VI
- Ecco, - cominciò il principe, - voi tutte mi guardate ora con tanta curiosità che, se io non la soddisfacessi, sareste capaci di adirarvi con me. No, scherzo, - soggiunse subito con un sorriso. - Laggiù... laggiù non c’erano che ragazzi, e io ero sempre con loro, soltanto con loro. Erano i ragazzi del villaggio, tutta la gaia brigata che frequentava la scuola. Non già che io insegnassi loro - oh no! per questo c’era lì il maestro Jules Thibault, - o forse sì, insegnavo anche qualche cosa, ma soprattutto me ne stavo con loro, e i miei quattro anni passarono così. Non sentivo il bisogno di altro. Dicevo loro tutto, non nascondevo nulla. I padri e i parenti mi presero in uggia, perché i ragazzi avevano finito col non poter più fare a meno di me e sempre mi si stringevano intorno; anzi il maestro di scuola divenne alla fine il mio maggior nemico. Mi feci molti nemici laggiù, e sempre per via dei ragazzi. Perfino Schneider mi sgridava. Ma di che avevan tanta paura? Al fanciullo tutto si può dire, tutto; mi ha sempre colpito il pensiero di quanto poco i grandi conoscano i fanciulli, quanto poco anche i padri e le madri conoscano i propri figli. Ai fanciulli non si deve nasconder nulla col pretesto che son piccoli e che è troppo presto perché essi sappiano. Che triste e malaugurata idea! E come i ragazzi stessi si avvedono che i padri li considerano troppo piccoli e incapaci di capire, mentre essi capiscono tutto! I grandi non sanno che un fanciullo, anche in un caso difficile, può dare un consiglio di molta importanza. O Dio! quando vi guarda quel grazioso uccellino, con aspetto fiducioso e felice, voi avete pur vergogna d’ingannarlo! Io li chiamo uccellini, perché al mondo non c’è nulla di meglio degli uccellini. Del resto, tutti nel villaggio ce l’avevano con me soprattutto per un certo caso... mentre Thibault era semplicemente geloso di me; sul principio non faceva che tentennare il capo e meravigliarsi che con me i ragazzi capissero tutto, e con lui quasi niente, ma poi si mise a deridermi, quando gli dissi che tutti e due, io e lui, non potevamo insegnar loro nulla, e che essi avrebbero piuttosto insegnato a noi. E come poteva essere geloso di me e calunniarmi, quando egli stesso viveva in mezzo ai fanciulli! Grazie alla compagnia dei fanciulli l’anima si risana... Là, nella casa di cura di Schneider, c’era un malato fra gli altri, un uomo infelicissimo. Un’infelicità così orrenda, che un’altra simile difficilmente può esistere. Era stato messo in cura per demenza; secondo me, non era un demente, ma soffriva in modo atroce, ed era quella la sua malattia. E se sapeste che cosa divennero per lui alla fine i nostri ragazzi... Ma di questo malato vi dirò meglio in seguito; ora vi racconterò come la cosa ebbe inizio. I ragazzi sulle prime non mi volevano bene. Ero così grande, sono sempre così goffo, e anche brutto, lo so... per giunta, ero uno straniero. I ragazzi dapprima ridevano di me, poi cominciarono perfino a tirarmi dei sassi, quando mi videro baciare Marie. E io la baciai una sola volta in tutto... No, non ridete, - disse il principe, affrettandosi a frenare le risatine delle sue ascoltatrici, - non si trattava punto di amore. Se sapeste che disgraziata creatura era quella, ne avreste anche voi tanta pietà come l’ebbi io. Era del nostro villaggio. Sua madre era vecchissima, e nel suo piccolo e cadente tugurio con due finestre l’autorità del paese le aveva permesso di collocare un tramezzo e di vendere da una delle finestre legacci, filo, tabacco, sapone, tutta roba da pochi centesimi; e in tal modo essa campava. Era malata e aveva le gambe gonfie, perciò stava sempre seduta. Marie era sua figlia: sui vent’anni, debole e magrolina; da un pezzo aveva un principio