Capitolo VI - Sabato 14 giugno

2027 Parole
Capitolo VI - Sabato 14 giugno Il viaggio era filato via che era una bellezza, avevano dormito in un Bed & Breakfast in un paesino, in Umbria, dove la casa più giovane era del 1500, tutte pietre scure e coppi. Vicoli e profumo. Voci e stridio di rondini nel cielo del tramonto che “una luce così non la trovi in nessun’altra parte del mondo!” Avevano fatto l’amore con passione e con calma, senza la preoccupazione di essere sentiti dai bambini che dormivano nell’altra stanza, come succedeva sempre a casa. L’appetito del mattino e la colazione davanti al paesaggio di colline con le tuie che segnavano di scuro l’orizzonte li aveva fatti sentire giovani e liberi. Ancora cinque ore e sarebbero arrivati a Corradino Marina, paese antico. Come spesso succede nelle zone di mare, l’abitato era diviso in due nuclei, uno a monte e uno valle, con tutta la sua storia di ville di ricchi romani, che già allora si bagnavano nelle sue rinomate terme, fino alla decadenza dell’Impero, alle invasioni barbariche e alla dipendenza dai ducati longobardi, le scorrerie dei pirati, e poi la protezione degli Svevi e di Corradino. Ma questa sembra una leggenda, per giustificare un nome che forse, molto meno nobilmente, viene da un’antica famiglia del luogo di commercianti di stoffe. Comunque sulla spiaggia, lo avevano visto nelle foto gallery, appoggiato sulla sabbia, vicino a un’antica chiesa, stava un torrione grigio, severo e merlato, che doveva dissuadere i pirati dall’assaltare e saccheggiare quel popolo di pescatori, contadini e allevatori. Ma non doveva aver dissuaso molto, se nel paese arroccato sulla collina a picco sul mare avevano costruito un munito castello, in cui rinchiudere, ben protetti, beni e persone e vendere cara la pelle, se i barbareschi fossero arrivati fin lassù. Le case antiche, costruite di una pietra cangiante tra il grigio, l’azzurro e il dorato, stavano abbarbicate, come a difendersi, ai contrafforti dei bastioni e poi digradavano in concentrici con sottoportici, vicoli e piazzette, che promettevano frescura e profumi. Avevano attraversato, usciti dall’ultima grande città, la piana di Battipaglia caotica e brutta di cementificazione e abusi edilizi, che arrivavano fino al mare triste e umiliato. “Flavia, e se ci avessero fregato... guarda che orrore, come fa a esserci il posto che abbiamo visto su internet... vedrai che hanno fatto un collage di immagini e ci ritroveremo in uno di questi ‘affittacamere’ e chi s’è visto, s’è visto…” “Ma no, che di chilometri ne dobbiamo fare ancora un centinaio e vedrai che qualcosa cambia. Ho cercato anche i paesi vicini e mi sembravano tutti bellini e anche il mare… Dai! Il Cilento è un’altra cosa!” “Sì, ma hai visto qui: puzza di porcherie solo a guardarlo tutto ’sto cemento!” disse guardandosi intorno con sospetto e poi aggiunse: “Speriamo che tu abbia ragione: il Cilento deve essere un’altra cosa!” Le montagne che si vedevano erano alte e boscose: incutevano un po’ di soggezione. Il traffico si era fatto caotico e lento, fino a una deviazione obbligatoria della strada. “Prendi a destra!” disse Flavia. “Ma girano tutti a sinistra e cartelli non ce ne sono... Vabbè.” Dopo poco il traffico si era praticamente dissolto: solo poche auto e furgoni. Boschi, montagne. Poi, quasi di sorpresa: il mare. A pensarci non poteva che esser lì, ma l’ansia di aver sbagliato strada lo faceva sembrare ancora lontano, quasi irraggiungibile. Invece, in basso, azzurro, la schiuma bianca che disegna gli scogli sotto riva, come denti neri di un drago. Casette arrampicate sulle colline, paesetti di agricoltori e pescatori. Case di quella pietra setosa, lucente e calda. C’era anche il tufo con il suo colore antico, ma soprattutto quella pietra che sapeva di roccia, di lavoro duro per squadrarla: non l’avevano mai vista da altre parti. E dire che di Italia ne avevano girata. Una telefonata: “Sì… sono io… Buonasera, siamo vicini… dieci minuti e siamo lì!” “Sono fermi a uno spiazzo sulla strada. Ci siamo: casetta arriviamo!” disse Flavia allegramente. Qualche bruttura edilizia, non molto, ma proprio per quello i due si mettevano in allarme. “Speriamo che non facciano anche qui come nel posto che abbiamo appena passato…” disse Flavia. “E già, perché su da noi il mare non è ormai tutto orribile? La Liguria è tutta cemento, anche Varigotti… speriamo che qui sia diverso.” Andavano piano per godersi il panorama. Ogni