Si prostrò davanti a sua madre quando finalmente raggiunse la sala dove la regina l'aspettava sul suo trono.
- L'hai lasciato andare. - La regina lasciò andare, non era un rimprovero, ma sentiva la delusione nelle sue parole.
- Mi ha salvato, doveva.
- Dovresti?
- Come ho già detto... mi ha aiutato, mi ha liberato.
- È un dio Daria, non fanno mai nulla che non porti loro il loro beneficio.
Daria sospira.
- Forse... li giudichi male. Non tutti sono cattivi. Ho notato di essere tra loro...
-Ah, intendi quando ti hanno tenuto prigioniera? Quando ti hanno preso e rinchiuso in una gabbia come un animale?- Lo sguardo di sua madre era arrabbiato.
Daría ricordava quel momento, quando avevano preso diversi dei minori, l'avevano messa in una gabbia di ferro contro la sua volontà e l'avevano portata da Zeus. Che l'ha guardata con un sorriso e poi l'ha mandata da Apollo... come se fosse... come se fosse... una cosa... e non un essere vivente.
Ma ricordava anche lo sguardo furioso di Apollo quando vide il trattamento che le avevano riservato... lo sguardo di Artemide, che come una bestia fece voltare le spalle a quegli dei e si prese cura di lei come se fosse un cervo ferito.
Ricordò le dolci parole di Apollo che la esortavano a restare...
- Io... so che alcuni di loro... sono malvagi... ma non tutti...
- Non mi dirai che hai preso affetto per loro, vero?- Le parole basse di sua madre le feriscono i peli sulla nuca.
Daria guardò in basso. No, non li aveva presi... non tutti, solo...
- Non mi hanno fatto del male... mi hanno solo... tenuto prigioniera. - Rilasciò quasi in un sussurro.
- E non è abbastanza? Se sei sopravvissuta è dalla tua parte... Olimpionica - quasi sputò la parola - un'altra fae sarebbe morta nei primi anni di prigionia.
- Ma io sono qui, il dio della guerra in persona mi ha salvato, il che dimostra quello che dico mamma... che non tutti sono cattivi.
Lo sguardo di Morinda si addolcì. Il suo viso si rilassò, Daria sorrise, sua madre era davvero bella, ma furiosa... era la perfezione stessa. Era grata di vederla semplicemente bella. La regina si alzò dal trono e le si avvicinò. la abbraccio.
- Capisco che ti senti... diversa... ma... sei a casa, presto dimenticherai l'Olimpo e... tutto quello che hai sofferto... dimenticherai tutti quegli dei barbari - mise la sua testa la musa sul suo petto e sussurrò deboli shhs. - Ragazza mia, non hai idea di quanto mi sei mancata. Quanto ho pianto per te.
- Lo so mamma, ero anche infelice lontano da te.
- Non succederà più. Resterai qui, con noi, non te ne andrai mai più.
La musa si irrigidì, comprendendo le parole di sua madre che anche se le avesse pronunciate con gentilezza, portavano un avvertimento nascosto, se avesse disobbedito, questa volta non ci sarebbe stato perdono. Solo creature magiche vivevano nella foresta regnata da sua madre, aveva bisogno di essere in contatto con i mortali. Era una musa, ma sua madre non avrebbe più accettato il suo lato olimpico. Le cose sarebbero state fatte come voleva sua madre o no, era sempre stato così. Daria si era rifiutata di aiutare ancora sua madre e gliela stava facendo pagare.
- Madre... mortali... non li vediamo mai da queste parti.
- Lascerai quel capriccio per i mortali Daria, che è stato ciò che ha causato la tua cattura in primo luogo.
La musa aprì la bocca ma dalla gola non uscì nulla. Morinda la fissò di nuovo.
- Smetterai di prendere... qualunque cosa prendi ai mortali, ed è un ordine, hai capito?
Non c'era spazio per le parole che la musa potesse dare, così annuì e se ne andò con le lacrime agli occhi. Non potevo, non potevo smettere di ispirare, preferirei morire. Preferirei il confinamento.
Si arrampicò sulla cima di un albero e si riposò tra i suoi rami. Non molto tempo dopo una macchia bianca si arrampicò sui rami e si sedette accanto a lui.
- E? Qual è stata la punizione?
- Chiusura... - si lasciò sfuggire Daria, vedendo da lontano, là... in lontananza, si vedeva il lembo del monte Olimpo, la dimora degli dei.
- Non è poi così male... Per quanto tempo?
- Eternità... mia madre non mi lascerà più ispirare... credo che voglia fingere che io non sia... mezzo olimpionico, di nuovo... pensavo le fosse chiaro che non è così opera.
