Capitolo 1 — Lo sguardo che mi travolge
Élisa
Non credo al destino.
Credo alle coincidenze fuori luogo, ai casi ironici, agli incontri che arrivano sempre al momento sbagliato. Credo alle storie che iniziano troppo in fretta e finiscono ancora più in fretta. L'amore, per me, ha sempre avuto il sapore di un addio sussurrato troppo presto.
Mi sono promessa di non entusiasmarmi più. Di non rabbrividire più per uno sguardo, né di immaginare l'eternità in una semplice conversazione.
Eppure, stasera, qualcosa vacilla.
Piove su Parigi. Una pioggia fine, fredda, persistente. Si attacca ai miei capelli, attraversa il mio cappotto, s'infiltra fin sotto la mia pelle. Le luci della città brillano nelle pozzanghere come illusioni infrante. Cammino in fretta uscendo dalla metropolitana, già irritata per aver accettato questo invito.
Una serata di compleanno da una conoscente. Volti semi-familiari. Sorrisi educati. Conversazioni senza profondità.
Potrei ancora tornare indietro.
Ma continuo.
Quando arrivo davanti al palazzo, resto qualche secondo immobile sotto la pioggia. Una strana tensione mi stringe il petto, come un'anticipazione che non comprendo.
Salgo le scale. Sento già le risate dietro la porta.
Busso.
La porta si apre. Il calore e la musica mi avvolgono subito. Mi tolgo il cappotto, abbozzo un sorriso automatico.
E poi lo vedo.
È lì.
Appoggiato al muro, leggermente in disparte, come un osservatore che non ha bisogno di mescolarsi agli altri per esistere. Alto. Silenzioso. Il suo viso è impassibile, quasi scolpito nella pietra.
Ma i suoi occhi…
I suoi occhi sono fissi su di me.
Non sorpreso. Non curioso.
Attento.
Come se sapesse già che avrei varcato quella porta.
Il mio respiro si sospende.
È assurdo. Non lo conosco. Non ho mai visto quest'uomo. Eppure, il mio corpo reagisce prima della mia mente. Un calore brutale invade il mio ventre. La mia nuca formicola. Il mio cuore batte troppo forte.
Distolgo lo sguardo, turbata.
Mi ripeto che mi sto facendo delle idee. Che sta semplicemente guardando nella mia direzione. Che non sta guardando me.
Ma lo sento.
Come una pressione invisibile sulla mia pelle.
Saluto due persone, faccio finta di ascoltare. Annuisco. Sorrido. Tutto è normale. Tutto dovrebbe essere normale.
Eppure, ogni fibra del mio essere è consapevole di lui.
Finisco per alzare gli occhi.
Errore.
Mi sta ancora guardando.
I nostri sguardi si agganciano. Non un urto. Non un incidente. Una collisione volontaria.
Questa volta, non resta immobile.
Avanza.
Lentamente.
Ogni passo riduce lo spazio tra noi. La stanza sembra restringersi intorno a me. Le voci diventano lontane. La musica soffocata. Non sento più che il battito disordinato del mio cuore.
Si ferma davanti a me.
— Élisa, giusto?
La sua voce è grave, calma, sicura di sé. Non esitante. Non maldestra.
Aggrotto leggermente le sopracciglia.
— Sì… Ci conosciamo?
Un impercettibile sorriso gli tende le labbra.
— Non ancora.
Non ancora.
Le parole scivolano dentro di me come una promessa pericolosa. Come una frase incompiuta di cui conosce già la fine.
Non distoglie gli occhi.
Mi sento dissezionata. Osservata. Capire non mi basta. Non mi guarda come un uomo guarda una donna che trova bella.
Mi guarda come una decisione.
— Adrien, aggiunge tendendo la mano.
Esito una frazione di secondo prima di accettare.
La sua mano avvolge la mia.
Troppo ferma per essere amichevole. Troppo controllata per essere aggressiva.
Giusto abbastanza per farmi capire che non dubita mai.
Una scarica mi attraversa. Breve, intensa.
Ritiro la mano più in fretta del necessario.
— Cosa stavi guardando, esattamente? chiedo per riprendere contegno.
Piega leggermente la testa, come se la risposta lo divertisse.
— Te.
Non lei.
Te.
Il tu cade naturalmente, senza autorizzazione. Come se il passaggio fosse già stato sancito nella sua mente.
Il mio respiro si blocca.
— Ha l'abitudine di fissare le persone? tento, tra l'infastidita e la turbata.
— Solo quando mi interessano.
Il suo tono non varia.
Non cerca di sedurre. Non forza nulla. Afferma.
Sento un brivido scendere lungo la mia colonna vertebrale. Un misto strano di paura e attrazione. Una tensione elettrica.
— E cosa le fa credere che io potrei interessarle?
Si avvicina di mezzo passo. Non abbastanza per toccarmi. Abbastanza per invadere il mio spazio.
— Sei entrata, e hai cambiato l'atmosfera.
Deglutisco.
È insensato. Troppo intenso. Troppo rapido.
Dovrei ridere. Alzare gli occhi al cielo. Allontanarmi.
Ma non mi muovo.
Perché voglio capire.
Voglio sapere perché il suo sguardo mi fa l'effetto di un marchio invisibile sulla mia pelle.
Voglio sapere perché mi sento esposta… e stranamente al sicuro allo stesso tempo.
Intorno a noi, la festa continua. I bicchieri si urtano. Qualcuno scoppia a ridere. Il mondo esiste ancora.
Ma tra lui e me, tutto diventa più denso.
— Hai sempre questa abitudine di fuggire quando qualcuno ti guarda troppo a lungo? chiede dolcemente.
Mi irrigidisco.
— Non fuggo.
— Sì.
La sua certezza mi scuote più delle sue parole.
Mi vede. Troppo in fretta. Troppo profondamente.
Una vertigine mi coglie.
Dovrei andarmene.
Mettere distanza.
Ritrovare una normalità rassicurante.
Ma resto.
Perché nel profondo di me, una verità si installa, lenta e implacabile:
Voglio che continui a guardarmi così.
Come se avesse appena fatto una scelta.
Come se, nel momento esatto in cui ho varcato quella porta, qualcosa si fosse deciso.
E ciò che mi spaventa di più…
Non è la sua intensità.
È la mia.