– Mi vuoi bene molto?
– Molto.
– Me ne vorrai sempre?
– Sempre.
Era come un'eco molle e mesta; ma la fanciulla non se ne accorgeva, un divino velo di passione le era disceso sugli occhi. Andavano, andavano, ella stretta a lui, così immensamente felice che appena appena toccava terra, godendo quel minuto intenso di amore con tutta la forza sensitiva e sentimentale che possedeva, con l'abbandono più ingenuo a tutta la felicità di cui è capace una umana persona. Andarono, così, per le vie di Pompei, senza vedere, senza guardare. Solo essa ripeteva, sottovoce, nenia carezzevole:
– Dimmi che mi vuoi bene, dimmi che mi vuoi bene...
Due o tre volte egli rispose affermativamente con un semplice sì, detto molto sottovoce: poi tacque. E in un minuto di chiaroveggenza, non udendolo più rispondere, Anna si fermò, trattenendolo lievemente pel braccio, domandandogli, mentre lo fissava nei buoni occhi onesti:
– Che hai?
Era una domanda affannosa: la voce tremava. Egli chinò gli occhi:
– Niente – disse.
– Perché sei così triste?
– Non sono triste – replicò lui, con uno sforzo.
– Non mentire!
– Non mento.
– Giura che mi vuoi bene?
– Ah tu non hai bisogno di giuramenti! – esclamò con tanta sicurezza e con tanto dolore, che ella si convinse subito, intendendo la sincerità e non il dolore.
Ma rimase inquieta, con un'amarezza che le sorgeva dal cuore e le invadeva il sangue. Erano presso alla Via di Mare, donde si esce dalla città morta.
– Andiamo via, andiamo via – disse ella impaziente.
– Il treno per Metaponto non passa che alle sei: vi è tempo.
– Andiamo via: non voglio restare più qui; ti prego, andiamo.
Egli, rassegnato a una passiva obbedienza, obbedì. Tacevano. I due preti inglesi scendevano all'albergo Diomede e alla stazione, insieme con loro: Anna, intimidita, non osava più parlare d'amore con Giustino, ma lo guardava con certi occhi così amorosamente supplichevoli, che egli non poteva reggervi. Uscirono da Pompei, discesero la scaletta dell'albergo e si trovarono di nuovo in quella sala terrena, bassa di soffitto e piena del fastidioso ronzio delle mosche: i due preti si sedettero alla tavola sempre preparata, e mentre si allestiva il pranzo, uno leggeva gli Evangeli e l'altro la sua guida Baedeker. I due innamorati erano presso la finestra, guardando dai cristalli la via che conduce alla stazione: e Anna teneva sempre il suo braccio attaccato a quello di Giustino. Ed egli, confuso, inquieto, le chiese se volesse pranzare, così, volgarmente, come per dominare l'imbarazzo della loro posizione. No, non voleva pranzare, non aveva fame: dopo, più tardi – e la voce era nervosa, ella sogguardava i due ecclesiastici, infastidita.
– Vorrei... – soggiunse all'orecchio di Giustino.
– Che vorresti?
– Portami via, altrove, dove possa dirti una parola!
Egli titubò: ella, a un tratto, s'infiammò nel viso, intendendo: uno smarrimento che veniva dal pudore muliebre, la vinse. Ma Giustino, deciso, si era allontanato, per parlare con l'oste. Poi, era tornato:
– Vieni.
– Dove andiamo?
– Sopra.
– ... sopra?
– Vedrai.
Risalirono la scaletta, si fermarono al primo piano, e il cameriere che li accompagnava aprì loro la porta di un quartierino, composto di una camera e di un salotto; una grandissima camera e un piccolissimo salotto, ambedue con i balconi che guardavano la campagna e la stazione; il cameriere con la stessa sua aria indifferente li lasciò soli in quelle stanze, dove talvolta dimora due o tre giorni uno straniero appassionato di archeologia, o dove riposano, per qualche ora, delle straniere, aspettando il treno. Ambedue, rimasti soli in quel salotto, erano adesso pallidi, gravi, confusi. Ella si guardò intorno: il salottino era volgarmente ammobiliato da un divano di sargia verde, da due poltroncine di sargia, da un tavolino rotondo, nel mezzo, coperto da un tappeto di juta color nocciuola, da una mensola con un piano di marmo bianco, da qualche sedia di paglia; e questo ambiente, dove tanti estranei erano passati, le ispirò una diffidenza, un ribrezzo da non dirsi. Stando sotto l'arco della porta, gittò un'occhiata nella camera. Era vasta, con due letti in fondo, divisi da un tavolino da notte, con una toilette assai gramamente coperta di tendine bianche, un divano sempre di sargia verde e un armadio scuro: tutti questi mobili erano perduti nella vastità della camera che pareva nuda. Ella ebbe freddo al solo guardarla; eppure, nuovamente, le salì il rossore, al viso. Era agitatissima. Ma levando gli occhi in viso a Giustino, vide che costui la guardava con tanta pietà, che si sgomentò di nuovo, più intensamente.
– Che hai? – gli disse con voce strozzata.
Nessuna risposta. Giustino si era seduto e aveva nascosta la faccia fra le mani.
– Dimmi che hai – replicò ella, fremendo di angoscia e di collera.
Egli tacque; forse piangeva dietro il velo delle mani.
– Se non mi dici che hai, me ne torno a Napoli, Giustino! – gridò ella, al colmo dell'ira e dell'affanno.
Niente: taceva.
Allora ella abbassò la testa, pensò, con l'ardentissima rapidità dei minuti supremi.
E invece di andare, si sedette innanzi a lui e gli disse con tono calmo:
– Tu mi disprezzi, perché sono fuggita di casa mia.
– No, Anna – mormorò lui fievolmente.
– Tu mi credi una miserabile... supponi che io sia una creatura perduta?
– No, cara, no.
– Forse... tu... ami un'altra donna.
– Non lo sospettare neppure.
– Avrai... forse... un altro legame, senz'amore?
– Niente mi lega, a nessuno.
– Nemmeno una promessa?
– Nemmeno.
– E allora perché sei triste? Perché tremi? Perché piangi? Io dovrei tremare e piangere, eppure non piango, io, se non del tuo pianto, ignoto pianto che mi offende e mi dispera!
– Anna, ascoltami, per carità, per la memoria di tua madre, intendimi. Io sono disperato per te, per il passo che hai fatto, per il tuo avvenire che hai giuocato, per la infelicità che ti attende, domani, senza casa, senza nome, senza fortuna, perseguitata dalla tua famiglia...
– Se tu mi amassi, non penseresti, non diresti queste cose...
– Te le ho sempre dette, te le ripeto, Anna. Questa è una rovina che io ho fatta, io agonizzo da tre giorni sotto i rimorsi, e oggi stesso, innanzi a te che sei tutta la mia luce, mi è parso di trovarmi a una oscura catastrofe. Anna, Anna, oggi non perdono a me stesso, domani tu non mi perdonerai più... Oh amor mio, io sono un galantuomo, un cristiano, e ho potuto imporre prima a te, poi a me, tale peccato, tale errore!
Parlando così, con uno strazio infinito, tutta l'onestà del suo bellissimo animo esulcerato dal rimorso e dall'amore, traboccava. Ella lo guardava, lo udiva, stupefatta, arrestandosi dinanzi a quella rettitudine, a quella virtù più forte dell'amore, ella che credeva solo nell'amore.
– Non ti capisco – disse, trasognata.
– Eppure bisogna, bisogna: se tu non vedi la ragione della mia condotta, mi disprezzerai, mi odierai, come un vile, come un ladro, Anna: tu devi usare di tutta la tua mente, di tutto il tuo cuore per apprezzare; non lasciarti trascinare dall'amore, sii calma, sii fredda...
– Non posso.
– Oh Dio! – disse lui, disperato.
Di nuovo tacquero. Ella, macchinalmente, per nascondere il tremore delle sue mani guantate, tirava i fili del tappeto di juta. Ella rifletteva, analizzava, cercava d'intendere, e sempre, sempre, aveva la medesima sensazione, la medesima idea, dolorosa, spasimante, insopportabile: e non potendo resistervi, la espresse, in parole, aspettando d'essere da lui immediatamente smentita, come egli aveva fatto sempre.
– Tu non mi ami abbastanza – disse lei, guardandolo negli occhi, senza batter palpebra, con tutta l'anima concentrata nella voce e nello sguardo.
– È vero: non ti amo abbastanza – rispose Giustino, decisamente.
Ella non dette un lamento; era colpita al cuore. Tutto il breve salotto, e l'albergo, e Pompei, e il mondo parve che le roteassero nel cervello, con un fracasso e un moto, vertiginosi: ebbe la sensazione che le si spezzassero le tempia; se le strinse fra le mani, istintivamente. Qualche striatura di rosso le apparve sotto gli occhi, verso le guance, e si andò sempre più dilatando.
– Sicché – riprese ella, dopo una lunga pausa, con voce breve – sicché tu mi hai ingannata?
– Ti ho ingannata – mormorò lui umilmente.
– Non mi amavi?
– Non abbastanza, per obliar tutto in questo amore: te l'ho detto.
– Ho inteso. Perché mentire?
– Perché eri bella e buona, e mi volevi bene, e non ho visto il pericolo, non ho capito che tu ti davi tutta a questo amore, e che io doveva impedirtelo a tempo...
– Parole, parole: l'essenziale è, che non mi ami.
– Come tu vuoi, come tu meriti, no.
– Cioè, senza passione cieca?
– Senza passione cieca.
– Cioè, senza fiamma, senza entusiasmo?
– Senza fiamma, senza entusiasmo.
– Con che, allora?
– Con tenerezza, con affetto, con devozione.
– Non basta, non basta, non basta, – disse lei, monotonamente, quasi parlando in sogno; – non sai amare diversamente, di più, come me?
– No, non so.
– Non puoi, forse? Potrai forse domani, o in avvenire?
– Non potrò mai, Anna. Preferirò sempre il sacrificio al godimento, sempre il dovere amaro alla più dolce felicità.
– Miserabile e inetta creatura! – mormorò lei, con un immenso disprezzo.
Egli levò gli occhi al cielo, chiedendo forza per sopportare il suo martirio.
– Sicché – ricominciò Anna, lentamente – se vivessimo insieme, tu soffriresti?
– Ambedue soffriremmo: e i tuoi dolori, di cui io sarei la causa, mi ucciderebbero.
– Dunque?
– Tu sei la padrona, comanda.
Innanzi a lei era la crudele, la terribile realtà: non vi era che una sola decisione da prendere, e così inaspettatamente crudele e terribile, che pur vedendola, ella indietreggiava, inorridendo. Certo le forze del suo cuore erano decuplate: in quel momento viveva così intensamente come se dieci esistenze giovani, forti ed esaltate, fossero raccolte nel suo corpo, nel suo cuore. Ma troppo era orrenda la verità e non volle dirla, non volle consacrarla con le sue parole, con la sua voce. Lo guardò, soltanto, quell'uomo che, per salvarla, le infliggeva una tortura ineffabile, ed egli comprese che Anna non poteva pronunziare un'ultima parola. Egli stesso... egli stesso, che in quel momento amava follemente quella fanciulla, malgrado tutto il coraggio delle ore supreme, egli stesso non poteva dirla, l'ultima parola, e la straziante verità li faceva tremare, come due morenti, all'agonia. Ella si levò di scatto, andò alla finestra del salotto e appoggiò la fronte ai vetri, guardando la campagna pompeiana e innanzi a sé la viottola che portava alla piccola stazione. Due altre volte, così, macchinalmente in quella giornata che ormai declinava, ella aveva guardato il paesaggio silenzioso: ma nella mattinata, quando era sola, accanto a Giustino, ella possedeva intero l'inapprezzabile tesoro di un grande amore. Adesso... adesso tutto era finito, giammai più, giammai sarebbe risorto l'amore: finito, finito tutto. E provò in se stessa tale lacerazione di animo, che pose anche la bocca ardente ai vetri, per soffocare il suo strazio. Giustino non si era mosso dal suo posto, con la faccia fra le mani, irrigidito dalla fatalità: a un tratto, si trovò Anna alle spalle, che lo forzava a levar la testa, che gli parlava nel volto, con un alito caldo di passione:
– Come è possibile... come è possibile – balbettava Anna, smarrita – che tu non mi voglia più bene... Come può esser finito questo amore... Oh anima mia, anima mia diletta, tu vuoi dunque vedermi morire...
Giustino la guardava, perduto, senza rispondere.
– Eppure mi hai amata... – seguitava lei, ricordando – non puoi negarlo, lo so... Quando io ti appariva, io ti vedeva impallidire, pallida io stessa... se ti parlavo, la mia voce faceva scintillare di novella luce i tuoi occhi, come la voce tua mi si allargava carezzosamente nel cuore... tu mi cercavi dovunque, come io ti cercava, sentendo bene che il mondo era scolorato senza l'amore... e le tue lettere portavano l'impronta di una tenerezza infinita... ma è amore questo, è l'amore vero, grande, che non dimentica in un giorno o in un anno, per cui non basta una esistenza... Ma non è possibile, tu non hai potuto dimenticare, tu mi ami, tu menti adesso, non so perché... ma dilla la verità, dillo che non ti sei potuto strappare dal cuore questa passione... Egli affannava, sotto quel tumulto di parole, a quell'impeto disperato e socchiudeva gli occhi, perduto, perduto, sentendosi mancare tutto il suo disperato coraggio.
– Giustino, Giustino... per amor di Dio, pensa a quello che fai, rinnegando il nostro amore... pensa a due esistenze infrante, poiché tu stesso non puoi sopravvivere a tale catastrofe... Giustino, io mi uccido se tu mi lasci qui... io non posso restare un minuto, qui, senza spezzarmi la testa alle muraglie... andiamo via, andiamo via insieme, portami via, tu mi ami, partiamo subito, ecco l'ora... Già pareva che quella forza di passione avesse vinto, perché egli l'amava, infine, perché era un uomo, coi suoi nervi, coi suoi sensi, col suo cuore amoroso: ma quando, di nuovo, ella gli parlò della fuga e quasi quasi lo trascinava via, il cuore gli si gelò dallo spavento innanzi a un avvenire d'infelicità: ed ei fece uno sforzo immenso per resistere.