Capitolo IX
Non sarò mai abbastanza grato al capitano per la generosità del suo trattamento; non volle accettare alcunché a compenso della traversata, mi pagò venti ducati la pelle del leopardo e quaranta quella del leone che avevo nella mia barca, e del pari comperò tutto ciò che desideravo di vendere, tra cui la cassa di bottiglie, uno dei fucili e una parte del blocco di cera, perché il resto lo avevo consumato per fabbricare candele; in conclusione, dalla vendita del mio carico ricavai duecentoventi monete da otto reali e così equipaggiato sbarcai in Brasile.
Poco tempo dopo lo sbarco, grazie ai buoni uffici del capitano trovai modo di farmi assumere da un galantuomo come lui che possedeva un ingenio come essi lo chiamano, vale a dire una piantagione di canna da zucchero con l'annessa raffineria; pertanto vissi qualche tempo insieme a costui e ne trassi l'occasione per imparare il loro metodo di piantare e fabbricare lo zucchero. E vedendo come vivevano bene i proprietari di piantagioni e come si arricchissero in fretta, decisi di fare il piantatore anch'io, sempre che avessi ottenuto il permesso di risiedere nel paese, e nel frattempo avessi trovato un sistema per farmi mandare il denaro che avevo lasciato a Londra. A questo scopo, dopo aver ottenuto una specie di atto di naturalizzazione acquistai tanto terreno incolto quanto potevo comprarne col denaro di cui disponevo ed elaborai un progetto per la mia piantagione e la mia residenza proporzionato al capitale che mi proponevo di far venire dall'Inghilterra.
Avevo un vicino, un portoghese di Lisbona nato però da genitori inglesi, che si chiamava Wells ed era in una situazione molto simile alla mia. Lo chiamo mio vicino perché la sua piantagione confinava con la mia ed eravamo in ottimi rapporti. Le mie sostanze erano esigue quanto le sue, e per un paio d'anni la nostra attività ci servì più che altro per campare.
Comunque, a poco a poco le cose andarono meglio e la nostra terra cominciò ad assumere un assetto ordinato, finché il terzo anno riuscimmo a piantare un po' di tabacco e a predisporre un largo appezzamento di terreno destinato ad accogliervi la canna da zucchero l'anno successivo; ma entrambi avevamo bisogno di aiuto, ed ora mi rendevo conto più che mai di quale errore avessi commesso separandomi da Xury.
Ma, ahimè! non era certo il caso di stupirsi di un mio sbaglio, posto che non avevo mai fatto niente di giusto in vita mia. Dovevo tirare avanti, non c'era altra scelta; mi ero cacciato in un'impresa idiosincratica alla mia natura, totalmente all'opposto del genere di vita che mi attraeva e per il quale avevo abbandonato la casa di mio padre, incurante dei suoi buoni consigli; anzi, mi stavo portando a livello di quella società media, lo strato superiore del ceto inferiore, che mio padre mi aveva additato; e se decidevo di persistervi, tanto valeva che fossi rimasto a casa senza affannarmi in giro per il mondo come avevo fatto. E spesso ero indotto a pensare che avrei potuto fare lo stesso lavoro in Inghilterra, tranquillamente, circondato dai miei amici, senza andarmene a cinquemila miglia di distanza, fra stranieri e selvaggi, in una terra desolata, così lontano da non poter ricevere la minima notizia da qualsiasi luogo di questo mondo in cui si conservasse un pallido ricordo di me.
A queste amare considerazioni ero solito abbandonarmi, allorché meditavo sul mio stato. Non avevo nessuno col quale conversare, se non di tanto in tanto il mio vicino; non c'era lavoro al quale non dovessi provvedere con le mie mani, e mi ripetevo che la mia vita era in tutto simile a quella di un naufrago gettato su un'isola deserta, al quale non restava altri che se stesso. E com'è stato giusto! Com'è vero che tutti coloro che paragonano la loro situazione ad un'altra peggiore dovrebbero riflettere che la sorte può costringerli a fare il cambio, onde imparino per esperienza ad apprezzare la loro precedente felicità! E com'è giusto, dicevo, che una vita vissuta in vera solitudine su un'isola veramente deserta, quale io mi ero figurata, dovesse toccare proprio a me, che tante volte l'avevo ingiustamente paragonata alla vita che allora conducevo e nella quale, se avessi persistito, con ogni probabilità sarei diventato quanto mai prospero e facoltoso!
Avevo già largamente avviato i miei progetti per la piantagione prima che il mio cortese amico, il capitano della nave che mi aveva tratto in salvo in alto mare, ripartisse; infatti il bastimento era rimasto in porto circa tre mesi per fare il carico e prepararsi alla traversata, e quando io gli parlai del piccolo capitale che avevo lasciato in deposito a Londra, lui mi diede questo amichevole e spassionato consiglio: «Senhor Inglese,» mi disse, giacché m'interpellava sempre in questo modo, «se siete disposto a consegnarmi delle lettere e una formale procura, con la quale vengono date precise disposizioni alla persona che ha in deposito il vostro denaro a Londra, affinché inoltri le vostre sostanze a Lisbona, alle persone che io indicherò, investite in merci idonee a questo paese, se Dio vorrà quando ritornerò io vi porterò il corrispettivo in denaro; ma siccome le cose umane vanno soggette a mutamenti e a congiunture funeste, suggerirei che il vostro ordine riguardasse solo cento sterline, vale a dire, secondo quanto mi avete detto, la metà del vostro patrimonio; così, se la somma arriverà sana e salva, voi potrete avere il resto alla stessa maniera, e se invece andrà male, disporrete ancora dell'altra metà per i vostri bisogni.»