di tisi, ma continuava ad andar per le case a fare dei lavori pesanti a giornata: lavava i pavimenti, la biancheria, spazzava i cortili, faceva rientrare il bestiame. Un commesso viaggiatore francese, di passaggio, l’aveva sedotta e portata via, ma di lì a una settimana l’abbandonò, sola, sulla strada e partì alla chetichella. Essa tornò a casa mendicando, tutta infangata, lacera, con le scarpe rotte; aveva camminato a piedi una settimana intera, passando la notte nei campi, e aveva preso freddo per bene; aveva i piedi coperti di piaghe, le mani gonfie e screpolate. Anche prima, del resto, non era mai stata bella; ma i suoi occhi eran dolci, buoni, innocenti. Era taciturna all’eccesso. Una volta, qualche tempo innanzi, mentre lavorava, si era messa improvvisamente a cantare, e mi ricordo che tutti se n’erano meravigliati e avevan riso: “Marie s’è messa a cantare! Come mai? Marie s’è messa a cantare!” e lei era rimasta molto confusa ed era stata poi sempre zitta. Allora la trattavano ancora con dolcezza, ma quando tornò malata e straziata, non ci fu uno che avesse compassione di lei! Che gente crudele, su questo punto, e che idee disumane! La madre, per prima, l’accolse con ira e disprezzo: “Ora mi hai disonorata”. E per prima la espose al ludibrio; quando in paese si seppe che Marie era tornata, tutti corsero a vederla e quasi tutto il villaggio fece ressa nel tugurio della vecchia: vecchi, bambini, donne, ragazze, tutta una folla impaziente, avida. Marie giaceva per terra, ai piedi della vecchia, affamata, lacera, e piangeva. Davanti alla folla accorsa, si coprì il viso coi capelli scomposti e si prostrò bocconi. Tutti intorno la guardavano come si guarda un rettile; i vecchi la condannavano e l’insultavano, i giovani ridevan perfino, anche le donne avevano per lei ingiurie e rimbrotti, e un tale disprezzo, come se fosse un verme. La madre permetteva tutto ciò, era lì anche lei, e approvava crollando il capo. A quel tempo la madre era già molto malata e quasi morente (infatti di lì a due mesi morì); sapeva di esser vicina a morire, nondimeno non pensò a riconciliarsi con la figlia sino all’ora della morte; anzi non le diceva nemmeno una parola, la mandava a dormire nell’ingresso e quasi non le dava da mangiare. Aveva spesso bisogno di mettere le gambe malate nell’acqua calda, e Marie ogni giorno gliele lavava e aveva cura di lei: essa accettava tutti i suoi servigi in silenzio e non le diceva mai una parola affettuosa. Marie sopportava tutto, e io poi, quando la conobbi, notai che essa stessa approvava ogni cosa e si considerava come l’ultima delle creature. Quando la vecchia si mise a letto per non alzarsi più, vennero ad assisterla le altre vecchie del villaggio, per turno: così usa laggiù. Allora a Marie non si diede più da mangiare addirittura, in paese tutti la scacciavano, nessuno più voleva darle lavoro come un tempo. Quasi quasi le sputavano addosso e gli uomini avevano smesso perfino di considerarla come una donna e le dicevano sempre parolacce. Qualche volta, ma assai di rado, la domenica, quando si ubriacavano, per divertirsi le gettavano degli spiccioli, così, per terra; Marie li raccattava in silenzio. Fin da allora aveva cominciato a sputar sangue. Alla fine i suoi cenci si ridussero in brandelli, tanto che essa si vergognava di mostrarsi nel villaggio; scalza poi era sempre andata fin dal suo ritorno. Ed ecco che allora specialmente i ragazzi, in massa, - erano più di quaranta scolari, - si misero a schernirla e anche a buttarle del fango. Essa pregò un mandriano che la lasciasse andare a guardar le vacche, ma il mandriano la scacciò. Allora da sé, senza permesso, prese ad andarsene con l’armento per l’intera giornata, e poiché era di molta utilità per il mandriano, costui, che se n’era accorto, non la scacciava più, e anzi a volte le dava gli avanzi del suo desinare, un po’ di formaggio e di pane. Egli riguardava questo come una grande generosità da parte sua. Quando poi la madre morì, il pastore non ebbe vergogna, in chiesa, di coprire Marie d’infamia in presenza di tutti. Marie stava in piedi. dietro la bara, cenciosa come era sempre, e piangeva. Molta gente si era raccolta per vedere come avrebbe pianto e seguito la bara; allora il pastore, che era ancora giovane e aveva l’ambizione di diventare un gran predicatore, si rivolse alla gente e indicò Marie: “Ecco chi è stata la cagione della mortequesta donna rispettabile (e non era vero, perché quella già da due anni era ammalata), eccola davanti a voi, che non osa gettare uno sguardo, perché è segnata dal dito di Dio; eccola scalza e cenciosa, esempio a quelle che perdono la virtù! E chi è mai? Sua figlia!” e via su questo tono. E figuratevi che questa bassezza piacque a quasi tutti, ma... qui successe una storia curiosa: allora intervennero i ragazzi, perché a quel tempo essi erano già tutti dalla mia parte e avevano preso a voler bene a Marie. Ecco come andò. Mi era venuto il desiderio di fare qualcosa per Marie; sarebbe stato necessario darle del denaro, ma là io non avevo mai nemmeno un soldo. Possedevo una piccola spilla di brillanti, e la vendetti a un rigattiere che andava per i villaggi e trafficava in vestiti usati. Mi diede otto franchi, mentre essa ne valeva quaranta buoni. Per lungo tempo cercai d’incontrare Marie sola: finalmente c’incontrammo fuori del villaggio, presso una siepe, su una viottola traversa in salita, dietro un albero. Le diedi gli otto franchi e le dissi di farne buon uso, perché non ne avrei avuti altri; poi la baciai, e pregandola di non pensare che avessi qualche cattiva intenzione, le dissi che la baciavo non perché fossi innamorato di lei, ma perché mi faceva molta pietà, e che fin da principio non l’avevo giudicata colpevole, ma soltanto infelice. Avevo anche un gran desiderio di confortarla e l’assicurai che non doveva considerarsi di tanto inferiore agli altri, ma essa parve non capire. Me ne avvidi subito, sebbene avesse quasi sempre taciuto e mi stesse davanti con gli occhi bassi, tutta vergognosa. Quando ebbi finito, mi baciò la mano, e io subito le presi la sua e gliela volevo baciare, ma la ritirò in fretta. In quel momento ci sorprese la turba dei ragazzi; seppi poi che da un bel po’ mi stavano spiando. Cominciarono a fischiare, a batter le mani e a ridere, e Marie fuggì via. Io volevo parlare, ma si misero a tirarmi delle pietre. Lo stesso giorno tutti, nel villaggio, riseppero la cosa, tutto si rovesciò di nuovo su Marie: più di prima la presero in odio. Anzi sentii dire che volevano infliggerle un castigo, ma, grazie a Dio, non ci fu altro; i ragazzi però non le davano più quartiere, la schernivano peggio di prima, le scagliavano del fango; la inseguivano, lei correva via, ansando col suo debole petto, e loro dietro gridando, ingiuriando. Una volta mi misi perfino a picchiarli. Poi cominciai a parlar loro, e così facevo tutti i giorni, ogni qualvolta mi era possibile. Talora si fermavano e mi ascoltavano, pur continuando ancora ad insultare. Spiegai loro quanto Marie fosse infelice; presto smisero gli insulti e cominciarono ad allontanarsi in silenzio. A poco a poco ci mettemmo a discorrere, e io non nascosi loro nulla: raccontai tutto. Mi ascoltarono con molto interesse e presto sentirono pietà di Marie. Alcuni, incontrandola, presero a salutarla affabilmente; là è costume, quando due s’incontrano - conoscenti o no - di salutarsi e dire: “buon giorno”. M’immagino quanto doveva meravigliarsi Marie. Un giorno due ragazzine si procurarono un po’ di cibo e glielo portarono, glielo dettero, vennero e me lo dissero. Raccontavano che Marie aveva dato in pianto e che ora le volevano un gran bene. Presto anche gli altri le vollero bene, e nello stesso tempo presero a voler bene anche a me. Venivano spesso a trovarmi e mi pregavano sempre di raccontare qualche cosa; e forse raccontavo bene, perché mi ascoltavano con gran piacere. In seguito mi misi a studiare ed a leggere appositamente per intrattenerli, come poi feci per tutti quei tre anni, coi miei racconti. E quando tutti, compreso Schneider, mi rimproveravano di parlare con loro come se fossero grandi, senza celar nulla, io rispondevo che dir loro delle menzogne era vergognoso, che essi già sapevano la verità, per quanto si cercasse di nascondergliela, e che magari sarebbero venuti a conoscerla in modo malsano, mentre con me questo non succedeva. Bastava che ognuno si ricordasse di essere stato ragazzo anche lui. Ma essi non erano della stessa opinione... Io avevo baciato Marie due settimane prima che sua madre morisse; quando poi il pastore fece la sua predica, tutti i ragazzi erano già dalla mia parte. Io subito raccontai e spiegai loro l’azione del pastore; tutti se la presero con lui, e alcuni a tal segno, che a sassate gli ruppero i vetri delle finestre. Io cercavo di frenarli, perché quello, certo, era malfatto; ma nel villaggio la cosa fu subito risaputa, ed ecco che si cominciò ad accusarmi di aver guastato i ragazzi. Poi tutti seppero che i ragazzi volevano bene a Marie e se ne spaventarono moltissimo, ma Marie ormai era felice. Proibirono ai ragazzi persino di incontrarla, ma essi correvano di nascosto al pascolo, abbastanza lontano, quasi a mezza versta dal villaggio; le portavano dei regalucci, e taluni correvano fin là solo per abbracciarla, baciarla, dirle: “Je vous aime, Marie!” e poi tornare indietro a rotta di col-lo. Poco mancò che Marie non impazzisse per questa improvvisa felicità: non l’aveva mai neppur sognata, n’era vergognosa e lieta; ai ragazzi poi, e specialmente alle ragazze, piaceva correr da lei per dirle che io le volevo bene e che con loro parlavo moltissimo di lei. Le dissero che ero stato io a raccontar loro ogni cosa, che ora le volevano bene e la compativano, e così avrebbero fatto sempre. Poi correvan da me e, con quei loro visetti pieni di gioia e di premura, m’informavano di avere poco prima veduto Marie e che Marie mi faceva salutare. La sera andavo verso la cascata; là c’era un sito che dal villaggio non si poteva vedere per niente, tutto circondato da pioppi, e là venivano a trovarmi la sera, qualcuno anche di soppiatto. Mi pareva che il mio amore per Marie fosse loro di godimento grandissimo, e fu questo, durante tutto il tempo che io vissi laggiù, l’unico punto su cui li ingannai. Non cercavo di farli ricredere spiegando che non amavo Marie, voglio dire che non n’ero innamorato, ma che sentivo per lei solo una grande pietà: essi preferivano, lo capivo da ogni cosa, che fosse così come avevano immaginato e supposto tra loro, perciò tacevo e lasciavo credere che avessero indovinato, E fino a tal punto erano delicati e teneri quei piccoli cuori, che era parso loro impossibile, tra l’altro, che il loro buon Léon volesse tanto bene a Marie, mentre Marie era così malvestita e senza scarpe. Figuratevi che le procacciarono e scarpe, e calze, e biancheria, e perfino un vestito; come ci si fossero ingegnati, non lo capisco; agivano tutti d’intesa. Quando li interrogavo, si limitavano a ridere allegramente, e le ragazzine battevano le mani e mi baciavano. Qualche volta andavo anch’io di nascosto a trovare Marie. Ormai era molto malata e camminava a fatica; alla fine smise del tutto di fare