Chapter 1
Prefazione
Presi da “saudade” - la malinconica nostalgia del Brasile- un gruppo di amici decide di ritornare, un anno dopo, nei luoghi della loro precedente avventura.
Spinti dall’attrazione per quel semicontinente, ricco di fascino, mistero e storia, vengono coinvolti in un’impari lotta contro le forze del male che tornano ad aleggiare su di loro.
Si daranno appuntamento nel Rio Grande do Sul, dove la storia attuale si sovrapporrà a quella di cent’anni prima , al tempo della neonata repubblica indipendente riograndense nella “guerra degli straccioni” durante la rivolta contro il ben più esteso impero brasiliano di Dom Pedro II.
Si trasferiranno, poi, a nord del Paese nello Stato dell’ Amazzonia dove le conseguenze di eventi antichi di due secoli, li porteranno a rinvenire una fortuna immensa.
Non mancheranno i colpi di scena, ivi compreso un miracolo, attraverso l’intervento del Cielo a favore di una coppia di loro.
La storia non finirà qui: un altro appuntamento è fissato tra il lettore ed i nostri eroi, per un arrivederci in Brasile con un nuovo incontro per le vacanze dell’anno prossimo.
Quello che Learco vuole trasmettere al lettore è la voglia di conoscere, un poco meno superficialmente, il Brasile. I suoi romanzi, che sotto le stelle della croce del sud sono ambientati, fanno sì che il lettore possa immaginarsi immerso sia nella realtà romanzesca, sia nei luoghi nei quali i fatti narrati si svolgono.
Il ricorso a parole e, talvolta, intere frasi in lingua portoghese del Brasile, completano l’atmosfera tropicale di “Pau Brasil”.
Per agevolarne la comprensione, nelle ultime pagine è stato inserito un “glossario” di facile ed istruttiva consultazione - quale complemento - al quale fare ricorso, ogni qualvolta, non appaia chiaro il senso della lettura.
Elisa Savarese
Presidente dell’Università Avalon
In Brasile, la terra del “ pau brasil”,
l’albero che il nome gli ha dato, esiste
un popolo d’italiani e di discendenti,
la cui dimensione sfiora i quaranta
milioni di individui: il venti per cento
della popolazione globale del Paese.
Alle persone, che hanno scelto
di vivere lontano dall’Italia dedico
questo mio fantasioso romanzo dove
personaggi e situazioni sono inventati,
Il ritorno a scoprire le radici avite è,
per molti di loro, l’illusione di un sogno.
A coloro che avranno la fortuna di
tornare, da ricchi turisti, va il sincero
augurio, che le loro aspettative, non
vengano deluse da una Patria che, nel
frattempo, è profondamente cambiata.
(Learco Learchi d’Auria)
Nota:
I personaggi del presente romanzo ed anche l’autore, tal quale si descrive, sono stati ideati dalla fantasia. Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti sono puramente casuali.
Prologo
Era passato diverso tempo dalla conclusione del romanzo“Da quello virtuale ad un mondo irreale”. Il finale di quella storia aveva lasciato perplessi molti lettori che, insoddisfatti, reclamavano un seguito, magari, con un lieto fine. Così gli aveva riferito l’editore, sventagliandoli in faccia un consistente pacchetto di lettere.
Aveva scritto due romanzi della serie “Avventure in Brasile”, di getto e quasi per gioco, popolati da personaggi, ai quali molte persone si erano affezionate. Portare avanti quel serial fortunato rischiava di diventare l’incubo persistente di Learco: un artista un po’ bislacco con la sua mania di voler “dipingere sensazioni sul cuore della gente” con i suoi versi buttati giù a rotta di collo.
Il suo pubblico, continuava ad apprezzare le sue descrizioni del Brasile che portavano a conoscere la storia di un Paese, ai più noto solo per lo Sport del Calcio, per il Carnevale, per la Musica, nonché le Belle Donne.
Con la lettura dei suoi romanzi, molti avevano scoperto un Brasile differente, lontano dagli stereotipi imposti da un certo turismo mondano, che non rivela la vera essenza delle persone che lo popola. Questo fatto, pareva aver incontrato un indice di gradimento elevato. La cosa cominciava a divenir seria: come soddisfarli, ancora una volta?
L’editore gli aveva imposto un aut, aut: o scriveva una nuova storia oppure l’agente editoriale di Learco avrebbe avuto il suo bel da fare. La minaccia sottintendeva che il contratto con la casa editrice si sarebbe concluso lì.
Com’era possibile bissare il successo dei precedenti romanzi e soddisfare tutti? Questa e ad altre domande s’era poste cercando di non cadere nella banalità con la quale si è portati, parlandosi addosso, in situazioni similari.
“Parlarsi addosso”: un’espressione che può dir poco ma anche molto. È come dire: “farla fuori”. Talvolta, quando ci si prende troppo sul serio, può accadere anche questo. A Genova, nella città d’origine di Learco hanno un altro modo di dire, che è altrettanto esemplificativo: “sbulaccare” ovvero farla fuori del bulacco, dove per “bulacco” s’intende il “bugliolo” ovvero il contenitore di metallo che, anticamente, serviva a bordo dei “legni a vela ed a remi” per soddisfare i bisogni corporali dei galeotti, restando incatenati al remo sul quale scontavano la pena destinati a viverci, talvolta, fino alla fine dei loro giorni, fornendo la forza motrice alle famigerate galee. Erano le “prigioni galleggianti”: le navi da guerra di quel tempo e la catena fissata al remo era la condanna di poveracci destinati a morire comunque: o di fatica oppure affondando con la nave.
«Questa parte del prologo sarà meglio metterla da parte, prima che l’editore la censuri, riempiendomi d’improperi…» pensò Learco mentre digitava, uno dopo l’altro, i propri pensieri sulla tastiera del computer, così come gli venivano in mente.
L’inizio di un nuovo romanzo è, sempre, la parte più difficoltosa ed anche questa volta la cosa non appariva differente dalle altre volte. “In medio stat virtus” diceva il suo vecchio insegnante di lettere -il buon Professor Renato Santorini- quando gli suggeriva d’iniziare i suoi temi partendo dall’argomento principale evitando rigiri ed arzigogoli inutili.
«Sarà meglio rivolgersi al Cielo! È sempre stata, in fin dei conti, la soluzione migliore…» Si disse, mordicchiando il bocchino della pipa, tenuta in bocca più per vezzo, giacché ormai la teneva spenta da oltre vent’anni.Via Lattea Parallela – Martedì 17 maggio 2011
“Sede dell’Animo Universale”
Il Signore dell’Universo, quasi a raccogliere l’invocazione di Learco si mise a leggere nel suo pensiero. Osservando ciò che lo scrittore stava tentando di fare e quel suo modo di paragonare il “parlarsi addosso” alla soddisfazione di un umano bisogno corporale non era, poi, del tutto erroneo. Anche Pietro che si trovava lì presente, in quel preciso istante, stava annuendo concorde.
«Cosa ne dici, Pietro! Sei d’accordo anche tu con quello che asserisce il nostro cronista preferito?»
«Beh, Capo! Non sarebbe molto ortodosso, ma un fondo di verità, in quel che scrive, c’è…» rispose il buon custode delle chiavi delle porte del Cielo.
«A sì? Dimmi in cosa consiste questo fondo di verità» l’apostrofò il Presidente della celeste realtà.
«Mi riferisco a quello che, in più di un’occasione, hai detto a proposito dell’abitudine che gli umani hanno nel parlare a vanvera.»
«Ho detto questo, mio buon Pietro?» chiese con aria da burbero benevolo.
«Veramente la tua espressione è stata invereconda: quasi a livello del linguaggio di Lucifero.»
«Ho forse detto che gli uomini, sovente, dicono e fanno delle “stronzate”?» chiese, ridendo.
«Beh, si! Hai usato proprio quella parolaccia» confermò Pietro, un poco arrossendo.
«Non è una parolaccia! Ho, semplicemente, stigmatizzato un certo modo che le mie imperfette creature hanno di “parlarsi addosso”, lo fanno con le parole così come con gli escrementi che da loro fuoriescono.»
«Infatti! È per questo motivo che concordo con Te e con Learco» confermò il Mastro di Chiavi.
«Anch’io concordo con lui. D’altra parte quello scrittorucolo, col suo modo diretto di dire le cose, mi è risultato simpatico sin dall’inizio. Penso che dovremmo aiutarlo anche questa volta: non può restare senza lavoro!»
«Dovremmo? Mi stai dando un nuovo incarico?» chiese Pietro con un sottile filo di speranza di tornare, ancora una volta, in missione sul pianeta Terra.
«No, Pietro! Mi sei troppo prezioso qui nella Via Lattea Parallela. Il mio era un “plurale maiestatis”, se me lo consenti. Stavo piuttosto pensando ad un altro, dei nostri, da mandar laggiù su quell’infelice pianeta.»
«Più che un plurale maiestatis, penso che si debba dire plurale Domini: a Te tutto è dovuto! Chi sarebbe quel fortunello che manderai sul pianeta Terra?» chiese Pietro, con un poco di benevola invidia e, latentemente, un filo di speranza per un ripensamento del proprio Capo.
«Me lo domandi? Se ci pensi bene ci arrivi da solo» lo invogliò il Signore dell’Universo.
«Non ci scommetterei, ma penso che l’unico adatto, a parte me, sia Attilio» rispose, quasi certo d’aver visto giusto. Attilio, che il Signore aveva voluto accanto a se e la cui anima aveva benedetto in extremis era, dopo un anno, ancora nelle Sue grazie, nonostante il peccataccio da lui commesso in vita.
«Hai fatto bene a non scommettere: come tu sai, qui è proibito il gioco d’azzardo. Ma avresti vinto! Non devi farti prendere dall’invidia: è un vizio, una mancanza grave ed anch’essa è proibita» lo ammonì, agitando il dito indice, della sua mano destra, verso di lui.
«La mia, è un’invidia benevola: quasi a significare che è fortunato» spiegò discolpandosi con ostentata umiltà.
«Sta bene, sta bene! Avrai modo di complimentarti con lui durante l’addestramento e le istruzioni che dovrai impartirgli prima di spedirlo da Elisangela.»
«Lo mandi da Elisangela? Lei, ancora non sa nulla di ciò» disse, allarmato.
«Non sa nulla, come non sa che ho deciso di ridarle il dono della telepatia e più tardi… chissà!» Disse il Signore, facendo sottintendere la restituzione delle ali perdute, o qualcosa del genere.
«È un bel dono quello della comunicazione telepatica! Le darai anche la lettura del pensiero ed il potere divinatorio?»
«La lettura del pensiero e la divinazione: no! Per ora, soltanto il dono della telepatia per rendere più pratici ed immediati i collegamenti…» precisò il Signore dell’Universo che poi aggiunse: «…ora va! Porta Attilio in laboratorio per dotarlo del suo nuovo aspetto, una nuova identità fornendolo anche di alcuni poteri celesti, compresi quelli telepatici e la lettura del pensiero altrui: lui sì che ne avrà bisogno.» Con questa frase il colloquio era terminato.
«Obbedisco mio Signore!» rispose Pietro congedandosi ossequiosamente.