- Oh no, egli stesso mi diceva - perché gliel’ho domandato - di non essere vissuto affatto in quel modo e di aver perduto molti e molti minuti.
- Be’, eccovi dunque una prova che è impossibile vivere “tenendo un conto preciso”. Per una ragione o per l’altra è impossibile.
- Sì, per una ragione o per l’altra è impossibile, - ripeté il principe, - anche a me pareva così... E nondimeno non si può credere...
- Cioè, voi pensate di poter vivere più assennatamente di tutti gli altri? - disse Aglaja.
- Sì, qualche volta mi è venuta anche questa idea. - E vi viene ancora?
- E... mi viene ancora, - rispose il principe, guardando Aglaja, come prima, con un dolce e anzi timido sorriso, ma subito dopo scoppiò di nuovo a ridere e la guardò allegramente.
- Che modestia! - disse Aglaja, quasi irritata.
- Ma come siete coraggiose! Voi ecco, ridete, io invece fui così colpito da tutto quel racconto, che poi me lo sognai, sognai per l’appunto quei cinque minuti...
Ancora una volta egli girò uno sguardo scrutatore e serio sulle sue ascoltatrici.
- Non siete in collera con me? - domandò a un tratto, come impacciato, ma guardandole però tutte negli occhi.
- E perché? - esclamarono le ragazze meravigliate.
- Ma sì, perché ho sempre l’aria di far la lezione...
Tutte si misero a ridere.
- Se siete in collera, non siatelo più, - diss’egli, - so bene anch’io di aver vissuto meno degli altri e di comprendere la vita meno di qualunque altro. Forse, io dico a volte delle cose molto strane...
E si confuse del tutto.
- Se dite di essere stato felice, vuoi dire che avete vissuto non meno, ma più degli altri; perché dunque fingete e vi scusate? - ricominciò Aglaja con asprezza provocante: - e, ve ne prego, non datevi pensiero perché ci fate la lezione, qui non c’è ombra di vittoria da parte vostra. Col vostro quietismo si possono colmare di felicità anche cent’anni di vita. Che vi si mostri un’esecuzione capitale o che vi si mostri il dito mignolo, voi dall’uno come dall’altro fatto caverete un pensiero ugualmente edificante, e ne rimarrete anche soddisfatto. A questo modo è facile vivere a lungo.
- Non capisco perché ti arrabbi sempre, - intervenne a dire la generalessa, che da tempo osservava i visi degli interlocutori, - e non posso nemmeno capire di che cosa parlate. Che dito mignolo e che sciocchezze son queste? Il principe parla benissimo, ma quel che dice è un po’ triste. Perché lo scoraggi? Quando ha cominciato, rideva; ora invece è tutto mortificato.
- Non è niente, maman. Peccato però che non abbiate veduto un’esecuzione capitale, principe, vi avrei domandato un cosa.
- Un’esecuzione capitale l’ho veduta, - rispose il principe.
- L’avete veduta? - esclamò Aglaja: - avrei dovuto indovinarlo! Questa corona l’opera. Se l’avete veduta, come dite di esser vissuto sempre felicemente? Su via, non vi ho detto la verità?
- Nel vostro villaggio c’è forse la pena capitale? - domandò Adelaida.
- Io l’ho vista a Lione, c’ero andato con Schneider: mi aveva preso con sé. Appena arrivato, capitai là.
- Ebbene, vi piacque molto? Ci trovaste molto di edificante? di utile? - interrogò Aglaja.
- Non mi piacque per niente, e dopo ne caddi ammalato, ma confesso che guardavo come se fossi inchiodato, non potevo levarne gli occhi.
- Anch’io non potrei levarne gli occhi, - disse Aglaja.
- Laggiù non piace niente che le donne vadano a vedere, e di quelle donne parlano poi anche i giornali.
- Se credono che la cosa non sia fatta per le donne, con ciò stesso vogliono dire che è fatta per gli uomini (e, per conseguenza, giustificarla). Complimenti per la logica! Anche voi, certo, la pensate così.
- Raccontateci dell’esecuzione capitale, - interruppe Adelaida.
- Non ne avrei nessuna voglia adesso... - disse il principe turbato, e parve accigliarsi.
- Sembra che vi rincresca raccontarcelo, - disse punzecchiandolo Aglaja.
- No, lo dico perché di quella stessa esecuzione ho già raccontato poco fa.
- A chi?
- Al vostro cameriere, mentre aspettavo...
- A quale cameriere? - domandarono da tutte le parti.
- A quello che sta in anticamera, brizzolato, rubicondo; aspettavo in anticamera per e entrare da Ivàn Fédorovic.
- Questo è strano, - osservò la generalessa.
- Il principe è democratico, - disse Aglaja, tagliente. - Su via, se l’avete raccontato ad Alekséj, non potete più dirci di no.