i servizi al mandriano, nondimeno ogni mattina se ne usciva con l’armento. Si metteva a sedere in disparte; c’era là una roccia quasi a picco, con una sporgenza; sedeva sopra un sasso proprio nell’angolo più nascosto e vi rimaneva quasi immobile tutta la giornata, dal mattino fino a quando l’armento se ne andava. Era già così debole per via della tisi, che per lo più stava seduta con gli occhi chiusi e la testa appoggiata alla roccia, e sonnecchiava respirando affannosamente; il suo viso era dimagrito, scheletrito, e il sudore le bagnava la fronte e le tempie. Così la trovavo sempre. Venivo per un momento, e anch’io non volevo che mi si vedesse. Appena comparivo, Marie sussultava, apriva gli occhi e con impeto si metteva a baciarmi le mani. Io non le ritiravo più, perché quella per lei era una felicità; tutto il tempo che stavo là seduto, tremava e piangeva; a tratti, è vero, si sforzava di parlare, ma era difficile capirla. Era come pazza, in uno stato di estrema agitazione e di estasi. A volte i ragazzi venivano con me. Allora si fermavano di solito a poca distanza e si mettevano a far la guardia, per proteggerci da non so che cosa e da non so chi, e questo era per loro un piacere straordinario. Quando andavamo via, Marie tornava a restar sola, immobile come prima, con gli occhi chiusi e la testa appoggiata alla roccia; forse sognava. Una mattina non poté più andare con l’armento e se ne rimase nella sua casa deserta. I ragazzi lo seppero subito e quasi tutti furono quel giorno a visitarla; era coricata nel suo lettino, sola soletta. Per due giorni l’assistettero soltanto i ragazzi, correndo là a turno; ma poi, quando si seppe nel villaggio che Marie stava veramente per morire, le vecchie cominciarono ad andar da lei, a vegliarla. Pareva che ora, nel villaggio, si avesse pietà di Marie; per lo meno i ragazzi non erano più trattenuti e sgridati come un tempo. Marie era sempre in un dormiveglia, aveva un sonno agitato: tossiva terribilmente. Le vecchie scacciavano i ragazzi, ma essi correvano sotto la finestra, a volte per un minuto solo, unicamente per dirle: “Bonjour, notre bonne Marie”. E lei, appena li vedeva o li sentiva, si rianimava tutta, e subito, senza dar retta alle vecchie, faceva sforzi per sollevarsi sul gomito, li salutava con cenni di capo, li ringraziava. Come in passato, essi le portavano delle cosucce da mangiare, ma lei non toccava quasi nulla. Grazie a loro, vi assicuro, morì quasi felice. Grazie a loro, aveva dimenticato la sua triste sorte, come se da essi avesse ricevuto il perdono; si considerò infatti sino alla fine una gran peccatrice. Essi, come uccellini, battevano con le alucce alle sue finestre e ogni mattina le gridavano: “Nous t’aimons, Marie”. Ella morì poco dopo. Io credevo che sarebbe vissuta assai più a lungo. Il giorno avanti la sua morte, verso il tramonto ero andato da lei; parve riconoscermi, e io per l’ultima volta le strinsi la mano: come si era fatta scarna la sua mano! Ed ecco che la mattina dopo mi vengono a dire che Marie è morta. Allora fu impossibile trattenere i ragazzi: le ornarono tutta la bara di fiori e le posero una corona sul capo. Il pastore, in chiesa, non vituperò più la morta; del resto, ai funerali c’era pochissima gente, c’era andato qualcuno solo per curiosità; ma quando si dovette portare la bara, i ragazzi si slanciarono tutti insieme per portarla loro. Non potendo reggerla, aiutavano e correvano dietro la bara, e piangevano tutti. Da quel giorno i ragazzi hanno sempre avuto cura della piccola tomba di Marie: ogni anno l’adornano di fiori e tutt’intorno vi hanno piantato delle rose. Ma dopo quei funerali cominciò la mia persecuzione da parte dell’intero villaggio, per via dei ragazzi. I principali