Chapter 4

1691 Parole
Sull’Oceano Atlantico - A bordo dell’aeromobile – Martedì 17 maggio 2011 - “Il volo Lufthansa LH 505” Il decollo dall’Aeroporto di São Paulo-Guarulhos era avvenuto alle 16,15 con qualche minuto di ritardo ed ora Vera Luzia si trovava comodamente seduta nella poltrona a lei riservata su quell’aeromobile che già stava volando sopra l’Oceano Atlantico. Ogni sedile era dotato di un sistema di intrattenimento personale con Visual Audio on Demand ma la dimensione della poltrona differiva a seconda del tipo di classe… a più elevata classe e costo, corrispondeva maggiore comfort. Quello della Lufthansa era un velivolo, ad ala fissa, costruito dalla “Airbus S.A.S.” contraddistinto dal codice “A 343”. Con una apertura alare di 60 metri, una lunghezza di quasi 64 ed un’altezza di quasi 17, era in grado di ospitare 228 passeggeri: 196 in Classe Economica, 24 in Classe Business ed 8 in Prima Classe, oltre il personale di servizio. L’aeromobile stava percorrendo, spinto dai suoi 4 motopropulsori, la tratta che ancora lo divideva dall’’aeroporto d’arrivo di quel balzo transoceanico. La prima meta era a Monaco di Baviera in Germania. L’arrivo era previsto per le 9 nel mattino del giorno seguente. Da Monaco, Vera Licia avrebbe preso la coincidenza per Genova, in Italia, con un velivolo più piccolo della “Air Dolomiti”, società per voli regionali, sempre di proprietà della Lufthansa. Il suo viaggio sarebbe durato, in tutto, poco più di 17 ore. Tre ore dopo il decollo, era stata servita la cena su simpatici piccoli vassoi. Il cibo era buono ed ottimo il vino europeo che veniva servito senza economia. A dire il vero, già da subito era passato il carrello delle bevande ricco di caffè, tè, Coca Cola, birra, aranciata e succhi di frutta d’ogni tipo. Il problema era, tuttavia la noia e dopo aver ascoltato musica, visto un film sul maxi-schermo, il tempo pareva non passare mai. Vera Luzia chiuse gli occhi, quando le luci interne si spensero, e tentò di dormire un poco. Era troppo eccitata ed il sonno tardava ad avvolgerla nella sua coltre di silenzio. l’arietta di un’opera s’insinuò, invece, nella mente della giovane. Era “Va pensiero” dal “Nabucco” di Giuseppe Verdi. Vera ne conosceva le parole in lingua portoghese-brasiliana. Vai pensamento, sobre asas douradas vai e pousa nas colinas e encostas onde recende tépida e morna a doce aragem do solo natal! Saúda as margens do Jordão e as torres arrasadas de Sião... Oh pátria minha, tão bela e perdida! Oh lembrança tão cara e fatal! Harpa dourada dos fatídicos poetas por que emudecida do salgueiro pendes? As memórias no peito reacende, conta-nos do tempo que passou! E seguindo de Sólima (Jerusalém) a sina emitirás o som de um duro lamento, ou então te inspire o Senhor um concerto que ao sofrimento infunda virtude que ao sofrimento infunda virtude...” Il testo in lingua italiana, tuttavia le pareva migliore: più armonico… melodioso nella lingua dei suoi avi che aveva imparato a conoscere ed amare. Va pensiero, sull’ali dorate va, ti posa sui clivi, sui colli ove olezzano tepide e molli l’aure dolci del suolo natal! Del Giordano le rive saluta, di Sïonne le torri atterrate... Oh mia patria sì bella e perduta! Oh membranza sì cara e fatal! Arpa d’ôr dei fatidici vati perché muta del salice pendi? Le memorie nel petto riaccendi, ci favella del tempo che fu! O simìle di Solima ai fatti traggi un suono di crudo lamento o t’ispiri il Signore un concento che ne infonda al patire virtù che ne infonda al patire virtù...” Quell’aria, spesso cantata dal nonno che l’aveva appresa dal padre di lui, non faceva che commuoverla ogni qualvolta l’ascoltava. Ultimamente, in occasione del 150enario dell’Unità d’Italia, la TV del canale internazionale aveva trasmesso il “Nabucco” ed anche qui si parlava di una Patria, una Patria perduta. «Patria sì bella e perduta!» disse tra sé e sé, pensando che quel viaggio aveva lo scopo di ritrovare una parte delle proprie radici lasciate in un continente posto nell’opposto emisfero. Dal lontano maggio del 1922, data della partenza da Genova dei bisnonni erano trascorsi quasi novant’anni. Molti fatti erano accaduti, taluni belli altri meno felici ma bene o male la famiglia era riuscita a tenere i contatti con i parenti rimasti nella Patria italiana. Per Vera Luzia, mezza brasiliana e per l’altra metà italiana era normale il pensare di avere due Patrie. Anche il padre João, spesso, diceva di avere due Patrie. Era nato in brasile e si sentiva italiano per via della “legge del sangue” ma si sentiva molto brasiliano per via della “legge del sole” sotto il quale era nato ma anche perché in Brasile aveva studiato, apprendendone la lingua e le abitudini, qui aveva intessuto le proprie relazioni sociali, trovato un impiego presso il “Banco do Brasil” e dopo si era sposato con una mulatta della Bahia, con la quale aveva messo al mondo una figlia mulatta dalla pelle così chiara da poter essere scambiata per un’europea un poco abbronzata. Si è italo-brasiliani quando, discendenti di italiani si nasce in Brasile e lo si diventa quando, pur mantenendo la nazionalità italiana si prende la