- Io assolutamente voglio sentirlo, - ripeté Adelaida.
- Poc’anzi in realtà, - disse rivolto a lei il principe, rianimandosi alquanto (egli pareva animarsi con fiduciosa prontezza), - in realtà ho avuto l’idea, quando mi avete chiesto il soggetto di un quadro, di darvi questo: dipingere il viso di un condannato un minuto prima del colpo di mannaia, quand’egli è ancora in piedi sul patibolo, prima di stendersi sul tavolato.
- Come, il viso? solo il viso? - domandò Adelaida. - Sarebbe uno strano soggetto, e che quadro ne può venir fuori?
- Non so; perché poi? - insisté il principe con calore. - Poco tempo fa vidi un quadro simile a Basilea. Ho una gran voglia di parlarvene... Un giorno o l’altro ve lo racconterò... mi fece molta impressione.
- Del quadro di Basilea ci parlerete di sicuro, ma dopo! - disse Adelaida. - Adesso spiegatemi che quadro si può cavare da quella esecuzione. Siete capace di rendere la cosa come ve la figurate? Come dunque dipingere quel viso? Così, solo il viso? E che viso poi?
- Fu giusto un minuto prima della morte, - cominciò il principe con gran prontezza, lasciandosi trasportare dal ricordo ed evidentemente dimenticando subito tutto il resto, - proprio il momento che egli, salita la scaletta, aveva appena messo il piede sul patibolo. In quel momento gettò uno sguardo dalla mia parte; io guardai il suo viso e capii tutto... Ma come si fa a raccontar questo? Mi piacerebbe molto, moltissimo che voi lo dipingeste, voi o qualcun altro! Meglio però se foste voi! Già allora pensai che sarebbe stato un quadro utile. Sapete, qui bisogna rappresentare tutto ciò che è accaduto prima, tutto, tutto. Egli era in prigione e si aspettava di venir giustiziato almeno una settimana più in là; faceva qualche assegnamento sulle solite formalità, pensava che la pratica dovesse andare ancora in qualche posto ed essere decisa solo di lì a una settimana. E a un tratto, per non so qual ragione, la cosa fu abbreviata. Alle cinque del mattino egli dormiva. Si era alla fine di ottobre; alle cinque l’aria è ancora fredda e scura. Entrò il direttore della prigione, pian piano, col carceriere, e gli toccò cautamente una spalla; quello si sollevò, si appoggiò sul gomito, vide il lume: “Che c’è?”. “Alle nove l’esecuzione”. Ancora assonnato, non ci credette, cominciò a discutere, dicendo che la carta sarebbe venuta fuori dopo una settimana, ma quando si fu svegliato del tutto, smise di discutere e tacque, così raccontavano, poi disse: “Eppure è doloroso, così d’un tratto...” e tornò a tacere, e non volle più dir nulla. Poi tre, quattro ore passano nelle solite cose: il prete, la colazione, in cui gli danno vino, caffè, carne (be’, non è un’ironia? Che crudeltà, vien da pensare; ma d’altra parte, in fede mia, quegli uomini, nell’innocenza loro, lo fanno di buon cuore e son persuasi che quello sia amor del prossimo); poi la toilette (voi capite che cos’è la toilette del condannato?), finalmente, attraverso la città, lo portano al patibolo... Anche a lui, credo, mentre lo portano là, sembra di dover vivere ancora senza fine. Mi pare che lungo il cammino debba pensare: “C’è ancora molto da vivere, ancora tre vie; ora percorrerò questa, poi rimane ancora quella, poi quell’altra, dove c’è un fornaio, a destra... chi sa quando arriveremo al fornaio!” Tutt’intorno gente, grida, chiasso, diecimila facce, diecimila sguardi: bisogna sopportare tutto ciò e, soprattutto, questo pensiero: “Ecco, quelli sono diecimila, e di loro nessuno viene giustiziato, e me mi giustiziano!”. Be’, tutto questo è l’antefatto. Una scaletta conduce sul palco; lì, davanti alla scaletta, egli scoppiò a piangere, ed era un uomo forte e coraggioso, e un gran malfattore, dicevano. Il prete non l’aveva mai lasciato: era andato con lui sulla carretta e gli aveva sempre parlato, ma è poco probabile che quello sentisse, e anche se cominciava ad ascoltare, alla terza parola non capiva più nulla. Così ha da essere. Infine prese a salire la scaletta; le sue gambe erano legate, perciò si movevano a passettini. Il prete, che certo era un uomo intelligente, aveva smesso di parlare e gli porgeva solo il crocifisso perché lo baciasse. Ai piedi della scaletta egli era pallidissimo, ma, appena salito sul palco, divenne a un tratto bianco come la carta, proprio come un foglio di carta bianca da scrivere. Certo, le gambe gli venivan meno e gli s’irrigidivano, ed egli provava nausea, come se qualcosa gli serrasse la gola e gli facesse