tanto dottor James rallentava e alzava il lampeggiatore, per farsi superare. Loro andavano a spasso, ma qualcuno anche lì, dove il lavoro non sembrava così importante, magari, faticava. Il tablet con il navigatore diceva ancora cinque chilometri all’arrivo. Erano usciti da Piani. Per l’apprensione di restare delusi, le loro menti incominciarono a registrare: “A nord grande spiaggia, immancabili brutti condomini sulla linea della strada, grande porto turistico. Centro storico carino, omogeneo, bei colori…” Si stavano arrampicando su una collina a picco su una costa alta e un po’ aspra. “Ahi! Guarda che orrore e chi glielo ha fatto costruire così sgraziato, così brutto! Non c’entra una fava con quello che gli sta intorno!” Un complesso di villette rosse, colate sul crinale di una collina, affacciava sul mare, tutte unite come uno stabulario. Una dimora per nuovi criceti disperati e la fonte di un guadagno altrettanto disperato. Un altro blocco di cemento, un altro insulto alla natura e alla giustizia, pensava tra il rassegnato e l’incazzato Giacomo Stefano Pillitteri, mentre la preoccupazione di aver scelto un posto orribile aumentava. Tre chilometri alla meta, più niente intorno di allarmante, casali, piccoli rustici, ulivi e a destra un mare che brillava invitante al sole. La collina diventava sempre più dolce, la freccia del navigatore si avvicinava alla meta. Una ragazza vicino a una macchina posteggiata su uno spiazzo, proprio sul colmo del crinale. “Buongiorno! Pillitteri? Sono Cinzia della Immobiliare Solemare. Fatto buon viaggio?” E senza aspettare la risposta che si perse nel vento: “Venite, vi porto alla casa. Statemi dietro.” Dopo un breve giro di istruzioni e l’immancabile assegno, si accomiatò: “Hai visto con che velocità se n’è andata?” “E va bene, James. È sabato, dovrà andare anche lei da qualche parte.” “Hai ragione! Chissenefrega! Qui è uno schianto, tutto come nelle fotografie: non ci hanno fregato!” disse con entusiasmo. Il mare era una distesa blu incorniciata da pini marittimi e palme nane. Un vero terrazzo a cinquanta metri di altezza sulla riva. Solo olivi, tuie e macchia mediterranea, che scendeva dolcemente alle baie di sassi e scogli. Qualche discreta villetta. Il luogo per loro: lontano da tutto. Solo natura in equilibrio con il lavoro dell’uomo. Non staccavano gli occhi dal mare, mentre passeggiavano nel piccolo giardino, tenendosi per mano, respirando i profumi e ascoltando la brezza stormire tra le chiome dei pini. Fu lui che lo vide per primo. A poche decine di metri dall’acqua, si stagliava sul blu del mare, che stava assumendo i colori e l’atmosfera del tramonto. Il casale di pietre grigie e coppi rossi, su un pianoro di ulivi, gli scogli davanti vicini alla riva. Quel casale! “Guarda, Flavia, è lui, quello che ho scoperto su internet: è il posto più bello che abbia mai visto!” “Effettivamente: toglie il fiato! Ma noi siamo due adulti. Abbiamo appena affittato una casina che è un amore e quindi… Sembra abbandonato, non si vede nessuno… Le ante sono chiuse e c’è come un’aria… di ‘disuso antico’… Dio, com’è affascinante. Ecco, vedi come sei? Sempre a cercare qualcos’altro… e poi finisci di tirarmi in mezzo!” “Io non ho detto più niente, mia cara signora James!” “Allora, se insisti…” disse con un sorriso, complice e malizioso che la trasformava sempre in quella ragazza che aveva conosciuto tanti anni prima, quando lui le chiedeva di baciarla, tutte le volte prima di farlo “ma sei un grande ficcanaso!” “Io? Ipocrita!” E già scendevano verso il mare. Se fossero passati dalla spiaggia, dove lui sapeva che c’era una scaletta perché l’aveva vista sul satellite, e qualcuno li avesse beccati, potevano sempre dire che erano appena arrivati e si erano sbagliati. Tante scuse e chi s’è visto, s’è visto. Altrimenti di lì sarebbero entrati benissimo e nessuno li avrebbe visti da sopra, mentre ficcanasavano. La scaletta era dove doveva essere e l’ampia aia in mattoni, proprio sopra la piccola insenatura di sassi e scogli, era deserta e anche tutto intorno non si vedeva nessuno. Vegetazione in disordine, una tettoia a mare mezzo crollata, ante chiuse. Persino il curatissimo muretto di pietre e cotto aveva una grossa crepa, che ne minacciava la stabilità. La ghiaia bianca che circondava da tre lati il rustico era macchiata in più punti da ciuffi di erbacce, come succede sempre, quando la natura si riprende gli spazi conquistati temporaneamente dall’uomo. Un