Tre
Anna Acquaviva era stata tre settimane in lotta con la morte. Febbre ad alta temperatura, abbattimento letargico, e al terzo giorno le striature rosse delle guance, delle tempia, si eran fatte di un rosso vivido; sul collo, sulle mani, sulle braccia eran comparse delle macchioline di un rosso acceso, dove più piccole, dove più grandi: le labbra, specialmente, e le palpebre ne erano cosparse. In breve tutta la pelle ebbe queste vivide macchie e la febbre purpurea si dichiarò in tutta la sua veemenza. Vale a dire che il sangue troppo ricco, troppo ardente, troppo precipitoso, aveva così fortemente scosso i tessuti delle vene, che questi tessuti indeboliti, quasi consunti, lo avevano lasciato trapelare, e tutto il bollente sangue era venuto sotto la pelle, a macularla. Al sesto giorno queste macchie si gonfiarono, divennero nerastre, come quelle di una echimosi: e quelle degli occhi, quelle delle labbra, quelle delle mani ruppero l'epidermide, in più punti, e lasciarono sgorgare un sangue nerastro. Mentre il grado della febbre non voleva diminuire, malgrado il chinino, Anna pareva sputasse sangue, pareva piangesse sangue; pareva che le sue mani, torturate, come quelle di Gesù, stillassero sangue. A goccia a goccia, dagli occhi chiusi in quell'invincibile torpore, dalla bocca tumida e schiusa ad aspirare invano l'aria che mancava al petto oppresso, dalle mani abbandonate sulla coltre il sangue cadeva caldo ancora, bruno, dilatantesi sulla pezzuola bianca con cui la silenziosa infermiera, Laura Acquaviva, lo rasciugava. La purpurea, in quel temperamento sanguigno, assumeva una forma violenta; e il volto tutto rigato da sottili strisce di sangue, restava acceso. La malata di nulla s'accorgeva, non apriva gli occhi, non chiamava; inerte, senza sentire tutta quella vita che fuggiva da lei, da ogni poro: solo ogni tanto, di notte, si lamentava sommessamente, con tale dolore, come se soffrisse senza poter dire dove e come, senza poter essere soccorsa. Allora Laura Acquaviva, la sorella, o Stella Martini, la damigella di compagnia, o suor Crocefissa, che vegliavano una notte per ciascuna, si piegavano sul letto della inferma, chiedendole pianamente che avesse, dove soffrisse, che cosa potesse darle sollievo. Niente, Anna rispondeva: e il picciolo lamento continuava, profondo, insistente, venendo dalle intime latebre: l'assistente si angustiava invano, cercando di sollevare la malata sul letto, di aggiustarle l'origliere, di adattarle meglio la vescica di ghiaccio sul capo; ella seguitava a lamentarsi pian piano, ma sempre, quasi che nulla potesse dar pace alle sue sofferenze. Anzi una notte, mentre parea riposasse più calma, dette un grido fortissimo, lungo, che risvegliò tutti: e innanzi alle tre donne esterrefatte, altre due volte, a intervalli di dieci minuti, Anna gridò ancora, lungamente come se vedesse uno spettacolo orribile, come se provasse una sofferenza intollerabile. Alle tre donne quei gridi parvero l'ultima voce della fanciulla, quasi rendesse lo spirito.
Ma non morì. La febbre purpurea digradò giorno per giorno, lentissimamente, ogni giorno un decimo di grado: le echimosi nerastre degli occhi, delle labbra, delle mani, cessarono di sgorgar sangue e rimasero vivide, come tante piccole ferite che si andassero cicatrizzando: le macchie di tutta l'epidermide s'impallidirono, s'impallidirono, sparvero: e il volto martoriato, rifatto buono, si coperse di un pallore mortale. Esangui le labbra, le gengive, le orecchie, glaciali le mani: e sotto i neri occhi che non si aprivano, adesso, per la immensa debolezza, appariva un'ombra violacea. Pure la lotta con la morte era finita: ma Anna Acquaviva vi aveva rimesso tutto il miglior sangue della sua giovinezza. Così un guerriero valoroso che sopravvive sì alla battaglia, ma che ne ritorna smorto come un fantasma, oggetto di pietà a coloro che lo amavano e che lo videro partire gagliardo e animoso.
Mentre il breve febbraio declinava al marzo, ella aveva vinta la morte, eroicamente; e ai primi tepori della primavera marzaiola napoletana, ella era cerea e sfinita, con un lieve soffio di respiro, che le passava fra le labbra secche e bianche, stanca di reggere il peso dei neri capelli sulla nuca. Con una infinita pazienza, Stella Martini cercava di pettinarglieli, senza che ella si levasse dal fianco destro su cui giaceva, posizione consueta ai convalescenti delle violente febbri: e fatte le due lunghe trecce, le disponeva lungo la persona della inferma: così le davano meno fastidio. Talvolta in questo sfinimento estremo, di sotto alle palpebre, che si tingevano leggermente di violetto anch'esse, scorrevano delle grosse lacrime attraverso le ciglia chiuse, lacrime che si disfacevano sulle guance, che bagnavano il collo: né piangendo, la malata singhiozzava, o si lamentava o sospirava.
Era un tacito pianto lungo, lungo: tutte le lacrime che ascendevano senza posa dal cuore agli occhi, a guisa di onda quieta e continua, che sgorga sempre, fino a che non si inaridisca la sorgente. Allora una delle tre donne che assistevano Anna, la sorella Laura, o Stella Martini, la damigella di compagnia, o suor Crocefissa, la monaca, le rasciugavano pietosamente il viso, chiedendole che avesse, che volesse. Anna non schiudeva gli occhi, ma col segno di una mano, movendo un dito accennava che la lasciassero piangere, che le faceva forse bene, di piangere. Così aveva anche ingiunto Antonio Amati, il grande medico napoletano, che aveva salvato Anna Acquaviva da quella furiosa e bizzarra tifoide che è la purpurea: lasciassero fare alla inferma quello che le piacesse, senza contrariarla mai. Aveva perduto il sangue da tutte le vene, da tutti i pori: adesso quel resto di forza che era in lei, parea che si liquefacesse in quei fiumi di lacrime che versava, attraverso le palpebre socchiuse, senza singhiozzare e senza sospirare.
Come Veronica asciugò il volto del divino Martire, le pie assistenti si chinavano a tergere le lacrime: e obbedendo a lei stessa, al gran medico, non le dicevano parola di conforto. Forse non era neppure un dolore vivo che le faceva versare quei pianti silenziosi: era come uno sfogo tacito ed intimo, come l'ultimo e profondo tributo a una cosa morta, come la corona votiva che in segreto, a occhi bassi, a passi cauti, si va a deporre sopra una tomba ignota agli indifferenti, nota a chi ha amato e sofferto.
Cesare Dias, in quel periodo, abbandonando le sue consuetudini mondane, che gli prendevano molta parte delle sue giornate di celibe galante, era venuto due o tre volte al giorno al palazzo in piazza Gerolomini, a vedere come stava Anna. In realtà le due fanciulle non avevano altri parenti più prossimi che lui: e Cesare non era neppure un parente: era un tutore, un amico del padre, un compagno di avventure giovanili di Francesco Acquaviva. Ma la giovane moglie di Francesco Acquaviva era morta cinque anni dopo la nascita della seconda figliuola, Laura, che le rassomigliava perfettamente; e Francesco Acquaviva, vedovo prestissimo, di carattere vivacissimo, di temperamento ardente, aveva abbruciata la sua esistenza a tutte le fiamme mondane. Le due fanciullette che crescevano in casa, senza madre, con tutte le cure del lusso, non potevano essere un freno per il padre, che godeva la vita come se dovesse morir presto anche lui, come la sua bionda e candida moglie dai bigi occhi e dai bei capelli. Compagno suo, come fratello, ma freddo, ma composto, ma così materiato di scetticismo che stupiva ognuno, era Cesare Dias, il gaudente solitario e corretto, colui che pur amando le donne, il giuoco, i cavalli e i viaggi, pareva disprezzasse altamente tutto questo: e quando Francesco Acquaviva fu colto dalla malattia di cuore di cui doveva morire, nella sua stravaganza pensò che l'amico de' suoi piaceri, che il fratello delle sue cene fosse abbastanza saggio, in fondo alle sue follie, per poter sorvegliare le sue figliuole, per maritarle presto e bene.
Cesare Dias aveva compito il suo ufficio, non scevro di segrete noie per lui, con una correttezza di gentiluomo, senza mai eccedere nella familiarità, facendosi vedere scarsamente in pubblico con le fanciulle, pur vegliando su loro, tenendole a distanza, non parlando mai con loro della propria vita, tenendogliela nascosta anzi, seccato in fondo di questa tutela, desideroso di liberarsene, costretto a una quantità di occupazioni poco divertenti e non sentendosi affatto a suo agio con quelle ragazze. Tutore, lui, che non aveva voluto aver famiglia, che si mangiava tutto solo la sua rendita, che odiava tutte le relazioni sentimentali, tutti i legami in cui l'egoismo patisce, che detestava tutte le forme delle parentele, delle amicizie obbligatorie? Tutore, Cesare Dias, che aveva accomodato così bene la sua vita, in modo che non vi entrasse né soverchio amore, né soverchio entusiasmo, né nulla che fosse fuori della correttezza - era la sua parola - correttezza - né infine nessun carico di filantropia, di mutuo soccorso? Ah questa idea bislacca non poteva venire in mente che a quel pazzerellone di Francesco Acquaviva, stravagante marito e stravagantissimo padre! Cesare Dias l'aveva presa sospirando, questa tegola sulla testa: e anelava il giorno in cui le sorelle Acquaviva avessero trovato dei mariti degni del loro nome e della loro fortuna. Quando la gente che lo invidiava, gli diceva che era una fortuna per lui esser solo, senza obblighi, senza seccature, egli rispondeva con un sorriso un po' nervoso, uno degli scarsissimi suoi segni di emozione:
- Compatitemi, invece: ho due figliuole, me le ha lasciate in dono Francesco Acquaviva.
- Mah... si mariteranno presto - gli rispondevano.
- Speriamolo - mormorava lui come un padre inquieto.
Pure, quelle non erano due figliuole per lui: egli non le amava. Piovutegli dal cielo, conoscendole appena, avvolgendole in quel segreto disprezzo che hanno tutti gli uomini mondani per le fanciulle da marito, credendole due insignificanti e sciocche zitelle, non avendo, d'altra parte, nessuna tenerezza paterna né fraterna in fondo al cuore per nessuno, e molto meno per le ragazze di Francesco Acquaviva, egli era stato diffidente con loro e si era chiuso in un contegno anche più serio del consueto. Poi, come il tempo passava, studiando i caratteri delle due fanciulle, quello di Laura così altero e chiuso, così taciturno e fiero, quasi che ella avesse vissuto tutta una vita anteriore di delusioni e di disinganni, quel carattere tanto naturalmente schivo di ogni peccato e di entusiasmo, gli era vagamente piaciuto, così, come colui che vede delinearsi in uno specchio mistico, fra le nebbie della fantasia, una figura indefinita ma rassomigliante alla propria, e si piega, sorridendo, incuriosito, per afferrarne meglio i contorni, e la visione subito sparisce, ma lascia un senso grato. Niente più che questo. Una indistinta ammirazione, che era dunque anche un'ammirazione di se stesso, un compiacimento del tutto egoistico; sensazione fugace di diletto spirituale, che si prova leggendo in un libro una idea che si è avuta, una volta, che si ha, che si ritrova espressa bene, degnamente. Non era neanche una simpatia; era una rassomiglianza. Invece il carattere di Anna, aperto, leale, turbolento, infiammabile per ogni cosa bella o brutta, buona o cattiva, ma che le eccitasse la immaginazione, capace di entusiasmarsi per una romanza, per un paesaggio, per un racconto triste, per un volto di sofferente, per una voce commossa, quel carattere sempre impetuoso, sempre generoso, che buttava via tutta la ricchezza del suo sentimento, alla ventura, gli sembrava così scorretto - ah era la sua parola, la correttezza - così stravagante, così fuori d'ogni regola, di ogni convenienza, di ogni criterio esatto della vita, che la fanciulla gli faceva sempre un effetto di antipatia.
