Ognuno prese un seme, lo guardarono con sospetto ma nessuno osava guardarlo.
Uno si avvicinò, era piccolo, come un neonato ma aveva la pelle rugosa e violacea. Gli parlo in una lingua strana.
Daría lo guardò sorridendo.
- Li incuriosisce. Non avevano mai visto un olimpionico e pensavano che non l'avrebbero mai visto. Vieni - allungò la mano e il dio la prese, facendogli un'aureola per sedersi accanto a lei.
Il dio si immobilizzò mentre le creature lo guardavano, dopo un attimo iniziarono ad avvicinarsi e poi a toccarlo.
- La maggior parte sono ancora bambini, i più grandi non hanno voluto avvicinarsi.
Ares guardò la foresta, ancora non vedeva nulla. Uno degli esseri cominciò ad alzare l'armatura disse qualcosa nella strana lingua e gli altri emisero esclamazioni di sorpresa.
Daría rise forte.
- Che cosa? Cosa sta succedendo?
- Pensavano che la tua armatura fosse la tua pelle. Sono stati sorpresi di vedere che non è così.
Daría parlava loro in quella lingua. E Ares si è solo accigliato vedendoli iniziare conversazioni basate su di lui.
Un piccolo fauno si sedette sul grembo della musa e lei lo cullò tra le sue braccia. Era un bambino bellissimo, con le gambe di capra, Ares sorrise quando vide quanto sarebbe stata bella la musa come una madre.
- Che lingua parlano?
- Ogni specie ha la sua lingua, ma c'è una lingua madre che tutti gli esseri della foresta conoscono, è così che comunichiamo senza essere della stessa specie.
Ares annuì. C'erano così tanti esseri diversi lì, poi c'erano migliaia di lingue diverse in quella foresta. Migliaia di esseri diversi si parlavano e vivevano insieme come se fossero fratelli. Così era stato prima dell'arrivo di suo padre.
Gli esseri si divertirono a loro spese, presero persino il suo elmo e lo lanciarono come una palla, presero la sua spada e Ares era interessato a vedere cosa potevano farci, ovviamente, riuscivano a malapena a portarlo, ma la musa prese li allontanarono sostenendo che era molto pericoloso.
Improvvisamente Ares era felice, felice come sempre, estatico e stanco. Si rese conto che non aveva bisogno di nient'altro al mondo, era pieno di pace. Si sdraiò a terra, con gli esseri della foresta che si divertivano intorno a lui e la bella musa che cantava in una strana lingua. Voleva dormire un po', si è dimenticato del mondo...
- Cosa stai facendo?! - La musa si liberò in un grido. Aprì gli occhi in guardia.
- Volevo solo... dormire- esalò sorpreso per aver abbassato la guardia. La musa lo prese per un braccio e cominciò a tirarlo su.
- Dai andiamo.
- Cosa sta succedendo?
- Pensavo che essere un dio più grande non ti avrebbe influenzato così presto, dobbiamo andare ora.
Quando si voltò, non vide alcun essere nella foresta. Forse erano nascosti, forse il grido della musa li aveva spaventati.
- Cosa sta succedendo?
- E'... la magia della foresta oscura.
- Che cosa?
- Perché pensi che nessuno, tranne i Fae, venga qui? solo le creature magiche supportano la magia qui. La magia della foresta stessa. Se qualcuno al di fuori di questa magia entra... si indebolisce, cade in... una specie di torpore, dal quale non esce mai, diventa parte della foresta, delle creature della foresta. Pensavo che tu, essendo un dio così forte, avresti resistito più degli altri.
- Dici che... se qualcuno entra, non esce mai?
- Ci sono stati casi di... umani che sono guidati all'esterno da una fata o da una ninfa ma... quasi sempre corrono senza fortuna. Anche mio padre, Dionisio, è quasi morto qui, lo sopporto solo perché mia madre era estremamente debole. Ma lo sapevi che vuole rientrare?
Ares si accigliò. No, Dioniso non aveva mai parlato di tornare nella foresta dei Fae. Cercò di pensare chiaramente, ma era come se la sua testa fosse piena di fumo.
- Anche Zeus non riesce ad entrare da più di qualche giorno. Ed è uscito di qui così debole che ha dormito per giorni. Come ho sentito...
- Mio padre è entrato qui? Che cosa...? Come...? Come fai a sapere?
- Oh, mia madre non ne parla molto, so solo che chi entra qui non esce mai.
