Capitolo V - Qualche giorno prima

1350 Parole
Capitolo V - Qualche giorno prima A Torino un inizio di giugno così non si vedeva da anni. Sole, luce e brezza fresca da est che rendeva l’aria limpida, come in inverno, solo che c’erano ventidue gradi: non sembrava vero! “Non sembra vero!” Così aveva pensato. Gli aveva dato un periodo di vacanza lunghissimo: quindici giorni! A quarant’anni in ospedale sei ancora l’ultima ruota del carro e ce n’era voluto del bello e del buono a convincere i colleghi più vecchi di lui che per quella volta potevano anche rinunciare al rito della settimana in giugno, che spezza la monotonia. Il boss aveva sorriso quando gli aveva detto che i gemelli glieli tenevano i quattro nonni: una a Cesana e uno a Varigotti e lui, dopo otto anni, poteva stare finalmente, attaccando i fine settimana, quasi venti giorni con sua moglie. Le scuole finivano il nove giugno, qualche giorno di riunioni, gli scrutini e poi anche lei sarebbe stata libera, ché alle medie ormai gli scrutini non contano più nulla e si sa già tutto prima. E loro sabato quattordici potevano essere al mare. “Non vedo l’ora, Professore! Una vera vacanza dopo quasi dieci anni. Prima la specialità, poi l’incarico qui: volevo proprio ringraziarla!” Tutti sapevano che all’Università il suo capo non ce l’aveva fatta, perché i compromessi non li sapeva fare, ma era un diagnosta con i fiocchi e quindi per tutti era “il Professore”. Era un uomo buono, attento e sapeva riconoscere i segni della stanchezza nei suoi collaboratori e allora interveniva, comprensivo, ad alleggerire, proprio come ora con lui, anche se i più vecchi avevano brontolato non poco. Per loro era solo e sempre quello più giovane che aveva tempo a riposarsi: “… Che ai nostri tempi, altro che vacanze… Mi ricordo che in Pronto facevo una notte sì e una no... e mica mi lamentavo. Ma avevamo un’altra tempra…” E facevate tanti bei soldi con le prestazioni professionali oltre lo stipendio che, quando vi andava bene, diventava un optional, quasi un argent de poche…, pensava lui e non rispondeva, tanto aveva capito che il capo l’avrebbe favorito. In un certo senso, però, era vero che era il più giovane lì dentro: dopo di lui non era entrato più nessuno. Solo specializzandi in medicina interna, che arrivavano e sparivano. Assunzioni zero. Turni sempre più pesanti a ogni pensionamento, almeno così erano sembrati a lui, Giacomo Stefano Pillitteri, per tutti dottor James, perché era un uomo alto, secco e dinoccolato, che sembrava sempre un po’ curvo. Occhi azzurrissimi, capelli castani, pettinati all’indietro, come si usava negli anni quaranta. Un po’ lo ricordava davvero, il vecchio James Stewart! Più di una ragazza e i compagni di Università, prima, i colleghi e perfino le infermiere, poi, lo avevano chiamato così: dottor James, anche se era alto un metro e ottantacinque e non uno e novantuno, come aveva letto del famoso attore americano. In fondo a lui piaceva quella vaga somiglianza, che lo scusava un po’ di sembrare sempre tra le nuvole, come se la realtà gli passasse solo vicino e lui non se ne accorgesse troppo. Specie il sorriso, che tutti dicevano che era sputato, lo aveva usato da più giovane molte volte con molte simpatiche amiche. Era un medico che non si era laureato con la lode, ma aveva sempre dimostrato grande capacità di ragionamento, anche se le distrazioni da giovane la fanno da padrone e la concentrazione nello studio ne risentiva un po’, ma agli esami se l’era sempre cavata, perché era simpatico e gioviale e forse ai professori dispiaceva spegnere quel sorriso disarmante. Le cose fondamentali le conosceva tutte e bene. Con lui i docenti passavano sopra ai loro pallini. Quelli che, se a lezione non hai preso l’appunto giusto, ti fanno nero, anche se nella professione non ti serviranno mai a niente. Forse riflettevano, davanti a quegli occhi entusiasti, che in fondo anche loro erano medici e che la cosa più importante per i ragazzi che uscivano dall’Università era saper curare i malati. Era entrato in specialità di Medicina Interna passando lo scritto per il rotto della cuffia, ma all’esame orale era stato un trionfo: un vero colloquio tra colleghi. Chi fosse entrato in quel momento, avrebbe chiesto dove si svolgeva l’esame, perché sembravano tutti amici che