente calma e tranquilla di Valfeuillu doveva averlo affascinato. I primi tempi gli avevano ripetuto spesso: “Vi stancherete prato della vita in campagna!” Ma lui sorrideva senza rispondere. Quindi si era giunti alla conclusione, e senza andare troppo lontani dalla verità, che – divenuto relativamente povero – non ci tenesse in modo particolare, adesso che era rovinato, a frequentare quell’ambiente in cui si era fatto ammirare al massimo del suo splendore. Si assentava di rado e soltanto per andare fino a Corbeil, quasi sempre a piedi. E lì si fermava all’albergo della Belle-Image, il migliore che ci fosse, dove si incontrava – ma sembrava quasi per caso – con una giovane donna che veniva da Parigi. Passavano i pomeriggi insieme e si separavano all’ora della partenza dell’ultimo treno. — Accidenti! — bofonchiò il sindaco. — Per essere un uomo che vive solo, che non vede nessuno, che non si occuperebbe per niente al mondo degli affari altrui, mi sembra che il nostro giudice di pace sta molto ben informato! Evidentemente il signor Courtois era invidioso. Com’è possibile che lui, proprio lui, il primo cittadino fosse rimasto completamente all’oscuro di quegli incontri? Il suo cattivo umore peggiorò quando sentì il dottor Gendron che interloquiva, dicendo: — Bah! A quell’epoca tutta Corbeil ne parlava. Il signor Plantat fece una mossa con le labbra che poteva significare: “Ma io so anche ben altro!” tuttavia proseguì senza fare commenti: — Il fatto che il conte Hector si fosse installato a Valfeuillu non aveva cambiato niente nelle abitudini di vita del castello. Un po’ come se il signore e la signora Sauvresy avessero trovato un fratello, ecco tutto. E se Sauvresy, a quell’epoca, si era recato parecchie volte a Parigi, lo aveva fatto soltanto, come tutti sapevano, per occuparsi di sistemare gli affari dell’amico. Questa esistenza idilliaca durò per un anno. Pareva che la felicità si fosse definitivamente insediata a Valfeuillu. «Purtroppo, invece, una sera al ritorno dalla caccia in palude, Sauvresy si sentì malissimo, a tal punto da essere costretto a mettersi a letto. Era stato subito chiamato un medico, cioè il nostro amico dottor Gendron, qui presente, il quale gli aveva riscontrato una congestione polmonare. «Sauvresy era giovane e forte come una quercia, quindi almeno agli inizi, nessuno se ne era particolarmente allarmato. E, in effetti, quindici giorni più tardi si era di nuovo ristabilito. Ma ben presto aveva commesso un’imprudenza, provocando una ricaduta. Anche questa volta si era ripreso quasi completamente. Purtroppo, una settimana più tardi, ecco una nuova ricaduta e talmente grave, stavolta, che tutti cominciarono a temere che la malattia avesse un esito fatale. È stato durante questa malattia interminabile che l’amore di Berthe e l’affetto di Trémorel per Sauvresy si manifestarono in tutti i modi possibili e immaginabili. «Mai un malato era stato assistito con tanta sollecitudine, e circondato da tante prove della devozione più completa e più sincera. Al suo capezzale, di giorno come di notte, c’erano sempre sua moglie e il suo amico. Tanto che se Sauvresy soffriva per lunghe ore, non si annoiava mai. A chi lo andava a trovare non faceva che ripetere di essere giunto a benedire la propria malattia. Perfino a me, diceva: “Se non mi fossi ammalato, non avrei mai potuto sapere quanto mi si vuole bene!” — Sono le stesse parole — lo interruppe il sindaco — che ha detto anche a me almeno cento volte e ha ripetuto alla signora Courtois, e a Laurence, la mia figlia maggiore... — Naturalmente — continuò il signor Plantat. — Purtroppo la malattia di Sauvresy era una di quelle di fronte alle quali la scienza medica più avanzata, come le cure più assidue, sono impotenti. Non soffriva moltissimo, almeno così assicurava, però si indeboliva a vista d’occhio Non era più che l’ombra di sé stesso. E infine, una notte verso le due o le tre del mattino, morì fra le braccia della moglie e dell’amico. Aveva conservato tutta la sua lucidità mentale fino al momento supremo e, infatti, meno di un’ora prima di spirare aveva chiesto che fossero svegliati e chiamati intorno a lui tutti i domestici del castello. Quando li vide riuniti intorno al suo letto, prese la mano della moglie e la pose nella mano del conte di Trémorel, facendo giurare a entrambi che si sarebbero sposati quando lui non ci fosse stato più. «Berthe e Hector, in un primo momento, avevano pensato di protestare ma lui aveva insistito a tal punto da rendere impossibile il loro rifiuto perché si era messo a pregarli, a scongiurarli, ad affermare che, facendo tanta resistenza, gli amareggiavano gli ultimi istanti di vita. D’altra parte sembra che l’idea di questo matrimonio fra la sua vedova e l’amico l’avesse stranamente preoccupato negli ultimi tempi, prima di morire. Iniziando la stesura del suo testamento, dettato il giorno prima della morte al signor Bury, il notaio di Orcival, diceva formalmente che la loro unione era il suo desiderio più caro, in quanto era convinto che sarebbe stata felice e si diceva persuaso che avrebbero conservato affettuosamente il suo ricordo. — I signori Sauvresy non avevano figli? — domandò il giudice istruttore — No — rispose il sindaco. Il signor Plantat riprese: — Il dolore del conte e della giovane vedova era stato immenso. Soprattutto il conte di Trémorel sembrava disperato, addirittura impazzito per il dolore. Quanto alla contessa, si era chiusa nel castello, rifiutandosi di ricevere perfino le persone alle quali era più affezionata, come, per esempio, la signora Courtois. Quando il conte e la signora Berthe avevano ricominciato a farsi vedere in giro, tutti li avevano trovati addirittura irriconoscibili tanto era grande il mutamento che si era verificato in loro. Hector, in modo particolare, sembrava invecchiato di vent’anni. Avrebbero tenuto fede al giuramento fatto sul letto di morte di Sauvresy? Tutti se lo domandavano e con sempre maggior interesse tanto più perché quelle due persone si ammiravano per il dolore manifestato nei confronti di un uomo il quale, caso raro!, meritava di essere pianto sinceramente. Il giudice istruttore fermò papà Plantat con un cenno del capo. — Mi sapreste dire, signor giudice di pace — gli chiese — se quegli incontri all’albergo della Belle-lmage, nel frattempo, erano cessati? — Lo presumo, signore. Direi di sì. — Per quel che mi riguarda, ne sono praticamente certo — affermò il dottor Gendron. — Adesso che ci penso, ricordo di aver udito parlare... a Corbeil si sa sempre tutto!... di una concitata spiegazione fra il signor Trémorel e la bella parigina. In seguito a questa scenata, nessuno li ha più visti alla Belle-lmage. Il vecchio giudice di pace abbozzò un sorriso. — Melun non è in capo al mondo — disse — e ci sono degli alberghi anche a Melun. Con un buon cavallo si può anche raggiungere in frena Fontainebleau, Versailles o, addirittura, Parigi stessa. La contessa di Trémorel poteva essere gelosa fin che voleva ma suo marito aveva nelle scuderie parecchi trottatori di prim’ordine. Quella esposta dal signor Plantat era una semplice opinione, assolutamente disinteressata oppure si trattava, piuttosto, di un’insinuazione? Il giudice istruttore lo osservò attentamente, quasi per assicurarsene, ma la sua faccia era imperturbabile. E il tono con cui raccontava quella storia era lo stesso con il quale avrebbe potuto raccontarne un’altra, completamente diversa. — Vi prego di continuare, signore — riprese il signor Domini. — Ahimè! — ricominciò il signor Plantat. — A questo mondo non c’è mente di eterno, neppure il dolore e io lo posso dire meglio di chiunque altro. Ben presto, alle lacrime dei primi giorni e a quella violenta disperazione erano subentrate, nel conte di Trémorel e nella signora Berthe, la tristezza di chi si fa una ragione di quanto è accaduto e, poi, una dolce malinconia. Un anno dopo la morte di Sauvresy, il conte di Trémorel sposava la sua vedova… Durante questa lunga narrazione, il sindaco di Orcival aveva lasciato capire, a più riprese, di essere profondamente indispettito. E alla fine, poiché non riusciva più a trattenersi, esclamò; -— Indubbiamente questi particolari sono esatti, anzi più esatti di così non sarebbe