il solletico, non avete mai avuto questa sensazione nei momenti di spavento o di grave pericolo, quando la ragione perdura intatta, ma non ha più alcun dominio? A me sembra, per esempio, che se non c’è scampo possibile, se la casa sta per crollarci addosso, si deve sentire improvvisamente una gran voglia di mettersi a sedere, di chiuder gli occhi e di aspettare: succeda quel che vuole!... Ed ecco che, quando lo assaliva una simile debolezza, il prete in fretta, con rapido gesto e in silenzio, gli accostava il crocifisso alle labbra, una piccola croce d’argento, a quattro bracci e gliel’accostava con frequenza, a ogni istante. E appena la croce gli toccava le labbra, egli apriva gli occhi e pareva rianimarsi per qualche secondo, e le sue gambe camminavano. Baciava la croce avidamente, con fretta, quasi si affrettasse a far provvista non so di che, per ogni evento; è difficile però che in quel minuto fosse viva in lui una qualsiasi coscienza religiosa. E così arrivò al tavolato... È strano che i condannati, in quegli ultimi istanti, di rado cadano in deliquio! Al contrario, la testa vive e lavora intensamente, violentemente, con la violenza di una macchina in moto; io mi figuro che vi martelli dentro una quantità di pensieri estranei, tutti incompiuti, e forse anche buffi, di questo genere: “Ecco, quell’uomo mi guarda, ha un porro sulla fronte; ecco, il boia ha uno dei bottoni inferiori arrugginito...” e intanto si sa e si ricorda tutto; c’è un punto che in nessun modo si può dimenticare, e in deliquio non si può cadere, e tutto gira e turbina intorno a quel punto. E pensare che così è fino all’ultimo quarto di secondo, quando la testa già è posata sul ceppo, e aspetta, e... sa, e a un tratto sente il ferro scivolare giù, sopra di sé! Questo si sente di sicuro! E io, se fossi là disteso, di proposito cercherei di sentirlo e lo sentirei! È forse questione di un solo decimo di secondo, ma si sente di certo! E figuratevi, c’è tuttora chi sostiene che la testa, quando piomba giù, continua ad aver coscienza, per un secondo forse, di essere stata spiccata - che orrenda coscienza! E se fossero cinque secondi?... Dipingete il patibolo in modo che se ne possa vedere chiaramente solo lo scalino più alto; il condannato vi è salito su: ecco la testa, il viso bianco come la carta; il prete tende la croce e quello sporge avidamente le sue labbra livide e guarda, e... sa tutto. La croce e la testa, ecco il quadro; la faccia del prete, quella del boia, dei suoi due aiutanti, alcune teste e alcuni occhi in basso: tutto questo si può dipingerlo, direi, in terzo piano, in ombra, come un accessorio... Ecco il quadro.
Il principe tacque e le guardò tutte.
- Questo, certo, è tutt’altro che quietismo, - mormorò Aleksandra.
- Ebbene, adesso raccontateci come siete stato innamorato, - disse Adelaida.
Il principe la guardò con meraviglia.
- Sentite, - disse come affrettandosi Adelaida, - ci dovete ancora parlare del quadro di Basilea, ma ora vorrei sapere come siete stato innamorato; non negate, lo siete stato. E poi, appena cominciate a raccontare, voi cessate di essere filosofo.
- E appena avete finito un racconto, subito vi vergognate di averlo fatto, - osservò all’improvviso Aglaja. - Perché?
- Ma infine com’è stupido questo! - disse aspra la generalessa, guardando Aglaja con indignazione.
- È poco intelligente, - confermò Aleksandra.
- Non le badate, principe, - disse la generalessa, volgendosi a lui, - lo fa apposta per non so che malignità; non ha ricevuto un’educazione così sciocca; non state a pensar male perché vi punzecchiano. Ne hanno certo studiata qualcuna, ma già vi vogliono bene. I loro visi li conosco.
- Anch’io i loro visi li conosco, - disse il principe, accentuando le sue parole.
- Come mai? - domandò Aglaja con curiosità.
- Che sapete dei nostri visi? - chiesero incuriosite anche le altre due.
Ma il principe taceva, serio; tutte aspettavano la sua risposta.
- Velo dirò poi, - diss’egli a bassa voce, gravemente.
- Ci volete proprio incuriosire, - esclamò Aglaja: - e che solennità!
- Su, via, sta bene, - si affrettò di nuovo a dire Adelaida, - ma se siete così buon fisonomista, di sicuro siete stato anche innamorato: ho dunque indovinato. Allora raccontate!
- Io non sono stato innamorato, - rispose il principe con la stessa voce sommessa e grave, - io... sono stato felice in altro modo. Come? in che modo?
- Ebbene, ve lo racconterò, - proferì il principe, come profondamente assorto.