istigatori erano il pastore e il maestro di scuola. Ai ragazzi fu severamente vietato anche d’incontrarsi con me, e Schneider si obbligò perfino a vigilare in proposito. Ma noi ci vedevamo egualmente da lontano e ci spiegavamo a segni. Essi mi mandavano delle letterine. In seguito tutto si appianò, ma intanto fu un gran bene: grazie a quella persecuzione mi affiatai ancora meglio coi ragazzi. L’ultimo anno poi feci quasi la pace con Thibault e col pastore. Quanto a Schneider, parlò e discusse molto con me del dannoso “sistema” da me tenuto coi ragazzi. Ma che sistema era il mio! Alla fine Schneider mi espresse un suo pensiero molto strano, questo accadde poco prima della mia partenza, mi disse di essersi pienamente convinto che ero anch’io un perfetto bambino, un vero e proprio bambino, che solo per la statura e il viso somigliavo a un adulto, ma che quanto a sviluppo, anima, carattere, e forse anche intelligenza, non ero un adulto, e che così sarei rimasto, anche se fossi vissuto fino ai sessant’anni. Io ne risi molto: certo, non aveva ragione: infatti, che bambino son io? Una cosa soltanto è vera: è un fatto che non mi piace stare con gli adulti, con la gente, coi grandi, e l’ho notato da un pezzo, non mi piace, perché non ci so stare. Qualunque cosa mi dicano, per quanto sian buoni verso di me, con loro, non so perché, mi sento pur sempre a disagio, e sono felice quando me ne posso andare al più presto coi compagni, e compagni miei furono sempre i fanciulli, non perché fossi anch’io un bambino, ma perché, semplicemente, mi sentivo attirato verso i fanciulli. Quando io, al principio della mia dimora nel villaggio, mentre me ne andavo con la mia tristezza, solo, per i monti, incontravo a volte, errando solitario, e per lo più a mezzogiorno, all’uscita dalla scuola, quella turba rumorosa che correva con le cartelle e le lavagnette, gridando, ridendo, giocando, tutta l’anima mia si tendeva improvvisamente verso di loro. Non so come dire, ma ogni qualvolta li incontravo, provavo una fortissima sensazione di felicità. Mi fermavo e ridevo di gioia guardando quei piedini guizzanti e sempre in moto, i ragazzi e le ragazzine che correvano insieme, le loro risate e le loro lacrime (perché molti di essi, mentre da scuola correvano a casa, avevano il tempo di azzuffarsi, piangere, fare la pace e giocare di nuovo), e allora dimenticavo tutta la mia tristezza. In seguito, durante quei tre anni, non riuscii mai a capire come e perché la gente possa esser triste. Tutta la mia esistenza si era dedicata a loro. Non facevo conto di lasciare mai il villaggio e non mi passava neppur per la mente che un giorno sarei venuto qua, in Russia. Mi sembrava di dover sempre restare laggiù, ma finalmente mi accorsi che Schneider non poteva più mantenermi, e poi sopraggiunse una faccenda, a quanto pare, importante a tal segno, che Schneider stesso mi sollecitò a partire e si fece qui mallevadore per me. Ora vedrò di che si tratta e mi consiglierò con qualcuno. Può darsi che la mia sorte abbia a mutare interamente, ma questa è un’altra cosa e non è l’essenziale. L’essenziale è che tutta la mia vita già si è cambiata. Molte cose ho lasciate laggiù, troppe anzi. Tutto è dileguato. Seduto in treno, pensavo: “Ora vado verso gli uomini; non so nulla, forse, ma è cominciata una nuova vita”. Mi sono proposto di fare il mio dovere con onestà e fermezza. Fra gli uomini proverò forse uggia e fastidio. Come prima cosa, mi sono prefisso di essere cortese e franco con tutti; più di questo nessuno pretenderà da me. Può darsi che anche qui mi si prenda per un bambino, e sia! Anche idiota mi credono tutti, non so perché, e in realtà un tempo fui tanto malato, che allora ero proprio simile a un idiota; ma ora che idiota potrei essere, quando capisco anch’io che mi ritengono un idiota? Io entro e penso: “Ecco, mi ritengono un idiota, e io invece sono intelligente, e loro nemmeno lo sospettano...”