possibile... però io mi domando se ci hanno fatto fare un solo posso avanti nella soluzione del grave problema di cui ci stiamo occupando; trovare gli assassini del conte e della contessa! A queste parole, il signor Plantat rivolse al giudice istruttore uno sguardo limpido e profondo, come se volesse frugargli nella coscienza. — Si tratta di particolari che mi erano indispensabili — rispose il signor Domini — e li trovo molto illuminanti. Non posso negare di essere rimasto colpito da quegli incontri in albergo... nessuno saprà mai a quali estremi può arrivare la gelosia di una donna. Si fermò bruscamente, forse cercando un possibile legame fra la bella parigina e gli assassini. Infine riprese: — Adesso che conosco gli “sposi Trémorel” come se fossi vissuto in intimità con loro, passiamo ai fatti accaduti di recente. Il lampo di luce che aveva illuminato gli occhi del signor Plantat si spense immediatamente, socchiuse le labbra come se volesse dire qualcosa e, invece, tacque. Quindi fu soltanto il dottore, che non aveva mai smesso di osservare il vecchio giudice di pace, ad accorgersi di quell’improvviso cambiamento nella sua espressione. — Ormai mi resta solo da sapere — continuò il signor Domini — come vivevano i novelli sposi. Il signor Courtois, più che altro per la dignità della carica che occupava, pensò che fosse giunto il momento di togliere la parola a Plantat. — Dunque voi chiedete come vivevano i novelli sposi — rispose con vivacità. — Vivevano nel più perfetto accordo e nessuno, qui nel mio comune, lo sa meglio di me, data la grandissima amicizia che c’era con loro. Il ricordo del povero Sauvresy era un legame di felicità tra loro; se mi volevano tanto bene, era perché parlavo spesso di lui. Fra loro non c’era mai una nuvola, mai una parola dura. Hector – sì, lo chiamavo familiarmente per nome, povero, caro, disgraziatissimo conte – aveva nei confronti della moglie le attenzioni premurose di un innamorato, quelle delicate attenzioni di cui gli sposi, e mi rammarico di doverlo dire, in genere perdono l’abitudine troppo presto. — E la contessa? — domandò il signor Plantat con un tono tanto falsamente ingenuo da risultare ironico. — Berthe! — ribatté il sindaco — ...anche lei mi consentiva di chiamarla paternamente così... Berthe! Non mi sono mai stancato di additarla a esempio e a modello, ripetutamente alla signora Courtois. Berthe! Era ben degna di Sauvresy e di Hector, i due uomini più seri che abbia mai conosciuto!... Poi, accorgendosi che il suo entusiasmo lasciava vagamente stupiti gli ascoltatori, riprese in tono più calmo: — Ho le mie buone ragioni per esprimermi in questo modo e non ho nessun timore di farlo davanti a uomini la cui professione e, ancor più, il cui carattere ne garantiscono la massima riservatezza. Sauvresy mi aveva reso un grande servizio, quando era vivo... quando mi è stata praticamente imposta la carica di sindaco. Quanto a Hector, ero talmente convinto che si fosse pentito dei suoi errori di gioventù che, da quando mi sono accorto come non fosse affatto indifferente alla mia figlia maggiore, Laurence, avevo addirittura accarezzato l’idea di un matrimonio tra loro... un matrimonio molto ben congegnato perché, se il conte Hector de Trémorel aveva un nome altisonante, io ero pronto a dare a mia figlia una dote considerevole, sufficiente a restituire nuovo lustro al suo blasone. È stato il destino, e soltanto il destino, a modificare i miei piani. — Il sindaco avrebbe continuato ancora a lungo a cantare le lodi degli “sposi Trémorel”, nonché le proprie, approfittando dell’occasione che gli si presentava, se il giudice istruttore non avesse preso la parola. — Adesso ho tutto chiaro — cominciò — e mi sembra ormai che... — Ma fu interrotto da un gran brusio che proveniva dal vestibolo. Si sarebbe detto che vi fosse in atto una colluttazioni tali e tante erano le grida e le imprecazioni che arrivavano in salotto. Si alzarono tutti in piedi. — Io so di che si tratta — esclamò il sindaco. — Lo so fin troppo bene: hanno trovato il cadavere del conte di Trémorel.
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