cittadinanza o per lungo tempo si risiede in Brasile. Questo le aveva spiegato nonno Giobatta ed a questo Vera Luzia aveva realmente creduto da tempo immemore. Spesse volte aveva sentito dire dal nonno che il Brasile è il crogiolo di mille razze dove tutti, o quasi, sono “altro-brasiliani”. Vera Luzia rammentava anche un dialogo tra il nonno ed il papà, incentrato su quella strana terminologia. «Altro-brasiliani… che cosa sarebbero e perché “altro”?» aveva chiesto papà João a nonno Giobatta. «Ti spiego perché “altro”…» rispose il nonno che poi aveva aggiunto:«…ci sono gli afro-brasiliani, i nippo-brasiliani, i cino-brasiliani, i coreo-brasiliani, gli arabo-brasiliani, i libano-brasiliani, i turco-brasiliani, gli italo-brasiliani e questi sono solo una piccola parte perché molti altri ne esistono. Gli afro, i nippo, i cino, i coreo, gli arabo, i libano, i turco ed anche gli italo, fanno tutti parte di quella specie testé da me soprannominata “altro”…sono tutti “altro-brasiliani”». «Mi sembra che tu generalizzi troppo» aveva replicato papà João. «Se ci pensi bene, tutto in Brasile è come una grande macedonia di frutta esotica. Le razze nuove e quelle vecchie ed anche la lingua ha da tutte le altre preso un po’». «Frutta esotica? Continuo a non capire!» «Sì, è come ti sto dicendo. Quello brasiliano è un popolo multirazziale e tutto è cominciato con la mistura degli indios con i bianchi e con i negri giunti schiavi, poi è proseguito con i figli di questi che hanno cominciato ad incrociarsi tra tutti loro: brancos, indios, negros, mulatos, coboclos mamelucos, cafusos, e successivamente i gialli giapponesi, cinesi e coreani nonché i bianchi europei e statunitensi giunti con ondate migratorie successive». «Quello che dici è vero ma che cosa c’entrano gli altro-brasiliani?» «Come! Non capisci?» «No, continuo a non capire».» «Gli altro-brasiliani sono quelli che in questa grande macedonia hanno mantenuto almeno una linea di continuità... sempre la stessa, come il loro DNA». «E cioè?» «Quella della nazione dalla quale provengono! Quella parte iniziale che si aggiunge alla parte brasiliana e che è sempre la stessa per linea diretta. Tu sei italo-brasiliano, ad esempio, e la tua italianità l’hai tramandata a tua figlia. È quell’italo che fa la differenza come il nippo, il cino, il coreo e tutti gli altri dello stesso tipo». Dal giorno di quella discussione, nella famiglia Bottaro del Brasile era entrato il concetto di doppia cittadinanza e di doppia Patria della quale Vera Luzia era divenuta sostenitrice convinta ed agguerrita portabandiera. Aveva deciso quel viaggio anche per andare a conoscere Alfio, il cugino un poco più che coetaneo, con il quale aveva tenuto contatti epistolari tramite Internet. Alfio era il figlio di un altro Bottaro di Genova che, anche lui, aveva voluto mantenere i rapporti con tutti i Bottaro sparsi per l’Europa ma anche in Canada, USA, Argentina, Cile, Brasile ed Australia. Era iniziato tutto con qualche cartolina postale giunta a Genova, alla quale altre ne erano seguite. Le cartoline erano state sostituite, poi, dalle lettere in un corposo carteggio di corrispondenze di famiglia. L’avvento dei personal computer e di Internet aveva, quindi velocizzato ogni cosa. Vera Luzia ed Alfio avevano cominciato a conoscersi attraverso i moderni sistemi di comunicazione e quando la donna aveva migliorato la propria conoscenza della lingua italiana, avevano, talvolta, scambiato quattro chiacchiere utilizzando il programma di Skype per parlare, senza costi, a distanza. Quel cugino lontano era divenuto per Vera Luzia un punto di riferimento. Da lui veniva informata di quel che accadeva nelle altre famiglie Bottaro sparse sul globo terrestre ed anche queste sapevano qualcosa dei Bottaro del Brasile. Erano intrecci relazionali tenuti, per lo più in lingua inglese. La cosa aveva preso una piega diversa quando Vera Luzia aveva vinto la propria paura di sbagliare e s’era buttata a parlare in italiano. «Tu parli la “mia” lingua!» aveva esclamato, sorpreso, Alfio. «Sto studiando la “nostra” lingua da qualche tempo ma ho sempre avuto paura di parlarla». «Perché paura?» «Paura di sbagliare… di commettere errori di grammatica e sintassi.» «Tu parli molto bene…» la rassicurò Alfio che, poi, volle chiedere:«…in famiglia, a casa tua, non parlate in italiano tra voi?» «No, parliamo in portoghese-brasiliano. Solo il nonno parlava, qualche volta, in italiano ma neppure il mio papà lo capiva. Erano frasi che borbottava tra sé e sé e spesso le diceva in genovese.» «Purtroppo è quello che è accaduto anche nelle altre famiglie dei Bottaro emigrati in altri Paesi.» aveva concluso Alfio e nel tono della voce si percepiva un po’ di quell’amarezza che, quasi sempre, viene per le cose perdute. Ripensando a quella prima conversazione in italiano, avvenuta qualche anno prima, Vera Luzia sorrise. Era contenta di andare ad incontrare Alfio in Italia. Sapeva che all’arrivo dell’aereo a Genova sarebbe stato lì ad attenderla, così come avevano convenuto parlandosi su Skype il giorno prima della partenza da São Paulo.
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