Era un consiglio così sensato ed elargito così amichevolmente, ch'io non potei non convincermi: quella via mi parve la migliore ch'io potessi seguire; pertanto scrissi una lettera alla signora cui avevo affidato il denaro e preparai una procura per il capitano portoghese, secondo i suoi desideri.
Scrissi alla vedova del capitano una relazione dettagliata di tutte le mie vicissitudini: la schiavitù, la fuga, le circostanze nelle quali mi ero imbattuto in mare nel capitano portoghese, il suo comportamento così benevolo, la situazione nella quale versavo e tutte le istruzioni necessarie all'invio del denaro; e quando quell'onesto capitano giunse a Lisbona, per il tramite di qualche mercante inglese residente nella città trovò modo d'inviare, non soltanto il mio ordine, ma un resoconto completo delle mie avventure, a un mercante di Londra, il quale provvide a far avere ogni cosa alla signora; e questa da parte sua non solo consegnò il denaro, ma di tasca propria inviò al capitano portoghese un bel regalo in segno di gratitudine per la sua benevolenza e generosità nei miei confronti.
Il mercante di Londra, dopo aver investito le cento sterline in merce inglese secondo le istruzioni avute dal capitano, gliela spedì a Lisbona, ed egli me la portò sana e salva in Brasile. Fra l'altro, a mia insaputa aveva avuto cura - dal momento che io ero ancora troppo inesperto del mio lavoro per pensarci da me - di ordinare ogni sorta di attrezzi, ferri e utensili necessari alla piantagione, e che mi furono di grandissima utilità.
Quando arrivò questo carico, pensai che la mia fortuna era fatta, tale fu la lieta sorpresa di riceverlo, e tanto più che il mio ottimo fiduciario, il capitano portoghese, aveva speso le cinque sterline ricevute in regalo dalla mia amica per comperarmi e portarmi un servo con un contratto di sei anni, e non volle niente in cambio, ad eccezione di un po' di tabacco che lo costrinsi ad accettare perché era di mia produzione.
E non è tutto: poiché infatti la mia merce era interamente di produzione inglese e comprendeva stoffe, tela, tessuti raffinati e tante altre cose apprezzate e ambite nel paese, cosicché non stentai a venderla con eccellente profitto: basti dire che ne ricavai una somma di quattro volte superiore al valore iniziale del carico, e che mi ritrovai di gran lunga favorito rispetto al mio vicino (per quanto riguarda, voglio dire, l'andamento della piantagione) perché la prima cosa che feci fu di comperarmi uno schiavo n***o e un servitore europeo, in aggiunta a quello che il capitano mi aveva portato da Lisbona.
Ma accade sovente che la prosperità acquisita senza sforzo sia artefice delle peggiori calamità, e così avvenne anche per me. L'anno successivo tutto andò a gonfie vele per la mia piantagione. Il raccolto di tabacco fu di cinquanta grossi rotoli, più di quanto ne avessi venduto ai vicini per le loro necessità, e questi cinquanta rotoli, del peso di oltre cento libbre ciascuno, vennero conciati e opportunamente riposti in attesa che tornassero le navi da Lisbona. E allora, con l'accrescersi della mia attività e della mia ricchezza, la mia testa cominciò a riempirsi di progetti e di ipotetiche imprese superiori alle mie possibilità: di quelli che non di rado portano alla catastrofe i più avveduti commercianti.
Se avessi perseverato nella posizione che mi ero creata, avrei avuto modo di assicurarmi tutti i beni che mio padre mi aveva così caldamente esortato a procacciarmi optando per un'esistenza tranquilla e ritirata, e dei quali, com'egli mi aveva così efficacemente illustrato, era ampiamente dotata la condizione media della vita. Ma altri eventi erano in serbo per me, e una volta di più io sarei stato lo strumento volontario della mia rovina; e in particolare avrei accresciuto le mie colpe e raddoppiato i motivi di quelle amare meditazioni alle quali mi sarei abbandonato nel corso delle mie future ambasce: tutte colpe dovute alla mia folle e pervicace inclinazione a vagare per il mondo, in contrasto con i vantaggi che mi si prospettavano in chiari termini se avessi perseguito in modo semplice e onesto gli scopi e le attività che Natura e Provvidenza, concordi, volevano elargirmi, e se me ne fossi fatto un dovere.
Ma già una volta mi ero comportato così quando avevo abbandonato la casa dei miei genitori, e pertanto anche adesso non potevo sentirmi appagato e deliberare di starmene tranquillo; ma dovevo partire rinunciando alla rallegrante prospettiva di diventare il ricco e prospero proprietario della mia piantagione solo per inseguire l'irragionevole e sconsiderato proposito di far fortuna più in fretta di quanto la natura non lo consenta; cosicché tornai a precipitarmi nel più profondo abisso di umana miseria nel quale un uomo sia mai caduto, e che sia in qualche modo compatibile con la sopravvivenza fisica dell'individuo.