PREFAZIONE
PREFAZIONE
Se cammini per le vie del mondo al di fuori dei circuiti protetti del turismo organizzato le vedi popolate di bimbi di ogni età che corrono, giocano, ti vengono incontro con un sorriso che ti entra nel cuore... esattamente come accadeva nel nostro Nord.
ma sono sempre più le occasioni nelle quali ne incontri – se i tuoi occhi vogliono vederli – poveri, sporchi, disperati, insistenti perché hanno la pretesa di vivere: sono i bambini di strada. Un baratro di sofferenza tanto grande quanto vergognoso perché intrappola un numero “catastrofico” (denuncia l’Unicef) e in aumento, di coloro che sono il nostro futuro, i nostri piccoli uomini e donne di domani.
Che strano, basta aggiungere la preposizione “di” tra le innocue parole “bambini” e “strada” ed ecco un dramma che coinvolge, ci dice Amnesty International, circa 150 milioni di piccoli, a partire dai 5-6 anni! Sì, perché i bambini sono portatori di diritti (anche di doveri, per carità!) che non vengono loro riconosciuti, sono fastidiosi, importuni... pericolosi nella loro disperata ricerca di sopravvivenza dato che le loro famiglie – quando ancora esistono – non sono assolutamente in grado di fornire un minimo di sostegno vitale e le istituzioni preposte sono totalmente insufficienti e inadeguate.
Bambini di strada, meninos de rua, copiii strazii, gamines, chaveas: occhi grandi troppe volte induriti dalla fame, dal sentirsi rifiutati, che saprebbero sciogliersi nel pianto e nel sorriso se qualcuno li amasse.
Nell’Europa dell’Est il fenomeno è nato ed è cresciuto con la caduta del muro di Berlino, il crollo dell’impero sovietico e il conseguente e brusco instaurarsi del dominio del libero mercato che non ha più garantito i diritti alla casa, alla salute, al lavoro: si parla di 60.000 bambini di strada nella sola Mosca.
Da qui il traffico di bimbi per soddisfare gli appetiti sessuali malati di troppi adulti di ogni paese che usano e distruggono le vite di questi piccoli che non verranno reclamati da alcuna famiglia. Il fenomeno dilaga in Africa, in Asia, in Sud America, soprattutto in Brasile, fornendo ottima merce facilmente reperibile anche per i trafficanti di organi.
Sono nati in famiglie disgregate, troppe volte impoverite da un sistema economico che affama, sono creature che trovano più calore tra i compagni di sventura che non in quella povera madre abbandonata o dedita all’alcol, magari costretta alla prostituzione come unico mezzo di sopravvivenza o in quel padre che – se c’è – usa la sua forza di adulto solo per atti di violenza e prepotenza...
Hanno fame di cibo e di amore come i tanti orfani dell’AIDS o delle troppe guerre delle quali nessun giornale o televisione ci parla, perché “conflitti a bassa intensità”, molte volte alimentati dalle armi made in Italy.
Li incontrai a Nairobi dove vi sono più di cento associazioni locali impegnate per il loro recupero: in centro città a gruppi, a coppie, da soli... sdraiati su un po’ d’erba, con lo sguardo perso per la colla che hanno aspirato, quella colla da calzolaio che fa arricchire i fabbricanti, molte volte venduta dagli artigiani in confezioni facili da utilizzare da parte dei ragazzini. Inalare la colla aiuta a non sentire i morsi della fame dopo giorni di digiuno forzato, quando neanche tra l’immondizia trovano qualcosa che possa dare loro un po’ il senso di sazietà; la colla ti disinibisce, ti regala quell’aggressività che ti aiuta a compiere rapine, borseggi, ad essere violento come non saresti mai, perché non conosci altro modo di sopravvivenza, nessuno ti ha offerto un’alternativa.
Sniffare ti libera dai problemi, dà uno stato di euforia, ti porta fuori dalla realtà che ti fa schifo, ma dalla quale non riesci a liberarti. Secondo gli studi di alcuni tossicologi, l’inalazione della colla, agendo sulle membrane mieliniche che proteggono i neuroni, le danneggiano, le sciolgono, provocando un trauma neurotossico permanente, spaventoso, con casi di atrofia cerebrale. Si dice anche che sia uno “stile di vita”, un urlo silenzioso verso quel mondo di adulti che passa loro accanto ignorandoli volutamente: “Ci sono! Esisto anche se non mi vuoi vedere! Sono grande!”.
Bambini.
Quando ero con loro alla “Que tu Home of Peace” di Nairobi, a giocare, lavorare, studiare... ero con bambini che lì sapevano sorridere, perché erano contenti di qualcuno che si occupasse di loro: fame di affetto!
Li aiutavo a ripassare il giorno prima di un compito in classe a Koinonia, ancora Nairobi, nella casa di accoglienza fondata dal padre comboniano Kizito Sesana con il sostegno dell’Aifo. Ne ricordo uno che mi stava incollato, le sue gambe, il suo corpo attaccato al mio, e accettava l’abbraccio che voleva placare il suo timore per la prova che lo attendeva, proprio come qualunque altro studente in qualunque scuola del mondo.
Bambini che hanno voglia di sentirsi riconosciuti come persone.
A Nairobi avevo la mia strategia: giravo sempre con un casco di piccole banane africane e quando vedevo un bambino che si aggirava sul marciapiede, magari cercando un adulto al quale chiedere uno scellino, ero io ad andargli incontro sorridendo porgendogli due frutti e chiedendogli di condividerli con me. Gli domandavo il suo nome, gli dicevo il mio... accennavo alla Que tu Home of Peace, gli stringevo la mano. Poche parole, perché magari lui non conosceva l’inglese, ma ci si intendeva benissimo ugualmente. Semplicemente sentiva che non avevo paura di lui, che gli riconoscevo un’identità. Uno lo ritrovai in quel centro di accoglienza o meglio, fu lui a riconoscermi per quella “bianca” che gli aveva offerto una banana! Che non lo aveva evitato con disprezzo o con paura.
Un bambino.
In un mercatino di periferia, ho acquistato un paio di pantaloni (i suoi erano brandelli di stoffa che non riuscivano più a coprire né le gambe, né il sedere). Lo abbiamo scelto insieme, gliel’ho fatto indossare e mi sono portata via il vecchio straccio. Una stretta di mano... e in cambio, ho preteso quel vasetto di plastica con la colla che teneva dentro il giubbotto...
è stato però in Brasile, nel 1993 a Manaus, in Amazzonia, il primo incontro con loro: in una grande piazza del centro. Corpi inerti – all’apparenza – ma svegli per sfuggire agli squadroni della morte formati soprattutto da poliziotti e commercianti che agiscono preferibilmente la notte. Conobbi la gravità del problema grazie ad uno spot alla televisione che cercava di convincere la gente che quei bambini non sono per forza dei delinquenti, dei rifiuti da scartare e possibilmente da togliere di mezzo, ma vittime della povertà e dell’abbandono in cerca di riscatto. Tanti di loro vivono facendosi una tana in una grande discarica, in attesa dei camion dell’immondizia, soprattutto quello con i rifiuti dell’ospedale... La visione della discarica di Manaus è degna di un girone infernale e ci vivono dei bambini...
I cittadini li vedono come un problema. A Rio, parlando con un giornalaio immigrato, mi sentii dire che è bene eliminarli tutti e presto, perché non possono che diventare un pericolo: si scaricano le responsabilità di una società, di un governo, di un sistema economico che produce diseguaglianza sulle vittime più innocenti.
Conobbi Roberto n***o tanti anni fa, perché aveva il desiderio di conoscere da vicino la lebbra, malattia della quale il solo nome emargina, allontana.
Anche se di lebbra si guarisce perfettamente dagli anni ‘80, persiste la causa prima: la povertà.
Roberto ha voluto conoscere tale realtà: è stato in alcuni progetti Aifo in Brasile dove toccò con mano le contraddizioni di uno dei 10 paesi più sviluppati al mondo dove la ricchezza è nelle mani del 10% della popolazione e il 30% vive sotto la soglia della povertà. Contrasti terribili che lo hanno spinto a denunciare il dramma della lebbra con poesie e immagini.
Ma se questa malattia è in massima parte confinata nei paesi del Sud del mondo, l’ingiustizia dei bambini di strada è ovunque: da Ulan Bator, capitale della Mongolia, dove i piccoli senza tetto dormono la notte per la strada, accanto ai tubi dell’acqua calda, per non morire assiderati, a Bogotá, da Kigali a Delhi, da Lima a Buenos Aires.
I bambini di strada sono in ogni continente.
Roberto li ha incontrati sulle ruas brasiliane, ha conosciuto il loro dramma, li ha amati e li ha resi protagonisti del suo racconto che collega due mondi dove coesistono tanto amore e tanta sofferenza. Non importa il colore della pelle: il sangue che scorre nelle vene è lo stesso, così come la paura e la voglia di essere amati. A noi decidere se con i nostri gesti, le nostre scelte, i nostri “sì” e i nostri “no” essere strumenti di vita o di morte per tanti... per troppi.
Roberto ci racconta una storia legata alla droga, problema diffuso nelle nostre città italiane, troppo a lungo negato e crea un ponte con un mondo lontano che sembra così vicino solo quando lo vediamo come meta meravigliosa per le nostre vacanze, ma che releghiamo nel buio della nostra mente quando si tratta di ingiustizie.
Meninos del rua, bambini, copiii strazii, gamines, chaveas... no, grazie, solamente bambini!
Susanna Bernoldi
Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau