2. Incontro
Come potrete immaginare, pensavo e ripensavo all’incontro inaspettato con Claudio. Da quando l’avevo notato la prima volta, aveva da subito attirato la mia attenzione. Avevo sperato di riuscire a parlarci, prima o poi, di farlo emergere da quello stato eremitico di solitudine in cui pareva immerso, e invece la mia timidezza aveva sempre vinto.
Ma adesso, proprio quando avevo iniziato a non pensarci più, mi si era presentata l’opportunità. E cosa avevo fatto? Ero rimasta mezzo imbambolata, salvo poi risvegliarmi all’ultimo con uno stupido commento. Mi sarei almeno potuta presentare! Non conosceva il mio nome, e sicuramente non si sarebbe mai ricordato di me...
Feci un lungo sospiro.
Il mio cellulare vibrò sul comodino. Lo presi in mano e trovai un messaggio da parte di Alberto, che mi chiedeva di uscire la sera dell’indomani. Non volevo che si offendesse, così inventai una scusa, spiegandogli che mi ero sentita male, e lui, dopo essersi assicurato che non avessi niente di grave, mi scrisse di non preoccuparmi.
Il fine settimana trascorse molto lentamente. Per la prima volta non vedevo l’ora di tornare a scuola. Speravo, anche se non avrei mai avuto il coraggio di ammetterlo, che in qualche modo Claudio si accorgesse di me e mi riconoscesse.
Quando finalmente arrivò il lunedì, la mia percezione del tempo sembrava diversa dal solito, e le prime ore di lezione passarono soporifere, fino allo squillo della campanella della ricreazione. Uscimmo in cortile, come di consueto. L’aria ormai iniziava a essere frizzantina, mentre l’inverno si avvicinava, e con alcune mie compagne di classe, quelle con cui andavo più d’accordo, decidemmo di approfittare dell’occasione per prendere un po’ di sole, come lucertole infreddolite.
Mentre passeggiavamo, e loro cercavano di estorcermi informazioni sulla mia relazione con Alberto, passammo proprio davanti a Claudio. D’un tratto lo vidi girarsi verso di me, e guardarmi dritto negli occhi.
Non ci credo! Mi ha riconosciuto!
Cercai di stare calma, ma ero come ipnotizzata dal suo sguardo. La sua bocca abbozzò un sorriso.
«Ciao!» mi disse.
«Ciao...» risposi io timidamente.
Le ragazze mi guardarono con aria interrogativa. Feci spallucce e cercai al volo di cambiare discorso. Per fortuna non fecero domande! Ma ero sicura che non avrebbero lasciato perdere così facilmente.
Durante l’ultima ora di lezione chiesi il permesso di uscire dall’aula. Sentivo il bisogno di prendere un po’ d’aria, così camminai fino al bagno e mi diedi una rinfrescata al viso. Mentre mi accingevo a rientrare, spuntò nel corridoio Claudio in persona. In giro non c’era nessun altro, solo io e lui, e un silenzio di tomba.
Ci fermammo entrambi, ci guardammo e... sorridemmo.
Fu lui a prendere subito parola.
«Scusami per l’altro giorno. Sono scappato via, non ti ho neanche ringraziato come si deve. Comunque, io sono Claudio» disse porgendomi la mano. Ero un po’ emozionata, devo ammetterlo, ma ricambiai la stretta e mi presentai a mia volta. «Mi chiamo Anna.»
«Sei in Quarta A?» chiese lui, dando un’occhiata al cartello affisso sulla porta dell’aula davanti a noi.
«Oh... sì» feci io. «E tu?»
«Quarta C.»
Ci fu un attimo di silenzio, interrotto dal cigolio di una porta che si apriva sul corridoio. La nostra conversazione terminò lì.
«Beh, ci vediamo in giro!» disse lui, salutandomi con la mano. «Certo» risposi, salutandolo a mia volta.
Rientrai in classe, incredula per quanto era appena accaduto. Non mi resi neanche conto di quello che la professoressa spiegò nella successiva mezz’ora di lezione. Fui ridestata soltanto dallo squillo della campanella.
All’uscita da scuola, Alberto propose di accompagnarmi a casa e io accettai. Almeno così avrei evitato di dover rispondere alle domande imbarazzanti delle mie amiche sul fatto che il misterioso Ragazzo Solitario mi avesse salutato alla ricreazione.
«Come stai oggi?» chiese Alberto mentre camminavamo l’uno di fianco all’altra.
«Oh... io... molto meglio» risposi, distrattamente.
«Ti ho visto strana l’altra mattina» continuò lui «mi hai fatto preoccupare...»
«Mi... mi dispiace» dissi cercando di scusarmi «colpa... dell’influenza.»
Il mio tono era evasivo. Stavo solo rimandando. Dovevo trovare il modo più gentile e delicato possibile per dirgli che tra noi non poteva funzionare. Non volevo che ci rimanesse male.
Lui attaccò subito: «L’altro giorno ti ho chiesto di uscire perché avevo una cosa importante da dirti...» lasciò la frase sospesa.
Ecco! Ci siamo! E adesso che faccio?? Che gli dico??
Non so come, ma presi coraggio e lo fermai prima che lui si sbilanciasse troppo. «Alberto» dissi «siamo diventati molto amici ultimamente... e forse anche più che amici...»
Presi una pausa. Lo guardai.
«Credo di sapere già quello che vorresti dirmi, ma io... non sono sicura... ho bisogno di un po’ di tempo... non restarci male... mi dispiace tanto... ci tengo a te...» parlavo a spezzoni, e per un attimo temetti pure di aver fatto una gaffe.
Invece ci avevo visto giusto.
Lui abbassò gli occhi e disse: «Okay. Grazie per avermelo detto subito, sei sincera. Io... noi... ci vediamo a scuola.»
Mi sentii più sollevata. Non era stato poi così difficile. Certo, mi dispiaceva, ma non potevo farci nulla. Pensavo e ripensavo al comportamento di Claudio quella mattina, a scuola. Mi aveva riconosciuto, salutandomi davanti a tutti, e dopo si era addirittura presentato! Da non credere!
Tuttavia non potevo dilungarmi troppo nelle mie riflessioni, perché l’indomani avrei avuto interrogazione di storia e dovevo studiare come una matta. La mia testa divagava, e concentrarmi sugli avvenimenti del Cinquecento mi richiese uno sforzo enorme.
Di notte, prima di addormentarmi, mi venne in mente il disegno di Claudio, quello che avevo trovato per terra e grazie al quale lui sembrava essersi di punto in bianco accorto della mia esistenza. Per quel poco che avevo visto, mi era sembrato lo schizzo di un costume da supereroe. Chissà! Forse era uno di quelli fissati con Spiderman, Batman e roba simile. Oppure era un aspirante fumettista.