. Questo pensiero mi viene spesso. Quando, a Berlino, ricevetti di laggiù alcune letterine che già quei ragazzi mi avevano scritte, allora soltanto capii quanto li amavo. È molto penoso ricevere una prima lettera! Come si affliggevano accompagnandomi! Già da un mese avevano cominciato a farmi gli addii: “Léon s’en va, Léon s’en va pour toujours!”. Ogni sera ci riunivamo, come prima, presso la cascata e sempre discorrevamo di come ci saremmo lasciati. Qualche volta si era allegri come un tempo; solo nel darmi la buona notte mi abbracciavano forte e con calore, cosa che prima non succedeva. Certuni mi correvano dietro di nascosto, uno dopo l’altro, unicamente per abbracciarmi e baciarmi da soli, e non in presenza degli altri. Quando poi mi misi in viaggio, mi accompagnarono tutti, in massa, fino alla stazione. La stazione della ferrovia era distante una versta circa dal nostro villaggio. Si facevano forza per non piangere, ma molti non ci riuscivano e piangevano forte, specialmente le bambine. Andavano svelti per non arrivar tardi, ma di tanto in tanto uno del gruppo correva verso di me in mezzo alla strada, mi cingeva con le sue braccine e mi baciava, e solo per questo faceva fermare tutto il gruppo; e sebbene si avesse fretta, tutti si fermavano ad aspettare che egli finisse di accomiatarsi. Quando montai nel carrozzone e il treno si mosse, tutti mi gridarono: “urrà!” e rimasero fermi a lungo, fino a che il treno non fu scomparso. E anch’io li guardavo... Sentite, quando sono entrato qui poco fa e ho guardato i vostri graziosi visi, - ora osservo molto i visi, - e ho udito le vostre prime parole, ho provato, per la prima volta da quel tempo, un gran sollievo. Già ho pensato poc’anzi che forse appartengo anch’io davvero alle persone felici: io so, vedete, che di rado s’incontrano persone a cui subito ci si affezioni, e io invece vi ho incontrate subito, appena sceso dal treno. So molto bene che tutti si vergognano di parlare dei propri sentimenti, ma ecco che io ve ne parlo e non mi vergogno di voi. Io non sono socievole e forse per lungo tempo non verrò da voi. Ma non dovete vedere in questo un cattivo pensiero: non l’ho detto perché non vi apprezzi, né state a pensare che mi sia offeso di qualche cosa.
Voi mi avete domandato, a proposito dei vostri visi, che cosa vi ho notato. Ve lo dirò con gran piacere. Voi, Adelaida Ivànovna, avete un viso felice, che di tutti e tre è il più simpatico. Non solo siete bellissima, ma chi vi guarda dice: “Ha un viso da buona sorella”. Vi avvicinate alla gente con semplicità e gaiezza, ma sapete anche presto conoscere i cuori. Ecco l’impressione che mi fa il vostro viso. Anche voi, Aleksandra Ivànovna, avete un viso molto bello e grazioso, ma forse c’è in voi qualche segreta tristezza; l’anima vostra è senza dubbio assai buona, ma voi non siete allegra. Avete nel viso una certa speciale sfumatura, simile a quella della Madonna di Holbein a Dresda. Ecco quello che penso del vostro viso: sono un buon indovino? Voi, già lo so, mi tenete in conto d’indovino. Quanto a voi, Lizaveta Prokòf’evna, - e si rivolse a un tratto alla generalessa, - quanto al vostro viso, non soltanto mi pare, ma sono sicuro che siete una vera bambina, in tutto e per tutto, con tutto il buono e tutto il cattivo, nonostante i vostri anni. Non ve ne avete mica a male, se parlo così? Voi sapete, non è vero, quale concetto ho io dei bambini? E non pensate che sia per ingenuità che ora ho parlato così francamente delle vostre fisionomie: oh no, proprio no! Forse avevo io pure una mia idea.