In presenza di lei, per contrasto, egli assumeva un contegno anche più austero, pieno di severità per tutte le sciocchezze della esistenza, pieno di misterioso disdegno per tutta la rettorica umana, avente un aforisma di uomo scettico, di uomo tornato indietro da tutte le sentimentalità, a ogni scoppio del buon animo passionale di Anna.
Era un miracolo, se i due caratteri, ogni tanto, non si urtavano gravemente: talvolta ella si arrestava, presa da un segreto senso di rispetto, per quest'uomo che aveva forse sofferto e che aveva forse ragione di avvilire gli uomini e le lor passioni: talvolta era Cesare che taceva, sorridendo, pensando che non valesse la pena di riscaldarsi, per una creatura bizzarra, degna figlia di Francesco Acquaviva, che aveva gittato via la sua vita, al soffio di tutti i piaceri. Anna diceva, pensosa: forse, egli ha ragione. Cesare diceva, sdegnoso: che importa?
E così quando Cesare Dias seppe che la sua pupilla Anna Acquaviva si era innamorata di un giovanotto ignoto e senza danari, egli levò le spalle, mormorando: rettorica! Non credette neppure di dirle qualche cosa, sapendo che queste grandi vampe amorose sono attizzate dal vento della contraddizione; seccandosi sovra tutto di discutere, con una ragazza che non ragionava più. Quando Giustino Morelli gliene chiese umilmente la mano, dopo aver vinto le esitazioni della sua rettitudine, il tutore oppose a tutte le ingenue domande dell'amore la crudeltà dei sillogismi sociali, e pensò di aver vinto, quando vide andar via, pallido e rassegnato, il giovane innamorato. Una delle teorie di Cesare Dias era che la rettorica si combatte da se stessa: la rettorica sarà sempre uccisa dalla rettorica. Pensava che messo a posto dalla sua glaciale alterezza, quell'innamorato così timido e così dubbioso, nulla sarebbe più accaduto di grave; e andò ai suoi piaceri, ai suoi svaghi, senza occuparsene più oltre, con la sua stretta di spalle, moto familiare, dopo il quale egli riprendeva immediatamente la sua correttezza. Ma l'analisi chimica ignora l'irrompere spontaneo della vita, la critica ignora il genio, la ragione ignora la passione. Quando Cesare Dias seppe che Anna Acquaviva era fuggita dalla sua casa, che aveva abbandonato la sua famiglia, per darsi in balia di un poveretto sconosciuto, egli restò stupefatto: ed ebbe innanzi a sé la visione di una forza ignota e veramente incommensurabile, che sollevava i cuori ad altezze vertiginose, e toglieva le persone alle volgari leggi dell'esistenza. Era un uomo che disdegnava le parole, che apprezzava solo i fatti, e veramente, egli era sgomento; una fanciulla che giuoca il suo onore e il suo avvenire così, è mossa da una leva possente, che deve essere rispettata. Ah, uno sconvolgimento si faceva nell'anima di Cesare Dias che aveva delle idee fisse e, degli aforismi prestabiliti, per tutte le evenienze della vita e che ora si trovava di fronte a una crisi morale e materiale, in cui sarebbe naufragata la felicità e forse la vita della fanciulla a lui affidata! Per la prima volta, mentre tanti volontari dolori egli aveva disseminati intorno, senza portarne nessun peso sulla coscienza, egli provò l'acuto rimprovero interiore, che inquieta assai più di una parola della gente. Avrebbe dovuto sorvegliare la fanciulla, essere più paterno, non abbandonarla senza guida alle lotte del sentimento, sorreggerla in quel pericoloso viaggio, che è la gioventù con l'amore.