ulivo era cresciuto troppo e troppo vicino al muro sul lato corto a est e ora raspava, mosso dal vento, le ante chiuse di una finestra al primo piano, come se volesse entrare. Era tutto in abbandono, da anni forse, ma nello stesso tempo a Flavia e a Giacomo sembrava che tutto fosse pronto a ripartire e ad accogliere persone e attività. Qualcosa non tornava. Loro due erano appassionati di case, sempre alla ricerca di una loro per appagare i sogni. Non l’avevano ancora trovata e forse non esisteva. Forse per questo vivevano in affitto, per essere sempre pronti ad andar via, se fosse arrivata l’occasione: quella vera. Ma proprio per questa loro paranoia, come la chiamava, perdonandosela, il dottor James, avevano acquisito una certa esperienza. La tettoia li aveva colpiti subito. Era crollata da un lato, come se un sostegno, marcio per il tempo, avesse ceduto. Ma sotto i coppi spezzati e in disordine si intravedeva un grosso trave di legno, in perfetto stato. Tutte le parti in metallo erano arrugginite e in parte intaccate dalla salsedine, eppure le serrature delle porte, un po’ malandate, non presentavano traccia di ruggine. L’erba cresceva un po’ dovunque, ma sotto le soglie neanche un filo. “Strano o non strano” disse Flavia “non me ne importa nulla: questo posto è di una bellezza mai vista. Ti immagini se potessimo comprarlo?” “E meno male che chi sogna sono io. A me basterebbe affittarlo: magari per tutto l’anno.” Si sedettero sul muretto, con le spalle al casolare a sentire e guardare il mare. Erano così assorti che non lo udirono arrivare. Si girarono di scatto: era proprio dietro di loro fermo sulle gambe larghe. Sembrava indeciso su che cosa doveva fare. Addosso aveva solo un paio di pantaloni corti di tela. Il capo era rasato a zero, calvo per la più gran parte, anche se non dimostrava più di quarant’anni. Magro e abbronzatissimo: come chi vive sempre al sole. Poteva essere alto un metro e settantacinque, la bocca aperta, come se stesse per dire qualche cosa, gli occhi spalancati dalla sorpresa. L’aspetto sporco, una barba di qualche giorno gli sottolineava i tratti del viso rotondo, gli occhi lontani, per il resto lineamenti fini, quasi femminili. In una mano un secchio e nell’altra una canna. Sulla schiena nuda uno zaino floscio. Non c’era rabbia nella sua espressione. Non sembrava contrariato di trovarli lì: indeciso, spaventato, si sarebbe detto, più di loro. Non potevano restare lì con il busto ruotato verso la casa, una mano appoggiata sul muretto e la bocca anche loro aperta in scuse che non volevano uscire, come due ragazzini sorpresi a rubare la frutta. La situazione era ridicola e loro reagirono insieme. Ruotarono all’unisono sulle natiche, uno da una parte e l’altro dall’altra e si alzarono in piedi, di fronte all’uomo. Giacomo, se pure magro e allampanato, lo superava di tutta la testa. Lo sconosciuto, sconcertato, fece un passo indietro, sollevando goffamente la canna. “No! Guardi… Ci scusi, noi… Non si preoccupi” disse James. “Non facciamo niente di male. Siamo in vacanza. Pensavamo che qui fosse tutto abbandonato, guardavamo…” Poi tacque, vedendo che l’uomo li guardava stralunato e aveva messo giù la canna. Gli occhi erano strani: persi. La bocca rimaneva aperta, tanto che al lato si intravedeva un filo di saliva, ma non diceva ancora nulla. Flavia provò a intervenire. “Guardi, non ci fermiamo, ce ne andiamo subito, così lei…” “Dovete andare... Loro non vogliono nessuno qui… Loro si arrabbiano... mi picchiano. Io non ho visto niente… Via! Via!” “Ma noi non abbiamo fatto…” L’uomo li guardava sempre più spaventato e agitato. Poi con un’agilità che i due non si aspettavano, si voltò verso la campagna e incominciò a correre che quasi non toccava il suolo. “Quello non c’è con la testa. Hai visto gli occhi e il modo di parlare? Tutto a tratti. Probabilmente è uno che ha dei deficit mentali e abiterà qui intorno. Non si aspettava di vederci e si è messo paura. Ti sei spaventata anche tu, Flavia?” “Un po’. Hai visto che testa: sembrava una noce di cocco.” Malgrado la situazione sorrisero entrambi a quell’immagine. “Sarà qualcuno che lavora in qualche modo per il padrone e bada che non entri nessuno. Ma deve avere una paura bestiale degli sconosciuti, poveretto. Dai, andiamocene da qui e dimentichiamo quella povera Testa di cocco: torniamo su e godiamoci le nostre vacanze. Basta con i sogni!”
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