Due-4

1820 Parole
– Non posso, Anna – disse, sottovoce. – Dunque vuoi che io muoia? – Tu non morrai: alla tua età si vive, anche vincendo un gran dolore... – Tutto è finito per me, Giustino: è la catastrofe... – Non vi sono catastrofi, Anna... – Tu parli come Cesare Dias... – gridò ella scostandosi da lui – tu parli come uno scettico senza amore e senza onore... tu sei come lui, un corrotto e un sacrilego... – Insultami, hai ragione di farlo... – Io son disonorata, intendi? Io son fuggita dalla mia casa, dalla mia famiglia, da dieci ore; io son sola, qui, in una stanza d'albergo con te... Sono disonorata, disonorata, vigliacco che sei!... Tu puoi andartene alla tua casa, quietamente, dopo aver avuto un'avventura drammatica... ma io non ho più né casa né famiglia, intendi? Ero fanciulla onesta... adesso l'ultima delle ultime val meglio di me, poiché peccò per amore o per miseria... son perduta, così, senza essere una poveretta e senza aver avuto un amante... – La tua famiglia sa dove sei e quello che hai fatto... sa che non ti macchia nessuna colpa... sa che fuggendo, hai obbedito a un movimento generoso del tuo cuore, per una persona che non lo meritava... ma che ti ha rispettata... – E chi disse loro ciò? – Io. – Quando? – Stamane. – A chi l'hai detto? – A tua sorella, al tuo tutore. – Vennero essi da te? – No: li cercai io, subito. – E in che vi accordaste? – Che sarei venuto qui e ti avrei salutata. – E dopo? – Che ti avrei lasciata. – Quando? – Quando Cesare Dias sarebbe giunto a prenderti. – È un bellissimo piano – diss'ella glacialmente. – Piano di gente pratica e tranquilla. Bravo, bravo. Tu... sei corso subito dai miei parenti a scolparti, ad accusarmi: li hai rassicurati; bene, bene. Io sono una ragazza folle, che ha fatto una scappata giovanile, fortunatamente senza danno dell'onore: tu mi hai denunziata, invece di fuggire con me, e sei un galantuomo: benissimo. Tutto è combinato a meraviglia: io torno a casa, con Cesare Dias, quasi avessi fatta una innocente escursione, e chi s'è visto s'è visto. Tu hai ragione, Cesare Dias ha ragione; anche Laura Acquaviva, che non fugge, che non ama, che disprezza chi ama e chi fugge, ha ragione; tutti avete ragione. Io sola ho torto. Ah la buffa avventura! Tentare una fuga e non riescirvi perché il rapitore vi ha denunziata alla vostra famiglia! Che commedia! Avete ragione, non vi sono catastrofi! È una soluzione ridicola, lo capisco. Io sono il suicida che ha mancato il suo colpo di rivoltella. E avete ragione: chi ha torto è colui che non sa fuggire o che non sa uccidersi, io sola ho torto. Tu... – e lo guardò in faccia, saettandolo con un'occhiata – tu, vattene. – Anna, Anna, non mi scacciare così... – Vattene. La tua parte di vigliacco è compiuta. Vattene. – Non ci dividiamo così... – Siamo già divisi: eravamo già divisi, sempre. Vattene. – Anna, l'ho fatto per te, per il tuo bene; adesso mi scacci, dopo mi renderai giustizia: sono un uomo onesto, ecco la mia colpa... – Non ti conosco: addio. – Ma che farai, qui, sola? – Non debbo dirtelo; addio. – Lasciami aspettare Cesare Dias... – Se non te ne vai subito, apro il balcone e mi butto giù – disse con tale calma, che egli ne comprese la sincerità. – Addio, dunque. – Addio. Ella era ritta in mezzo alla stanza, già in penombra pel tramonto, pallida, con certe sottili striature rosse alle guance, alle tempia: lo guardò uscire, lo intese discendere le scale, lentamente, col passo strascicato di colui che ha un immenso peso sulle spalle. Allora ella si accostò alla finestra, e un'ombra uscì sulla piazzetta innanzi alla porta dell'albergo: era Giustino. Stette fermato un poco, rivolto verso la strada maestra che da Torre Annunziata viene a Pompei, quasi aspettasse qualcuno. Lo vide Anna, poi, voltarsi verso le finestre dell'albergo e guardarle lungamente, non sapendo decidersi ad andare, ed infine, assai piano, invece d'imboccar la viottola per recarsi alla stazione, andarsene a piedi per la via maestra verso Torre Annunziata, ombra dolente ed oppressa, ferita a morte, sparente nella via deserta, nella sera che scendeva, come se entrasse in una perenne solitudine, in una tenebra perenne dominata dal silenzio. Anna la seguì ancora, quell'ombra, fino a che non la distinse più, svanita. Allora tornò nella stanzetta e stramazzò sul divano mordendone i cuscini per non gridare, sentendosi la testa in fiamme senza poter piangere neppure una lacrima sola. Ardeva tutta, adesso, in preda a una febbre furiosa, con la pelle che parea crepitasse e scoppiasse sotto il battito delle vene gonfie di rovente sangue. E in mezzo a quella confusione di dolore dove ella volta a volta si lamentava come un fanciulletto a cui hanno commessa una grande ingiustizia, o sussultava di sdegno come una donna offesa in tutta la sua superbia, o tremava di vergogna all'idea dell'imminente arrivo di Cesare Dias, o rimpiangeva straziata tutto il suo amore dato a uno sconoscente, in mezzo a tutto ciò una frase sola, angosciosa, fatale, implacabile le si delineava nella mente: tutto è finito, tutto è finito. Sempre, nelle ore alte dell'amore o del dolore, quando tutta una battaglia di opposti sentimenti si combatte nel cuore e lo sconvolge, attraverso la lotta, attraverso la confusione della mischia, una frase si presenta, netta, precisa, con la limpidità luminosa delle mistiche visioni; ed in essa si raccoglie, si riassume, antica, breve, leggenda scolpita nel bronzo, tutto l'amore, tutto il dolore. Ah ella soffriva, sì, per tutte le sue fibre, gemeva per tutta la tenerezza, per tutte le delicatezze della sua anima offesa e calpestata; ma fra le sofferenze materiali e morali, fra la rovina di ogni speranza e di ogni desiderio, una frase la abbatteva, in una disperazione incommensurabile: tutto è finito, tutto è finito. La ripetette, involontariamente, anche a voce alta e le parve così triste e roca quella voce che ne ebbe paura. Tutto è finito, tutto: le parole di questa breve frase avevano una sonorità fatale, di martello che inchioda una bara, di pietra che ricade sopra una dischiusa tomba di pietra. Tutto è finito: vi era nella frase, l'ultimo saluto a tutto il passato, a tutto l'avvenire, il mormorio di una prece mortuaria, il rassegnato requiem dell'anima cristiana. E le tre parole, ogni volta che le apparivano lucide, rifulgenti sul fondo oscuro del suo spirito, quali il colpevole Baldassare le vide apparire sulla negra parete, irresistibilmente luminose, ogni volta le risuonavano implacata ripetizione di una sentenza. Pure, quando bussarono, levò la testa infiammata dai cuscini e guardò stranamente nel volto il cameriere, che portava una lampada accesa. – La signora resta qui, stanotte? – chiese il servo, posando il lume sul tavolino. – No... parto – rispose Anna guardandolo sempre coi suoi occhi folli. – L'ultimo treno per Napoli è già partito; si può andare a Torre Annunziata, in carrozza – spiegò lui. Ella non intese bene: le palpebre le batterono due o tre volte: si passò una mano sulla fronte che si arrossiva a striature, bizzarramente. – Non so... verranno a prendermi... credo – mormorò, voltando la testa in là. Il cameriere la lasciò sola nel salotto. A malgrado il paralume, la luce della lampada le faceva tanto male agli occhi, che non potette sopportarla. Si alzò, andò di là nella grande stanza da letto, oscura e fredda, dove non aveva osato entrare prima, vergognandosi nel suo pudore offeso. Oh era bene sola, adesso, poiché tutto era finito! A tentoni, andò a buttarsi sopra una poltroncina della grande stanza. Colà l'ombra, le dette senso più acuto di abbandono, di solitudine, quasi nulla esistesse in lei medesima e intorno a sé. Finito, tutto. Uno struggimento immenso adesso la consumava, senza che dai suoi occhi aridi e brucianti, escisse una lacrima, né un