5.
Mi spinsi fin quasi nella ex zona rossa. Edifici disintegrati e gente estirpata alla loro esistenza. Ciò che era accaduto alla 11.56 di martedì 14 agosto 2018 aveva avuto seguito nella demolizione del ponte Morandi.
Ricordo perfettamente quel giorno.
Ero in centro e la vigilia di Ferragosto in giro non c’era quasi nessuno. A quell’ora ero in un bar del centro a farmi un caffè e vidi su un televisore muto una immagine del ponte mutilato. Pensai che fosse un qualche fotomontaggio, qualcuno che per oscuri motivi aveva cancellato una parte del ponte per avere dei like su Internet.
Lo scenario cambiò quando il barista alzò il volume del televisore e iniziarono a passare i sottopancia. Le notizie in tempo reale scorrevano nel basso del teleschermo, alternandosi e ripetendosi.
Vidi una metamorfosi nell’espressione del barista che mi lasciò sconcertato.
Fino a quel punto cordiale e sorridente, diventò scuro e preoccupato.
Afferrò il telefono e iniziò a chiamare. Era evidente che voleva sincerarsi che i suoi cari stessero bene.
Fortunatamente per lui, tutte le persone chiamate risposero…
E ora mi trovavo lì, a distanza di mesi, e quel ponte che univa i due lati della vallata del Polcevera non c’era più.
Anche solo inconsciamente si percepiva che mancava qualcosa. Una presenza ingombrante, ma persistente nei decenni come un golem dormiente.
Un golem con inciso la parola met sulla fronte, che improvvisamente risvegliatosi aveva portato morte e distruzione ed era scappato portandosi via quarantatré anime. Per sempre.
Una sensazione strana. Il cuore di Genova non avrebbe più avuto il solito battito. Ci sarebbe stata per sempre un’aritmia da assenza.
Cercai di cancellare l’intrico di sentimenti passandomi la mano sugli occhi, a stropicciarli.