Il fauno smise di suonare quando la musa si addormentò, conosceva Daria solo da pochi mesi ma gli piaceva, non dimenticava quanto potesse essere solitaria la foresta, gli umani erano una buona compagnia, c'era sempre vino e sesso con loro Ma era non era come stare con uno di loro.
Johil era un satiro adulto, aveva il busto e la testa di un uomo, oltre alle mani, mani molto graziose secondo lui, allungate e con le unghie squadrate, cercava di non maltrattarle come aveva visto gli umani. La sua parte inferiore era invece quella di una capra. Due zampe terminano in zoccoli e sono completamente ricoperte da una folta pelliccia marrone. Sulla sua testa maschile spiccavano un paio di enormi e bellissime corna che si erano arricciate indietro nel tempo.
Come tutti i satiri, detestava indossare indumenti che lo coprissero e si costringeva a indossarli solo quando si mescolava con gli uomini. Per fortuna non gli stavano mai addosso a lungo, perché da buon satiro non stava fuori a lungo, ma appena poteva entrava tra le lenzuola di una dama.
Aveva lunghi capelli neri e una barba arruffata dello stesso tono, pelle baciata dal sole che brillava d'oro e il suo viso era bello, con occhi azzurri, nessuna pupilla, erano tutti blu, tranne quando nascondeva il suo aspetto abbinandolo con gli umani, poi diventerebbero bianche con una pupilla color cioccolato fondente.
Teneva il suo flauto nella sua borsa, lui portava la borsa di pelle ovunque andasse, tutta la sua vita era in quella borsa che, per fortuna, o purtroppo, non pesava molto.
Osservo la musa, dormiva sul muschio, i raggi del sole accarezzavano la sua pelle pallida che brillava come se avesse addosso polvere di diamante. I suoi capelli rossi lampeggiavano in fiamme, le sue labbra socchiuse ricordavano le fragole. Sembrava che avesse fatto un bel sogno, sorrideva. Non era più la donna magra che era venuta nella foresta un paio di mesi prima, poi sembrava malata, con la carnagione giallastra ei capelli crespi. Il satiro l'aveva scambiata per una fata che gli umani avevano catturato, non vedendo le sue ali aveva pensato che fossero state strappate, si prese cura di lei e l'aiutò per alcuni giorni, finché non si svegliò e riuscì ad avvicinarsi abbastanza da un umano per ispirarlo...
Il satiro sorrise, non aveva mai visto una musa prima, le supponeva altezzose e presuntuose. Ma Daria, l'aveva visto e aveva sorriso. Come se lo conoscessi da sempre.
Si alzò e si diresse verso la città, lasciando riposare la musa in pace. Era stato con una cameriera solo poche ore prima, ma dopotutto era un satiro.
XXX
Ares percorse lo stesso sentiero finché non perse il conto, girò in tondo, ma doveva esserci un modo per superare la magia di quello strano essere. Sospirò e tornò al fronte, sempre al fronte, anche se la strana magia finì per portarlo proprio nello stesso luogo da cui era venuto. Stava cominciando a pensare che fosse una perdita di tempo quando si rese conto che c'era un albero che non aveva mai visto prima.
Continuò a camminare finché riuscì ad appoggiarsi a lui, continuo, continuo, continuo.
All'improvviso le sue voglie si intensificarono, un formicolio percorse tutto il suo corpo, vide una luce. Era giorno, ma ancora, quella luce brillante splendeva sugli altri, chiamandolo.
Improvvisamente stava rallentando, l'aria che lasciava i suoi polmoni. Credette di vedere un miraggio, cercò di non emozionarsi.
Corse da lei, si avvicinò abbastanza e poi si fermò. Le sue mani tremavano, le sue ginocchia non lo trattenevano più.
Dormiva, sul muschio, con i capelli sparsi per tutto il terreno verde. Il suo vestito fatto di quella materia simile all'acqua ma che non si rovesciava, l'avvolgeva come se fosse parte del suo essere, lui non lo sapeva, e che poteva rimuoverlo con una carezza gentile.
Si inginocchiò accanto a lei, le sue guance erano arrossate e le sue labbra erano rosse come una ciliegia, oh come avrebbe voluto assaporare il suo sapore ancora più dolce di qualsiasi frutto.
La musa sorrise quando sentì il suo corpo caldo sul suo. Il suo corpo si allenava e si affinava nelle battaglie. La sua pelle liscia, i suoi capelli neri come il carbone, le sue labbra.
Alzò le braccia per toccarle la schiena, ogni cicatrice, difficilmente apprezzabile se prestassi attenzione, era lì. Lo sentiva, lo sentiva, oh quel profumo così mascolino da inebriare, era proprio come lo ricordava, nel profondo del suo essere pregava di non dimenticarlo mai.
Sentiva i suoi baci bagnati sulla sua pelle, la sua voce, la ascoltava perfettamente, la attirava, era ancora impigliata nelle ragnatele del sogno ma la sua voce insisteva per riportarla alla realtà. No, non voleva svegliarsi, se ne sarebbe andato non appena avesse aperto gli occhi.
Invece lì, nel mondo della fantasia, ce l'aveva. Potrei averlo sempre.
Sentì le sue mani, le sue mani forti correre sul suo corpo come prima. La sua barba prudeva e gli faceva il solletico in punti precisi. Le sue labbra continuavano a scoprirla, a divorarla e ad adorarla.
Il suo nome ha lasciato le labbra della musa in un sussurro, ha risposto sussurrando anche il suo. Le sue parole erano perse nella sua testa. No, non potrebbe essere. Era solo un bel sogno.
Sembrava così reale, i loro corpi erano così vicini, forse anche lui la stava sognando.
Il suo nome ancora, ancora, ancora. Non voleva svegliarsi, perché non capiva? Ma non poteva più farne a meno.
Aprì gli occhi per rendersi conto che il dio era ancora su di lei. Lo stupore del sogno svanì a poco a poco, lasciandola incredula alla vista.
- Ares?
- Aspettavi qualcun altro, musa?
- Non è un sogno?
- Non potrebbe essere più reale.
Le parole finivano per rimanere, o mancare, in un momento come quello, quando si incontra di nuovo la persona amata, quali parole bastano?
No, le parole non possono esprimere tutto quello che senti, le carezze invece lo rendono migliore.
La musa l'abbracciò a sua volta mentre le loro lingue danzavano una danza folle che già conoscevano, che avevano fortemente perso in assenza dell'altro.
Ares placò la sete che aveva provato da quando aveva detto addio alla musa così di recente, gli era sembrata un'eternità.
La musa abbracciò il dio con tutte le sue forze in quella radura mentre sentiva come la riempiva, corpo e anima. E il dio depose non solo il suo seme nella musa, ma tutto l'amore che provava per lei ed era così difficile da esprimere a parole