IV.-1

2006 Parole
IV.Ma il sindaco di Orcival si sbagliava. La porta del salotto si aprì bruscamente e apparve, in mezzo a un gendarme e a un domestico che lo tenevano per le braccia, un uomo dall’aspetto scarno e mingherlino che si dibatteva, difendendosi con un’energia insospettata. La colluttazione doveva già prolungarsi da parecchio tempo perché i suoi abiti erano ridotti in condizioni pietose. La finanziera nuova che indossava era in brandelli, la cravatta svolazzava stracciata, gli era stato strappato il bottoncino che chiudeva il collo della camicia e questa, semiaperta, lasciava intravedere il petto nudo. Aveva perduto il cappello e i lunghi capelli lisci e neri gli ricadevano spettinati sulla faccia deformata da un’espressione di angoscia spaventosa. Nel vestibolo e nel cortile, intanto, si sentivano risuonare le grida furiose dei domestici del castello e dei curiosi – erano più di un centinaio – che la notizia di un delitto aveva richiamato davanti al cancello e che smaniavano dalla voglia di saperne di più e, soprattutto, di vedere qualcosa. Questa folla infuriata gridava: — È lui! A morte l’assassino! È Guespin! Eccolo! Intanto l’infelice, letteralmente terrorizzato, continuava a dibattersi. — Aiuto! — gridava con la voce rauca. — Aiutatemi! Lasciatemi andare, sono innocente! Si era aggrappato alla porta del salotto e non si riusciva più a mandarlo avanti. — Portatelo qua, insomma! — diede ordine il sindaco che si lasciava prendere a poco a poco dalla stessa esasperazione della folla. — Conducetelo dentro! — Già, ma era più facile dirlo che farlo. Il terrore decuplicava letteralmente le forze di Guespin. Quando, però, al dottore balenò l’idea di aprire anche il secondo battente della porta del salotto, il disgraziato non trovò più un punto d’appoggio e cadde o, diciamo meglio, rotolò ai piedi del tavolo al quale il giudice istruttore era intento a scrivere. Si rialzò in fretta e furia cercando con gli occhi una via di scampo. Ma, poiché non ce n’erano in quanto i curiosi si assiepavano non soltanto alla porta ma anche alle finestre, si lasciò cadere in una poltrona. Il disgraziato era in preda a un terrore portato al parossismo. Sulla sua faccia livida spiccavano, violacei, i segni dei pugni e degli schiaffi che aveva ricevuto durante la colluttazione; le sue labbra tumefatte tremavano mentre muoveva a vuoto le mascelle come per irrorare di un po’ di saliva la lingua arida; gli occhi, sgranati in modo pauroso, apparivano iniettati di sangue ed esprimevano lo sgomento più atroce, mentre era scosso da spasimi convulsi in tutta la persona. Lo spettacolo era tanto spaventoso che il sindaco di Orcival fu indotto alla riflessione che avrebbe potuto trasformarsi in un altro insegnamento morale; quindi, si rivolse alla folla e mostrando Guespin esclamò in tono teatrale: — Ecco l’assassino! Gli altri – cioè il dottore, il giudice istruttore e il signor Plantat – si scambiarono qualche sguardo di stupore. — Se è colpevole — mormorò il vecchio giudice di pace — perché diavolo è tornato? Ci volle del bello e del buono per allontanare la folla e il brigadiere ci riuscì soltanto con l’aiuto dei suoi uomini. Poi tornò a prender posto al fianco di Guespin, pensando che non fosse prudente lasciare solo, in mezzo a gente disarmata, un delinquente tanto pericoloso. Purtroppo il disgraziato, in quel momento, non incuteva la minima paura. Era sopraggiunta la reazione inevitabile; la sua sovraeccitazione si stava spegnendo come un fuoco di paglia, i suoi muscoli esageratamente contratti erano diventati flaccidi e la sua prostrazione assomigliava all’agonia di una febbre cerebrale. Intanto il brigadiere si affrettava a render conto dell’accaduto. — Un gruppetto di domestici del castello e di abitanti del vicinato stavano discutendo davanti al cancello, descrivendo gli assassini di questa notte e la scomparsa di Guespin che risaliva a ieri sera quando, improvvisamente, lo hanno visto apparire in fondo alla strada. Arrivava a passi barcollanti e cantava a voce spiegata come un ubriaco. — Ma era veramente ubriaco? — domandò il