- Forse se ci provassi...- scattò Eldrick.
- Eldrick... potresti provare a non correre più veloce di un tornado?
- Che cosa?
- Correndo... potresti fermarti, potresti ora... attraversare la vita camminando sempre lentamente?
- Ovviamente no...
- Beh... ispirare per me è come la tua velocità... non ce la faccio... è qualcosa che... solo... viene fuori... capisci?
L'elfo annuì pensieroso.
- Non so se posso durare a lungo... per una musa ispirare è come... respirare.
- Almeno tu hai me. - L'elfo rilasciato.
- Sono così felice di averti Eldrick.
- Sono così felice che tu sia tornato... pensavo... pensavo che... non ti avrei mai più rivisto... a dire il vero... mi ero già rassegnato. Non hai idea di quanto pianse Daria nei primi anni, si formò un nuovo fiume, lo puoi vedere, è a ovest di qui
La musa rise.
- Mi dispiace molto Eldrick, deve essere stato... frustrante...
Eldrick annuì. Ricordò quel giorno, quando arrivò nella foresta dove viveva Daria e non la trovò, trovò solo tracce di dei. È impazzito... e quando la regina Morinda gli ha detto che era in trappola...
- Non importa più. Non te ne andrai mai ora.
Avrebbe sospirato, sapeva che era per il suo bene, che Zeus avrebbe voluto prenderla di nuovo, ucciderla questa volta. Perché, non lo sapeva, ma il solo pensiero di non ispirare mai più la deprimeva così tanto che avrebbe voluto gettarsi sul pavimento bagnato della foresta e morire.
- Eldrick, non riesco a smettere di guardare i mortali. Ho bisogno di ispirare.
- Daria, i mortali non hanno bisogno di ispirazione... e noi invece, se abbiamo bisogno di te ecco.
- Non ne hanno bisogno? Eldrick, per gli artisti l'ispirazione è come l'aria che respirano, è un dono necessario per vivere, è un altro elemento nella loro anima per essere felici. Ancora di più, ho bisogno di ispirare, o morirò. Morirò vivo proprio come uno di loro.
L'elfo la guardò tristemente.
- Rischieresti di essere catturata di nuovo?
- Se non lo faccio, rimarrò comunque intrappolato, in questa foresta, come sono stato intrappolato nel tempio di Apollo.
E tutti quelli che la volevano semplicemente prigioniera? Perché lei? Era solo una musa... Daria non capiva perché fosse così importante per gli dei dell'Olimpo e per i Fae. Sapeva solo che doveva liberarsi... in un modo o nell'altro.
XXX
Ares posò il manoscritto sulla pila con la massima cura consentita dalle sue mani ruvide.
Aveva già alcune poesie, alcuni versi, paragrafi per lo più incompleti sui ricordi della musa. I suoi capelli, le sue labbra, i suoi occhi, i suoi fianchi, la sua vita sottile, i suoi seni perfetti, le sue manine, il suo carattere incredibilmente indomito.
Bastava pensare a lei per ispirarlo.
Prese la pila di carte e le mise rapidamente in una piccola scatola nera che nascose sotto lo scudo quando udì i passi che si avvicinavano.
Quando suo figlio gli stava davanti, come un soldato obbediente, il dio sembrava calmo e raccolto. Contrariamente alla marea di emozioni che stava provando.
- Di cosa hai bisogno Phobos?
- Padre... - si affrettò il dio minore - signore, - si lasciò sfuggire quando si rese conto del suo errore. - Domani mattina ci sarà una battaglia, abbiamo bisogno della tua presenza.
- Avanti, guida l'esercito per me.
- Abbiamo perso le ultime battaglie, pensiamo che sia dovuto alla sua assenza.
Ares si voltò, non aveva voglia di combattere, non era entusiasta di pensare alla guerra, o al sangue, o allo sventrare i suoi avversari, non era interessato. Non voleva una battaglia.
- Ti ho dato un ordine Phobos, tu e tuo fratello potete guidare l'esercito. Andare.
Phobos capì che non avrebbe guadagnato nulla parlando con suo padre, così lo riverì e lasciò il tempio.
Ares chiuse gli occhi infastidito, furioso. Da quando non vuoi combattere? Viveva per le battaglie, per la guerra.
Ora riusciva solo a pensare alla musa, ai suoi capelli infuocati e agli occhi d'argento, alle sue grosse labbra rosa, alle sue gambe lunghe e morbide.
No, aveva bisogno di una distrazione. E come ogni uomo ferito, ha cercato conforto nei suoi vecchi errori.