Ares ci pensò, si immaginò lì, addormentato nella foresta, senza mai riuscire a svegliarsi, finendo per essere la foresta stessa, ricoperta di muschio per l'eternità.
- Daria, sei mezzo olimpionico, come mai non ti tocca.
- Sono anche mezzo Fae. - La musa lo guardò ferocemente - Sono più forte di quanto pensi.
Ares annuì. Sentì di aver bevuto l'elisir di Dioniso e capì in primo luogo come era nato il vino.
Ho provato a vedere la strada ma gli alberi erano sfocati, stava peggiorando. La musa lo condusse ai margini della foresta.
- Non posso accompagnarti oltre, ma qui sei già al sicuro. Quello che senti finirà presto ora che siamo usciti dalla selva oscura. Qui è già territorio neutrale.
Il dio le prese forte le mani.
- Daria... io... ci vediamo ancora, vero?
La musa lo guardò tristemente. Lei negò lentamente.
- Ma...
- Se torni indietro se osi entrare di nuovo nella foresta dei Fae, ti uccideranno... e se esco... mi prenderanno di nuovo.
- Allora è un arrivederci. - disse Ares il più calmo possibile, nonostante la stretta al petto.
- Sì. Addio, oh, grande signore della guerra.
Ares sorrise e annuì.
- Addio musa, divertiti a ballare sotto la pioggia.
La musa sorrise e si aggrappò al suo collo un'ultima volta. Dio si bacia appassionatamente un'ultima volta ed entrambi si sono persi tutti nel loro cammino nella foresta. Fae e dio. Separato da una guerra millenaria tra un re tiranno e una regina Fae.
Le sue mani furono tese insieme fino a che non poterono continuare a tenere, le sue dita furono rilasciate tristemente e il dio iniziò la sua strada di ritorno al tempio di suo padre.
La musa rimase lì, guardandolo allontanarsi tra gli alberi e versando un paio di lacrime, sperando che anche se fosse stato lui l'avrebbe ricordata, in qualche melodia, in qualche verso, in qualche rima.
Ares entrò nel tempio dei suoi genitori, le dee minori, servi di sua madre corsero a trovarlo. Hanno chiamato la dea regina e questo apprezzamento dopo un momento.
Sua madre, regale come sempre lo guardava negli occhi senza rallentare, il dio la seguì a capo chino.
La dea si voltò quando finalmente furono soli e osò guardarlo dolcemente.
- Che cosa hai fatto con lei?
- Io... l'ho lasciata... non potevo... - Alzò la testa e finse un segno di coraggio che in quel momento non aveva - Non l'avrei restituito ad Apollo prima che avesse l'ha uccisa.
- E invece l'hai rilasciata. - disse Era facendogli capire che poteva ingannare l'intero Olimpo, ma non lei, non sua madre.
- Lei... non è nata per il parto madre... ha bisogno di libertà.
- Anche tu però hai già deciso il tuo destino, liberandola, ti sei mandato nel Tartaro.
Ares sospirò, se doveva esserlo, lo sarebbe stato.
- Per qualche ragione, tuo padre ha bisogno di quella preda musa. E non sarà felice che tu sia tornato senza di lei.
Ares non ce la fa più, odiava vedere sua madre agli ordini di suo padre, come se fosse una semplice dea del mucchio. Era la regina, eppure doveva sopportare un inganno dopo l'altro, vedere un bastardo dopo l'altro arrivare, e sopportare.
- Perché mamma? Perché obbedisci ai loro ordini? Perché sei con lui anche se... quando lo sappiamo entrambi...?
- Tuo padre ed io... siamo sposati Ares, tu non lo capiresti, nessuno che non si sia consacrato ad un'altra persona lo capirebbe. Quando unisci la tua vita a un'altra persona, diventi parte di lui, come lui di te. Se lui è ferito, anche tu sei ferito. Se lui è felice, lo sei anche tu. Odio tuo padre Ares, per tutto quello che mi ha fatto, ma sono attaccato a lui, fino alla fine dei tempi, quindi se facessi qualcosa per ferirlo, farei del male a me stesso.
Ares si accigliò. Se suo padre fosse stato ferito, anche sua madre avrebbe sofferto. Questo è il motivo per cui non si vendicherà mai contro di lui, questo è il motivo per cui suo padre ha fatto ciò che voleva quando voleva senza paura dell'ira della regina dea.
Ares, lo odio. E io odio il matrimonio, non lo farebbe mai, non consacrerebbe mai la sua vita a un'altra persona, non dipenderebbe mai dalla felicità di nessuno.