singhiozzo dalla sua gola oppressa; pareva che nell'anima si compisse un'opera di distruzione, lenta ma sicura, ma interna, ma segreta, senza sfoghi, senza grida, senza lamenti. Tutto era finito: tutto finiva anche in lei, superstite dell'amore. Il lavoro del destino, tacitamente, si compiva e fiaccata ogni superbia, cessato ogni odio, in una rassegnazione consumatrice nel desiderio e nel presentimento vicino alla morte. Anna Acquaviva abbassò la testa, aspettando. Tutto era finito: anche lei finiva, dunque, per l'amore, poiché per l'amore non aveva potuto vivere. Sola, nell'ombra, in una volgare stanza d'albergo, fra sconosciuti, abbandonata da tutti coloro che aveva amati, punita di aver troppo amato follemente, punita di aver troppo chiesto alla vita, arsa da una febbre che le metteva il fuoco nel cervello e nel cuore, eppure accasciata e immobile come un cadavere, la fanciulla sentiva che sarebbe perita senza soccorso. E, immersa in quel silenzio, non ne chiedeva. Colei che aveva peccato nella speranza e nel desiderio, era così castigata; la peccatrice del cuore, della fantasia, quella che aveva presunto troppo dell'esistenza e dell'uomo, colei che aveva esaltata la creatura effimera e mortale sino all'altezza del Creatore, sarebbe finita così, fra gli estranei. E non si doleva, non sapeva più nulla, non sentiva che una interna forza di consumazione che la rodeva distruggendone l'organismo medesimo della volontà e della forza. Nulla più sapeva. Aveva piegata la testa, chiusi gli occhi: naufragata. Non udì il trotto di una carrozza che veniva da Torre Annunziata, né la fermata dei cavalli innanzi all'albergo; non udì schiudere la porta del salottino ed entrare qualcuno, precipitosamente, chiamandola: – Anna, Anna! Nessuna risposta. L'uomo si avanzò verso la camera oscura e chiamò ancora, con la voce che tremava leggermente, questa volta: – Anna, dove sei dunque? Ancora silenzio. Allora l'uomo, che aveva posato il cappello e mostrava una bellissima fisionomia di persona quarantenne, contratta dall'agitazione, portò il lume di là, posandolo sopra una mensola, cercando con gli occhi la fanciulla. Essa udì e vide: con una volontà immensa vinse il suo abbattimento, si levò, fece due o tre passi vacillanti e si abbatté ai piedi di Cesare Dias, dicendo: – Perdonatemi, perdonatemi... Vagamente, nella confusione della febbre, ella udì la voce di costui mormorare, per la prima volta impietosita: – Povera figliuola... E una forte mano sollevarla, poi posarlesi paternamente sui capelli: tutto questo assai indistintamente, in una nuvola fitta. Dopo, un grande intervallo di insensibilità malgrado le scosse di una carrozza che correva attraverso la notte, verso Napoli. Talvolta una mano gelida le prendeva le piccole mani brucianti, carezzandole, con una carezza di gelo; talvolta questa mano le si posava sulla fronte, quasi a temperarne il calore. Ella sentiva questa sola impressione di fresco, niente altro. Un peso di piombo era sulle sue palpebre chiuse: aveva del piombo sul petto, sulle braccia, sulle gambe, poi un fuoco, dovunque; le labbra gonfie e aride, le orecchie ronzanti; impossibile di pronunziare una parola, la gola serrata. La carrozza improvvisamente si fermò, delle voci si udirono, ella si sentì trasportare leggermente, su, su, su. E di nuovo, quasi sollevasse il peso di una montagna, con un enorme consumo di volontà, ella aprì gli occhi. E sotto l'arco della porta di casa sua spalancata, illuminata, vide un bianco viso di vergine circondato da un nimbo di capelli biondi, un candido viso sorridente. La malata, la fuggitiva, balbettò: – Laura, perdonami... – Povera sorella!... – mormorò una musicale voce pietosa e due fresche labbra si posarono sulla guancia della inferma, della fuggitiva. Poi, intorno all'anima e ai sensi di Anna si addensò una tenebra fitta, profonda.
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