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1322 Parole
Deimos aprì gli occhi a poco a poco, la luce gli ferì le cornee e aveva tanta sete. Era in un letto comodo con lenzuola di seta nera. Accanto a lui, si rese conto, su un letto quasi accanto al suo c'era suo fratello. Con il collo coperto dalle bende, si accorse di avere l'addome fasciato. Cercò di alzarsi ma era impossibile, ma voleva, aveva bisogno di raggiungere suo fratello. Si allungò più che poteva per toccarlo, lo fece, era caldo, beh, era vivo. Il sollievo lo travolse e di nuovo chiuse gli occhi e continuò a dormire. Dopo alcuni giorni, Phobos finalmente si svegliò. Deimos si sentiva meglio e corse a dargli da bere, il suo collo stava guarendo e almeno poteva passare l'acqua, il cibo, beh, col tempo si sarebbe visto. Phobos gli sorrise e il calore invase il petto di Deimos, stava bene, suo fratello stava bene. Phobos cercò di parlare ma il dolore lo attraversò. Beh, gli ci sarebbe voluto un po' per tornare al suo vecchio io, ma almeno era vivo. Suo fratello vide i suoi occhi, quegli occhi viola con punti blu così identici a lui, e come se fosse qualcosa di sensitivo sapeva cosa stava pensando. - Non lo so esattamente, non ero cosciente, ma papà ci ha salvati. Phobos sorrise. Sapeva che suo padre sarebbe venuto in suo aiuto, non ne aveva mai dubitato, nemmeno quando aveva sentito spezzarsi il collo e staccarsi gambe e braccia. - A proposito di cose buone, beh... non indovinerai chi è venuto a trovarmi. Phobos aveva solo bisogno di vedere lo scintillio di felicità negli occhi di suo fratello per saperlo e sorrise ancora di più. - Esatto... - Deimos non riuscì a trattenere un sospiro - è così fiera, così orgogliosa, così... così... perfetta. Ha detto che è venuta a vedere con i suoi occhi che ero intero, che nessuno poteva uccidermi tranne lei. Lo vedi? Mi ha praticamente reclamato come suo - il bagliore orgoglioso brillava nei suoi occhi viola. Phobos sorrise mostrando tutti i suoi denti bianchi finché non vide l'enorme ombra dietro suo fratello. - Perfetto fratello, te lo dico... è così... Deimos continuò a parlare della perfezione assoluta delle donne, una delle sacerdotesse di Arteminsa. Sì, di Artemide, Phobos non ci avrebbe creduto se non l'avesse visto di persona. Ma c'era suo fratello, totalmente innamorato di una donna che lo disprezzava. E per quanto Phobos cercasse di avvertirlo della presenza di suo padre, non lo stava osservando, era immerso nel ricordo della donna che amava. Una gola chiara lo fece saltare sul posto. Ares era contro l'amore, se uno dei suoi uomini osò anche solo pronunciare la parola vicino a lui, quest'uomo fu disonorato ed espulso dall'esercito del dio della guerra. Quindi i suoi figli avevano mantenuto la loro cotta per Deimos come il loro più grande segreto. - Padre...- disse Deimos, quasi tremando. E adesso quello? La morte, solo quella poteva aspettare. Entrambi i guerrieri temevano la furia del padre più di ogni altra cosa, sapendo in qualche modo ironico chi fossero. Ares si avvicinò e come se non avesse sentito il monologo di Deimos guardò Phobos. - Come ti senti? - Rilasciò con quella voce densa che fece salire la bellezza del suo corpo. Phobos non poteva rispondergli e Deimos, terrorizzato com'era, non rispose per lui. Ares annuì come se Phobos avesse risposto. - Io...