facessero quattro chiacchiere. Il massimo dei voti era arrivato facile alla fine della specialità, ché a lavorare in corsia era tutta un’altra cosa che sorbirsi quei tomi di nozioni degli anni del corso di laurea. Infine, era entrato con l’ultimo concorso nello stesso reparto ospedaliero di medicina generale, dove era stato a fare i tirocini obbligatori e le notti da volontario, quasi di nascosto. “Una casetta piccola, non più di sessanta metri quadrati, con un praticello come un terrazzo verde e una tettoia, che guardano il mare dall’alto: non troppo lontano, non troppo vicino. Abbastanza per sentire lo sciabordare delle onde, ma non l’umido la sera. Il sole arriva al mattino presto. Ho controllato su Google Maps. E tramonta dopo le sette e mezza; la casa resta fresca per la notte e poi c’è sempre brezza e profumi: così mi ha detto quella dell’agenzia, dove l’abbiamo affittata. Quando mia moglie e io l’abbiamo vista su internet, ce ne siamo subito innamorati. Uno spettacolo, Professore!” Aveva parlato accalorato, da ragazzino, erano anni che non gli succedeva più. Il lavoro del medico sa smorzare gli entusiasmi per le altre cose della vita, specie quando giorni e notti sono sempre uguali e tutti drammaticamente pesanti. Ma era andato tutto liscio e ormai niente avrebbe potuto fermarli. “Faccia buone vacanze e mi ritorni bello carico. E tanti saluti alla sua splendida moglie” gli aveva detto quella mattina che era andato a salutarlo prima di partire. Ormai più nessuno si dava del lei nei reparti, ma nel loro sì. I ruoli erano chiari e la gerarchia anche e, quindi, era inutile mascherarla con un cameratismo ipocrita. Il capo ascoltava tutti, ma le decisioni importanti le prendeva lui. Ed era giusto così, finché era il responsabile. Baci, abbracci, qualche lacrimuccia di Chiara, tanto per farti sentire un verme che la lasciavi ai nonni e quasi la voglia di mollare tutto e tenersela vicina per tutte le ferie. Le bambine sanno benissimo come ricattare i papà. E Giacomo non faceva differenza. Matteo invece: un saluto rapido e già il nonno se lo accaparrava con la promessa di fargli costruire l’ennesimo aquilone e di compragli tutto lo zucchero filato che voleva, alla faccia dei dentini. A otto anni i maschietti, per portarseli via, basta promettergli quello che papà e mamma vietano e il gioco è fatto. In quei momenti è meglio non chiedere se si ricordano il nome dei genitori: si potrebbero avere cocenti delusioni. E Flavia non chiese nulla e lo guardò allontanarsi mano nella mano con quel nonno che, quando era padre, le comprava sempre Topolino sulla passeggiata a mare, ma un gelato fuori dell’orario canonico della sera, mai e poi mai: “Che ti rovini l’appetito!” Comunque bene o male si erano staccati dai pargoli, con dietro due valigie piccole piccole, che non gli sembrava possibile, abituati com’erano ai traslochi, quando si muovevano con i due rampolli. Erano partiti e avevano imboccato l’autostrada. Giacomo Stefano Pillitteri, professionista quarantenne, velocità di crociera sulla Torino-Piacenza, in direzione Genova, puntò la mano di taglio davanti a sé e urlò, sorridendo a sua moglie: “Sud!” Come quando si erano conosciuti un’estate di tanti anni prima e subito amati, poco più che ragazzi, ed erano partiti per un giro in Italia meridionale, senza meta e senza tempo. “Quella casina è una meraviglia! Non vedo l’ora…” “Anch’io! E sono proprio contento! Ma sai, non te l’ho neanche detto, prima ne avevo vista un’altra, più o meno nella stessa zona, credo… Una roba da togliere il fiato: un casale antico della Maremma toscana, ma sul mare del Cilento. Sembrava un fotomontaggio: di pietra grigia, con sfumature azzurre, coppi vecchi sul tetto, una casina di pozzo, ulivi tutto intorno in piano, a quindici metri da una spiaggetta di sassi, gli scogli a fior d’acqua. Quello che abbiamo sempre sognato. Ma non era in affitto: ho solo trovato le fotografie e la descrizione della zona a commento di una mostra di quadri di un pittore locale. Non mi ricordo come si chiamava…” “E dai, James, non sei mai soddisfatto, come un bambino a Natale, che non riesce a giocare perché apre sempre il regalo dopo…” “Ma no, Flavia, sono felice. Facevo così per dire… e poi che male c’è a sognare…”
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI