Rosso Katmandu-2

2022 Parole
Qualche minuto dopo, risalendo la strada lungo il Serchio, di là dal fiume oltre un ponte, aveva visto la stazione ferroviaria di Fosciandora-Ceserana, la sua destinazione, il posto dove doveva andare dopo essersi presentato a Castelnuovo. Aveva fermato la Vespa sulla Statale senza spengere il motore, guardando con sconforto la stazione, le poche case, il passaggio a livello con i cancelli aperti e la strada che saliva verso le frazioni del Comune. Oltre il ponte un cartello diceva “Benvenuti nel Comune di Fosciandora”. Quello sarebbe stato il suo territorio di lavoro, la sua nuova vita. Era rimasto lì a guardare fino a quando un furgone gli aveva chiesto strada suonando il clacson. Dopo qualche chilometro Antonio era arrivato a Castelnuovo. Voltando a sinistra si era diretto verso la piazza principale, che si apriva davanti alla porta della rocca medievale, il cuore del paese. C’era animazione nella piazza, con la gente ai tavoli dei caffè, i negozi con le vetrine colorate, le auto e le corriere che passavano sfiorando i passanti. A un vigile che usciva da un bar aveva chiesto dove si trovasse l’Ufficio Postale e lui gli aveva indicato la strada da percorrere con la Vespa. «Castelnuovo è tutto qui. È impossibile sbagliare» aveva detto il vigile aiutandosi con le mani. Ed era vero: qualche minuto dopo Antonio aveva parcheggiato davanti alla porta a vetri delle Poste, in modo che anche dall’interno poteva tenere d’occhio i bagagli ancorati sulla Vespa. Era entrato titubante chiedendo della direttrice. Lei, una tipa di mezz’età grassoccia e rossa in viso, lo aveva accolto sorridendo. Poi aveva parlato soltanto di servizio, di reciproca collaborazione e di ampia disponibilità e comprensione in caso di problemi. Aveva spiegato ad Antonio che per i primi due giorni di lavoro nel Comune di Fosciandora sarebbe stato affiancato da un portalettere di Castelnuovo, inviato lassù per assicurare la distribuzione in quel periodo d’emergenza, dopo che il vecchio postino era andato in pensione prima del previsto. Avrebbe così conosciuto i luoghi e la gente da servire. Fece una rapida scaletta del daffare di ogni giorno. Con l’arrivo del primo treno che saliva da Lucca, alla stazione doveva prendere in consegna i sacchi contenenti la corrispondenza destinata all’ufficio di Fosciandora. Nella medesima occasione avrebbe dovuto consegnare al capotreno la posta in partenza, raccolta il giorno prima con lo svuotamento delle cassette sparse nelle frazioni del Comune, operazione da effettuare durante il giro di consegna della corrispondenza. La direttrice aveva preso la lettera dell’Ufficio del Personale di Lucca senza neppure aprirla, per poi consegnare a Antonio un’altra busta di servizio per la titolare di Fosciandora, Pieroni Maria, dipinta come un’ottima persona con la quale, ne era sicura, si sarebbe trovato molto bene. Era poi stato presentato al personale dell’ufficio e aveva stretto parecchie mani, ricevendo il benvenuto e diverse occhiate di ammirazione da parte delle impiegate più giovani. A quei saluti gli erano tornati in mente quelli dei colleghi di Pontedera, l’ultimo giorno di lavoro laggiù. C’era stata commozione da parte di tutti e pacche sulle spalle. «Buona fortuna!» qualcuno gli aveva augurato; il sindacalista gli aveva assicurato interessamento per farlo tornare appena possibile. L’unico che non lo aveva salutato era stato il titolare, che di sicuro gongolava per essersi tolto dai piedi un presuntuoso e, secondo lui, disonesto dipendente. Mancava poco a mezzogiorno. I colleghi di Castelnuovo gli avevano indicato dove mangiare a buon prezzo, nella trattoria del Marchetti proprio lì a due passi dalle Poste, sotto il porticato. Antonio si era seduto fuori dal locale a un lungo tavolo apparecchiato e già occupato da altre persone. Vicino aveva parcheggiato la Vespa dopo averla spinta a mano per qualche metro: osservandola aveva notato che nell’oscurità del porticato il Rosso Katmandu sembrava più cupo e dava l’impressione che la motoretta fosse più piccola di quanto appariva in piena luce. Quella Vespa carica di bagagli era l’unica cosa che in quel momento gli apparteneva: la sola certezza della propria identità. Le strizzò l’occhio con affettuosa intesa. Di certo i presenti lo avevano scambiato per un turista di passaggio, e più volte gli avevano passato il fiasco di vino rosso che il Marchetti aveva messo in tavola con l’invito di servirsi a volontà e di dare una voce quando stava per finire. Antonio aveva ordinato quello che c’era di pronto, per fare prima, e dopo aver bevuto il caffè e pagato il conto, appena fuori del porticato era risalito sulla Vespa Rosso Katmandu. A stomaco pieno si era sentito più tranquillo, concludendo che in fondo le cose non stavano andando poi tanto male. Di sicuro prima di sera avrebbe trovato anche un alloggio. Per la leggera discesa e la brezza a favore, la Vespa sembrava scivolare sulla strada e dava l’impressione di viaggiare su un nastro di velluto. Gli venne da canticchiare il ritornello di Senza fine, sul filo del ricordo di un trascorso amore che non sarebbe mai dovuto finire e che invece era finito senza neppure tanti rimpianti. Per raggiungere l’Ufficio Postale di destinazione era tornato indietro, facendo a ritroso l’ultimo tratto di Statale fino all’imbocco del ponte della stazione di Fosciandora-Ceserana, dove prima si era fermato quand’era diretto a Castelnuovo. Attraversato il ponte era salito un paio di chilometri su fino a Migliano. A ogni tornante il paesaggio cambiava e Antonio aveva la sensazione di essere sospeso in aria, tanto la strada si inerpicava. Dall’alto la vallata appariva ampia e verde. In quell’ora della giornata l’aria era tiepida e sapeva d’erba, foglie e fiori. Quando nel silenzio la campana batté tre rintocchi, Antonio era ancora sveglio. Con sconforto pensò che alle sei precise si sarebbe dovuto alzare senza aver chiuso occhio. Decise allora di accendere la luce sul comodino e di mettersi a leggere, sperando di stancarsi e trovare almeno qualche ora di sonno. La camera appena illuminata dalla lampadina da 40 watt lo depresse ancora di più: scorse con sgomento la valigia aperta sulla sedia, la borsa sul marmo del canterale, il sacco appeso all’appendiabiti inchiodato alla porta. Le sue cose non facevano parte di quella camera, erano diverse, sembravano finite lì per sbaglio. A denti stretti mandò qualche accidente all’indirizzo del titolare di Pontedera convinto che lo meritasse. Angosciato fece diverse congetture, anche quella di spedire tutti a quel paese, dare le dimissioni, oppure buttarsi malato d’esaurimento nervoso, fare il matto e tornare a Pontedera. Presto avrebbe sollecitato il sindacato, scritto lettere di protesta, contestato i metodi del trasferimento. E se poi le cose si fossero complicate avrebbe cercato un altro lavoro, magari sarebbe andato in catena di montaggio alla Piaggio: sempre meglio di intristire in un posto così! Si alzò e scalzo si avvicinò alla finestra. Attraverso le stecche della persiana cercò di vedere la sua Vespa Rosso Katmandu, che era parcheggiata lì sotto, sull’altro lato della strada, nello spandersi del neon bianco della cabina telefonica. Gli sembrò di vedere un familiare, un parente, un caro amico. Qualche anno addietro aveva comprato lo scooter alla Piaggio di Pontedera in base a un accordo che la fabbrica aveva stipulato con le Poste. Scegliendo tra le cinque colorazioni del modello era stato subito colpito dal Rosso Katmandu, un rosso intenso, che sembrava brillare di luce propria, forse evocata anche dal nome di quella lontana e misteriosa città orientale. Poche volte la Vespa di Antonio aveva visto il meccanico, anche se ogni anno macinava per necessità e diletto diverse migliaia di chilometri. Era uno scooter perfetto e filava via come il vento. La signora Giulia alle sei in punto bussò alla porta di Antonio per svegliarlo. Pochi attimi dopo le campane della chiesa vicina lo fecero sobbalzare nel letto: nella casa tutto vibrava. Si levò a fatica e ciondolando andò nel bagno in fondo al corridoio. Guardandosi nello specchio vide una faccia stanca e assonnata, con le borse sotto gli occhi, il colorito olivastro e la barba da radere. Mentre si insaponava le guance dette qualche colpo di tosse secca, eredità delle troppe sigarette fumate fino a qualche tempo prima, quando aveva deciso di smetterla col tabacco, come aveva consigliato il medico curandogli una brutta bronchite che rischiava di divenire cronica. Dopo essersi vestito rifece il letto seguendo le istruzioni della signora Giulia, la padrona di casa. In cucina trovò pronta la colazione con caffè, latte, burro e pane tostato. C’era odore di queste cose, quel primo mattino di lavoro in Garfagnana; era un odore inconsueto e caldo, di famiglia, diverso da quello che avevano le frettolose colazioni del Bar Messicano in corso Matteotti a Pontedera. La signora Giulia gli chiese come aveva dormito e lui, senza entusiasmo, rispose di essersi ben riposato. Sbadigliò. Chiese se la campana suonava ogni mattino alle sei e lei spiegò che «era la prima campana del giorno, quella che destava tutti ed entrava in ogni casa portando la benedizione». Il postino sbadigliò di nuovo. Uscì in strada. Fuori faceva freddo, malgrado fosse maggio inoltrato. Il clima era diverso da quello di Pontedera e anche questo deponeva a sfavore di quel posto. A levante il sole stava spuntando dai monti; di fronte le cime delle Apuane si erano colorate di rosa. In basso la valle era a tratti coperta dalla nebbia. Antonio tirò fin sotto la gola la zip della giacca a vento. Dette subito un’occhiata alla sua Vespa Rosso Katmandu, opacizzata da un velo di brina, poi si guardò intorno. L’edificio dove alloggiava si trovava a Migliano, frazione del Comune di Fosciandora, un borgo di poche case. Nel vicino casamento gemello, allineato sulla strada, c’erano il Municipio, l’ambulatorio del Medico Condotto e la Posta. In effetti il centro amministrativo e sanitario del Comune era proprio lì a Migliano. Successivamente Antonio venne a sapere che i due casamenti erano stati costruiti dopo il terremoto del ’20, che aveva inflitto gravi danni all’intera Garfagnana. Nel pomeriggio del giorno prima aveva scoperto che in quel posto sperduto c’erano due botteghe. Quella più grande, la più frequentata, apriva lo sporto di fronte al Comune e fungeva anche da bar e mescita. Vendeva di tutto compreso sale, sigarette e francobolli. Fuori, messe in fila sul marciapiede a ridosso del muro vicino alle sedie degli avventori, si vedevano incatenate l’una all’altra le bombole di Liquigas. La seconda bottega sembrava un’abitazione come tutte le altre e non aveva neppure l’insegna; salendo era in una casetta all’inizio del paese. Migliano era sovrastato da una grande chiesa col campanile che s’imponeva sulla parte più alta del borgo ed era raggiungibile arrampicandosi su uno stradone che partiva di fronte al Comune. In tutto quello sfascio per Antonio l’unica nota positiva era che il suo alloggio si trovava a due passi dall’Ufficio Postale. Avrebbe raggiunto il posto di lavoro percorrendo soltanto pochi metri. Una volta arrivato a Migliano, si era presentato alla titolare delle Poste. La signora Pieroni Maria lo aveva accolto nel migliore dei modi. «Qui il lavoro è parecchio» aveva detto subito «ma con buona volontà e attenzione faremo tutto.» La signora Maria aveva presentato ad Antonio il postino in missione, un tipo mingherlino e triste. Con la ceralacca stava sigillando, ultimo atto della giornata lavorativa, il plico della posta in partenza da consegnare al capotreno la mattina successiva. «Domani e dopodomani farete insieme il giro di distribuzione dopo aver ritirato il sacco alla stazione. Il treno arriva alle sette. Poi bisognerà venire qui, timbrare e mettere in ordine la corrispondenza secondo il giro di consegna e cominciare il servizio intorno alle otto, più o meno.» La titolare dava la sensazione di saper risolvere qualsiasi problema e questo era rassicurante: era evidente che in quel suo piccolo mondo sapeva muoversi molto bene. «Per oggi lei è libero. Si merita di riposare dopo un viaggio così lungo e faticoso» aveva detto la signora Maria aggiungendo, con un sussulto che le aveva fatto spalancare gli occhi «piuttosto: ha un posto dove alloggiare?» Alla risposta negativa di Antonio, era entrata subito in azione. «Venga, andiamo dalla Giulia qui accanto; ha una camera libera che d’estate affitta ai villeggianti. Senz’altro gliela darà. Garantirò io per lei, che è un dipendente delle Poste Italiane. Così potrà scaricare i bagagli, sistemare le sue cose e riposarsi.» Invece quel pomeriggio dopo aver occupato la camera, Antonio se ne era andato in giro per le frazioni del Comune seguendo i cartelli indicatori posti lungo il salire e lo scendere delle strade. A occhio aveva calcolato che la sua Vespa Rosso Katmandu in questo posto avrebbe dovuto galoppare molto più che a Pontedera. Aveva notato che i paesini visitati, pur facendo parte dello stesso Comune, sembravano diversi l’uno dall’altro e questo gli aveva fatto piacere: lui era contrario a qualsiasi uniformità.
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