signor Domini. — Ubriaco fradicio, signore — rispose il brigadiere. — Dunque, tutto merito del vino se è finito nelle nostre mani — mormorò il giudice istruttore. — A questo modo si spiega ogni cosa. — Scorgendo questo scellerato — continuò il gendarme che, evidentemente, non aveva ombra di dubbio sulla colpevolezza di Guespin — Francois, il cameriere personale del defunto signor conte, e il domestico del signor sindaco, Baptiste, che si trovavano in mezzo agli altri, gli si sono precipitati incontro e l’hanno agguantato. Era solo, aveva dimenticato tutto e credeva che si trattasse di uno scherzo Ma la vista di uno dei mici uomini gli ha fatto cambiare parere. È stato in quel momento che una delle donne gli ha gridato: “Farabutto! Sei tu che hai assassinato stanotte il conte e la contessa!” Lui è diventato subito pallido come un morto rimanendo immobile, a bocca aperta... insomma, sembrava inebetito. Però, poi, ha cominciato a dibattersi furiosamente tanto che, se non fossi intervenuto io, ci sarebbe scappato. Già, a giudicarlo dall’aspetto, non si direbbe che questo furfante sia così forte e robusto! — E non ha detto niente? — domandò il vecchio Plantat. — Nemmeno una parola, signore: digrignava talmente i denti per la rabbia che non ci sarebbe riuscito di sicuro. A ogni modo, ormai lo avevamo in mano, l’ho perquisito ed ecco quel che ho trovato nelle sue tasche: un fazzoletto, un falcetto, due piccole chiavi, un pezzo di carta pieno zeppo di cifre e di segni, un indirizzo di un negozio che si chiama Les Forges de Vulcain. Ma non è tutto… E il brigadiere fece una pausa guardando i suoi ascoltatori con aria piena di mistero: mirava a fare colpo. — Non è tutto. Mentre lo trascinavamo attraverso il cortile ha cercato di sbarazzarsi del portafogli. Io, però, tenevo gli occhi ben aperti e l’ho visto in tempo. Così sono andato a raccogliere il portafogli che era caduto in mezzo alle aiuole vicino alla porta d’ingresso. Eccolo. Contiene un biglietto da cento franchi, tre luigi e sette franchi in moneta. Però bisogna sapere che ieri questo farabutto non possedeva il becco di un quattrino... — Come fate a saperlo? — domandò il signor Courtois. — Diamine, signor sindaco! Aveva domandato in prestito a Francois, il cameriere (che me l’ha riferito) ventidue franchi dicendo che gli occorrevano per pagare la sua quota al pranzo di nozze. — Fate venire qui Francois — diede ordine il giudice istruttore. Quando il cameriere si presentò: — Sapete se Guespin, ieri, era provvisto di soldi? — gli domandò bruscamente. — Ne aveva talmente pochi, signore — rispose il domestico con prontezza — che mi aveva chiesto di prestargli venticinque franchi affermando che, se mi fossi rifiutato di darglieli, non avrebbe potuto venire alla festa degli sposi perché gli mancava perfino il necessario per pagarsi il biglietto del treno. — Ma poteva avere qualche risparmio, un biglietto da cento franchi, per esempio, che gli dispiaceva cambiare. Francois scrollò la lesta con un sorriso di incredulità. — Guespin non è tipo da avere dei risparmi — dichiarò con sicurezza. — Le donne e le carte gli mangiano tutto. Soltanto la settimana scorsa, il padrone del Cafè du Commerce è venuto a fargli una scenata perché gli doveva dei soldi e, anzi, l’ha addirittura minacciato di andare a lamentarsi dal signor conte. Tuttavia, notando l’effetto prodotto dalle sue parole, il cameriere si affrettò ad aggiungere, quasi a voler correggere l’impressione data: — Per carità, io non ho assolutamente niente contro Guespin: anzi, fino a oggi, l’ho sempre considerato un bravo ragazzo anche se gli piace un po’ troppo far baldoria; magari si dava un po’ troppe arie visto che era una persona istruita... — Potete andare — disse il giudice istruttore, tagliando corto i commenti di Francois. Il cameriere uscì. Nel frattempo Guespin si era un po’ ripreso. Il giudice istruttore, il vecchio Plantat e il sindaco si misero a scrutare incuriositi l’espressione che si era disegnata sulla sua faccia, perché non aveva avuto ancora la forza di calmarsi e riacquistare il suo solito aspetto. Intanto