- Andrò al Tartaro se deve essere così... - si lasciò sfuggire rassegnato. Non importava, gli bastava sapere che la musa sarebbe stata libera, felice. Sebbene lui...
Sua madre lo guardò tristemente e gli prese il viso. Sorrise dolcemente.
- Devi essere una musa incredibilmente talentuosa per aver ispirato il dio della guerra.
Anche Ares sorrise.
-È.
XXX
L'ira di Zeus si fece sentire in tutto il paese. La musa era una carta importante nel suo gioco e senza di lei tutto è andato in pezzi.
- Lo ucciderò! Lo ucciderò! - Urlò mentre il cielo ai suoi piedi rimbombava.
Era entrò, dignitosa come solo lei poteva presentarsi.
- Dov'è quel bastardo? - gli gridò.
La regina si degnò di guardarlo e il fuoco dell'Ade visse nei suoi occhi.
- Non osare chiamare mio figlio, bastardo. Ecco quali sono tutte le tue altre gaffe. - Non urla, non alza la voce, sibila, e questo ha lasciato il re congelato.
- Era, deve essere punito.
- Figlio mio, può fare quello che vuole, è il principe sanguinario dell'Olimpo.
- Non ci sono principi sull'Olimpo! C'è solo un re! - gridò Zeus furioso.
- Quindi è così eh, hai paura che voglia rovesciarti, non preoccuparti, non gli è passato per la mente. Ancora. - La dea si liberò con un mezzo sorriso cinico sulle labbra perfette.
- Di cosa stai parlando?
- Ares non ha fatto altro che liberare una musa, se gliela fai pagare così cara seminerai solo desideri di vendetta nel suo cuore, ha ancora un po' di rispetto per te, non come padre, ma almeno come re. Premilo e ti farai strada verso il Tartaro. Dopotutto è il dio della guerra. E ha la regina come sua alleata.
- Non tenterai contro la mia Era, sai che la mia sconfitta è tua. La regina sorrise.
- Non mi importa più di Zeus, sono stufo, morirò se devo, purché ti porti nell'Ade con me.
Zeus cercò di scacciare la paura dal suo cuore, voleva pensare che fossero solo scherni di una donna disperata ma gli occhi di Era erano limpidi. Era molto seria. Zeus si rese conto che aveva ragione, se vuoi ferire una donna, vai per i suoi figli, ma capì anche che se volevi scatenare la sua rabbia, anche i suoi figli erano la risposta.
Zeus aveva inconsapevolmente scavato la propria tomba.
Il dio si voltò.
- Vai con tuo figlio Era. Allontanati dalla mia presenza.
La regina emerse dalla sala del trono con un sorriso soddisfatto sulle labbra.
XXX
Daria era seduta su un'enorme roccia nella foresta oscura. Aspettando Eldrick. Sentì un profondo dolore al petto nonostante sapesse di essere libero. Sapeva che gli sarebbe mancato Ares... Apollo, le altre muse... i fauni... il vino...
- È andato? - Sento la voce di Eldrick.
- Sì... se n'è andato.
- Beh... così va meglio. Adesso... torneremo da tua madre, affronteremo la punizione che lei ci impone, e... speriamo che il dio non torni con i suoi ad attaccare.
- Non lo farà- sbottò Daria seccata.
- È un dio, Daria... l'unica cosa che sanno fare è il male... distruggere e...
- Tu non li conosci... hai pensato lo stesso dei centauri, ricordi? E da Circe
- Non mi sbagliavo su Circe. - L'elfo si rilasciò sulla difensiva. Daria sorrise. Era vero, Circe era piuttosto cattiva.
- Suppongo... non posso più rimandare... mia madre si è già accorta che Ares è scappato?
- Sì... mi ha mandato a cercarti.
- Non sai che mi hai aiutato?
- No, sono arrabbiato con te, ricordi?
- Sì... è meglio, affronterò tutte le colpe e...
- Non...
- Sì... se ci puniscono entrambi, chi mi aiuterà a scappare?
L'elfo rise.
- Proprio come ai vecchi tempi... - rise e l'abbracciò - Mi sei mancata tanto, Daria.
- E io ti amo... ogni giorno...
Andare al palazzo di sua madre era una tortura. Eldrick la stava tenendo per un braccio come se l'avesse sorpresa a scappare e tutti gli sguardi del popolo Fae fossero su di lei. Alcuni sguardi erano odio, altri pietà, altri ancora più disgusto...
Sospirava, ora era una traditrice. Si sperava che l'avrebbero semplicemente ignorata per il resto dell'eternità.