Mar Mediterraneo - Piroscafo Europa – Giovedì 18 maggio 1922 - “In navigazione”
I Bottaro avevano preso alloggio nell’angusta cabina di seconda classe, loro assegnata quali passeggeri paganti, dove avevano stipato le cose che si erano portate appresso, contenute in un baule e sei valige. Dal ponte superiore assembrato di gente, il giorno prima, avevano visto la costa ligure allontanarsi divenendo sempre più piccola per poi sparire del tutto nella sopravvenuta oscurità. Da quel momento in poi, lasciato il Mare Mediterraneo, gli occhi avrebbero incontrato solo tanta acqua. L’acqua immensa dell’Oceano Atlantico. La vita di bordo scorreva con lentezza ma il vitto, pur con essendo eccezionalmente buono, lo si poteva definire mangiabile. I Bottaro si potevano considerare dei “fortunelli”, tutto sommato, constatando come erano stati sistemati, nelle camerate di terza classe, gli altri emigranti. Viaggiare sui vapori in servizio del dopoguerra del 15-18 era tutt’altra cosa di come lo si faceva anni addietro, nell’epoca della grande emigrazione, a partire dalla metà alla fine ‘800. In quell’epoca iniziarono a circolare manifestini accattivanti che promettevano “Terre in Brasile per gli Italiani”. Iniziò, così, la corsa verso il Brasile e lo si faceva a bordo di velieri dove gli emigranti provenienti da varie regioni d’Italia venivano imbarcati e stipati come bovini nei carri-bestiame. Avevano molti fagotti e qualche rara valigia di cartone legata con lo spago. Erano ricchi di miseria e tanta voglia di lavorare. Erano italiani che appartenevano ai ceti sociali più poveri, soprattutto contadini delle regioni più disagiate dove chi coltivava la terra di altri non poteva mangiarne i prodotti e chi allevava gli animali non ne mangiava le carni per lo stesso motivo. Furono soprattutto quattro le compagne che accompagnarono quella gente sulla strada di un esilio volontario, in terra straniera: la fame, la disperazione, la rabbia e la speranza. Una sola cosa avevano differentemente da altri meno fortunati, perché schiavi: gli italiani erano uomini liberi! Moltissimi riuscirono, dopo molto lavoro sotto padrone, ad elevarsi. Il peregrinare degli emigranti iniziava con il viaggio per raggiungere i porti d’imbarco di Genova e Napoli. Con mezzi di fortuna, ma spesso anche a piedi, portando le poche cose di proprietà, giungevano ad imbarcarsi. Naturalmente, al trasporto degli emigranti erano assegnate le carrette del mare, con in media 23 anni di navigazione. Si trattava di barconi in disarmo, chiamati “vascelli della morte”, nati per il piccolo cabotaggio. Riattati, per l’occasione, al fine di viaggi più lunghi e lucrosi, non potevano contenere più di 700 persone, ma ne caricavano più di 1.000 e talvolta 1.200, che partivano senza la certezza di arrivare a destinazione. Esisteva già un certo tipo di “overbooking” dell’epoca, perché nessuno veniva lasciato a terra ma tutti venivano stivati in numero, anche, due volte superiore a quello per il quale erano abilitati i velieri sui quali s’imbarcavano. Erano viaggi infernali e diverse persone morivano durante l’attraversata che durava più di tre o quattro settimane. Stavano in mezzo alla sporcizia, senza servizi igienici, alimentandosi poco e con cibi guasti, dormendo all’umido direttamente sul pavimento della stiva. In quelle condizioni, le epidemie a bordo -in particolare quelle di vaiolo- erano cose normali per quei tempi. Tra il 1876 ed il 1900 furono quasi un milione le persone che raggiunsero il Brasile e una gran parte sbarcarono nel porto di Santos. Gli italiani sopravvissuti al vaiolo ne portavano, evidenti, i segni sulla pelle. Il corpo dei morti era stato seppellito in mare, accompagnati da una preghiera collettiva dopo essere stati spogliati d’ogni avere terreno. Ciò avveniva senza tanto pensarci su… tanto dov’erano diretti, in Cielo od all’Inferno, non ne avevano più bisogno alcuno.