- La sua voce si contrasse per un attimo ei fratelli si guardarono a disagio. - Non avrei mai dovuto lasciarli andare in guerra senza di me - la sua voce era la stessa di sempre, terrificante come sempre - So quanto sono inutili, come potevo pensare che ce l'avrebbero fatta senza di me? Bene, non accadrà di nuovo. Io... non li abbandonerò mai più in battaglia. Voglio dire... non saranno mai abbastanza forti per combattere senza di me, sono inutili, inutili come un sacco di sassi. Detto questo, si voltò, ma prima di andarsene prese la spalla di Deimos e lo guardò con uno scintillio speciale negli occhi. Quasi come... mi dispiace per lui. Deimos vide Phobos che lo stava guardando sorpreso quanto lui. - Non si è... solo... scusato, vero? Phobos lo guardò incredulo. No, non poteva essere, sicuramente aveva frainteso tutto. Suo padre non si è mai scusato. E non avrebbe mai capito di essersi innamorato. - È malato? - chiese Deimos e Phobos fu d'accordo con lui. XXX Deimos stava accompagnando Phobos in giardino, pensava che un po' di sole gli avrebbe fatto bene. In soggiorno incontrarono occhi viola che tolsero loro il fiato. - Mamma... Cosa... cosa ci fai qui? - Oh, piccoli miei... Damos e Phobos. - La dea si liberò, abbracciandoli sorridendo, per anni, centinaia di anni che non avevano visto la loro madre. - Deimos e Phobos - corressero il primo. - Certo... Come sono state? Sono stato meraviglioso. beh, come sempre... Prima che sua madre continuasse il suo monologo su se stessa, come sempre, Deimos la interruppe. - Cosa stai facendo qui? - Sto cercando suo padre, naturalmente. - Non credo che vada bene, io... io ti suggerisco di andare, mamma, se non vuoi morire. Tutti i guerrieri di Ares sapevano dell'immenso odio che il dio nutriva per Afrodite. Voleva vendetta, voleva farla soffrire e Deimos, non era che fosse molto vicino a sua madre ma... beh, non voleva conoscerla come vittima dell'ira di suo padre. Sapeva quanto potesse essere orribile. - Morire? - disse Afrodite come se fosse una sciocchezza - oddio, io e tuo padre stiamo attraversando un momento un po'... complicato. Ma non preoccuparti, presto saremo di nuovo una famiglia. Tu, Phobos, Eros, tuo padre ed io. Una grande famiglia felice. - E Armonia? - Armonia? Oh sì, Armonia. Anche lei. - Mamma... non credo... La voce di suo padre scosse improvvisamente l'intero tempio. - E dove lasci tuo marito in questa grande famiglia felice, Afrodite? Afrodite guardò in alto e poi in basso. - Beh... io... - Vai fuori di qui, non sei il benvenuta qui. - si liberò Ares camminando verso la stanza accanto senza nemmeno guardare la dea. - Ma Ares...- la dea lo prese per un braccio. Deimos e Phobos se ne sono andati il ​​più velocemente possibile, la loro madre sicuramente potrebbe con il dio della guerra giusto? Se lo aspettavano, perché non potevano, anche se lo volessero. Ares guardò negli occhi viola della dea e ricordò il dolore di averla persa tanti anni prima. Per qualche ragione non era tanto quanto ricordava, la dea gli sorrise e lui poteva ricordare solo il sorriso della musa, i suoi capelli infuocati, i suoi occhi d'argento. Si accigliò, Afrodite aveva detto qualcosa, che cos'era? - Allora potremo finalmente essere felici, come prima. - Che cosa? - chiese Ares, togliendo il braccio dalle mani della dea. - Efesto... è un gran fastidio, ma con lui puoi farlo Ares. Ares aveva capito tutto, e non dubito che fin dall'inizio lo avesse cercato solo per prendere una decisione su suo marito. - Vuoi che uccida Efesto? Afrodite si voltò e si coprì le labbra con le mani. - È una parola forte... - È quello che mi hai appena chiesto. - Ares... Oh, non c'era bisogno che lei glielo chiedesse, quello era il piano, almeno per Efesto, lo avrebbe ucciso, dopo averlo un po' torturato. Non poteva dire che la dea avrebbe avuto un finale così magnanimo. Oh no, per lei avevo altri piani. - Vai, Afrodite. Non sono dell'umore giusto per i tuoi giochi di oggi... non sono nemmeno divertito. La dea fece una faccia disgustata. Ares la prese per un braccio e, ignorando il suo balbettio, la tirò fuori dalla tempia. Si voltò e tornò nelle sue stanze. Quando finalmente arrivò, si gettò sul letto, sentiva ancora il suo profumo, no, sicuramente no, sicuramente era solo la sua immaginazione, ma voleva pensare che la sua essenza fosse ancora accanto a lui.
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