il dottor Gendron gli prendeva il polso e contata le pulsazioni. — Il rimorso e la paura del castigo? — mormorò il sindaco. — L’innocenza e l’impossibilità di dimostrarla! — rispose a voce bassa il secchio Plantat. Il giudice istruttore prese nota di questi due commenti ma non se ne lasciò impressionare. Non si era ancora formato un giudizio ben definito e non voleva lui – proprio lui, il rappresentante della Legge, la persona incaricata di infliggere una punizione – lasciarsi sfuggire, magari con una parola, un’opinione prematura. — Vi sentite meglio, figliolo? — domandò il dottor Gendron a Guespin Il disgraziato fece segno di sì. Poi, dopo aver lanciato intorno a sé lo sguardo angoscioso di chi tenta di misurare il baratro nel quale è precipitato, passandosi le mani sugli occhi domandò: — Da bere. Gli portarono un bicchier d’acqua e lui lo vuotò di colpo con un’espressione di invincibile voluttà. Poi si alzò in piedi. — Dunque adesso siete in grado di rispondermi? — gli chiese il giudice. Per quanto ancora un po’ barcollante, Guespin si era raddrizzato sulla persona e, appoggiandosi allo schienale di una seggiola, cercava di tenersi ben dritto di fronte al giudice. Il tremito nervoso delle sue mani non era più violento come prima, le sue guance avevano ripreso un po’ di colorito e, mentre rispondeva, si sforzava di riassettarsi gli abiti in disordine. — Immagino che sappiate quello che è accaduto stanotte, vero? — domandò il giudice — Il conte e la contessa di Trémorel sono stati assassinati. Benché voi siate partito con tutti i domestici del castello, avete lasciato gli altri alla Gare de Lyon verso le nove e, adesso, arrivate qui da solo. Dove avete passato la notte? Guespin abbassò la testa e non rispose. — Ma non è tutto — continuò il giudice. — Ieri non avevate un soldo, la cosa è risaputa e uno dei vostri compagni ha appena finito di confermarcelo; oggi, nel vostro portafoglio si trova una somma di cento sessantasette franchi. Dove avete preso questo denaro? Le labbra del disgraziato ebbero un fremito, come se avesse voluto rispondere; ma, evidentemente, una riflessione improvvisa glielo impedì, e continuò a tacere. — C’è un’altra cosa ancora — continuò il giudice — cioè questo biglietto con l’indirizzo di un negozio di ferramenta che vi è stato trovato in tasca. Guespin fece un gesto di disperazione e mormorò: — Sono innocente. — Badate che non vi ho ancora accusato — ribatté il giudice istruttore con vivacità. — A proposito, sapevate che il conte nella giornata di ieri aveva ricevuto una somma considerevole, vero? Le labbra di Guespin abbozzarono un sorriso amaro mentre rispondeva: — So benissimo che tutto è contro di me. Il silenzio, in salotto, era profondo. Il medico, il sindaco e il signor Plantat, colti da una curiosità spasmodica, non osavano fare il più piccolo movimento. Forse non c’è nulla di più sconvolgente al mondo di queste lotte spietate fra la giustizia e l’uomo sospettato di un delitto. Le domande possono sembrare insignificanti, le risposte banali: eppure sia le une sia le altre nascondono dei sottintesi terribili. È in queste occasioni che il minimo gesto, il più rapido cambiamento d’espressione possono assumere un significato enorme. Il lampo che illumina lo sguardo può denunciare un vantaggio che si è riportato; un’impercettibile alterazione della voce può essere una confessione. Sì, un interrogatorio, soprattutto il primo interrogatorio diventa una specie di duello. All’inizio gli avversari si studiano mentalmente, si stimano e si valutano, domande e risposte si incrociano cautamente, con una specie di esitazione, come le lame di due avversari che non sanno niente delle loro forze rispettive, ma la lotta ben presto si fa più accesa: al tintinnio delle spade e allo scambio sferzante delle parole i combattenti si animano, l’attacco diventa più insistente, la risposta più vivace, il senso del pericolo scompare e, se anche gli avversari sono di pari valore, il vantaggio resta a quello che sa conservare meglio il suo sangue freddo.
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