Rosso Katmandu-1
Antonio non riusciva a prendere sonno e si girava e rigirava in quel letto non suo che cigolava a ogni sospiro. Con la testa affondata nel cuscino troppo soffice e voluminoso, cercava di tenere gli occhi chiusi per non scorgere l’estraneità di quella camera d’affitto, rischiarata dalla luce che passava tra le stecche della persiana.
Nell’abbandono del dormiveglia che lo coglieva all’improvviso e da cui si scuoteva con scatti nervosi, si sentiva prigioniero di quella stanza che odorava di altre presenze e di cose non sue.
Il silenzio, rotto ogni mezz’ora dal battere di una campana, accresceva lo sgomento del tempo che passava senza permettergli di riposare. Troppi pensieri lo assillavano. Si sentiva lontano, esiliato dalla propria città che aveva dovuto lasciare pena la perdita del posto di lavoro.
Il Direttore Provinciale delle Poste lo aveva ricevuto dopo una lunga anticamera, facendolo rimanere in piedi davanti alla scrivania invasa dalle pratiche.
In mano teneva il fascicolo personale di Antonio e parlando lo agitava come un’arma. «Il provvedimento disciplinare adottato nei suoi confronti» aveva sentenziato con accento meridionale «è stato assai clemente, grazie soprattutto ai suoi precedenti professionali che risultano sostanzialmente corretti. Con i tempi che corrono può ritenersi fortunato: la Commissione Disciplinare ha evitato l’allontanamento dal servizio, deliberando di trasferirla.»
Aveva tossito.
«Lei è stato mandato in Lucchesia, una destinazione vicina alla sua attuale residenza.» Aveva aperto il fascicolo, sfogliando le carte con il dito bagnato dalla saliva.
«Ecco: questa è la lettera di presentazione. Lunedì mattina si dovrà trovare di buon’ora all’Ufficio del Personale di Lucca, dove le sarà comunicata ufficialmente la sua nuova destinazione. Cerchi di comportarsi bene, si dedichi con responsabilità al suo lavoro e vedrà che tutto andrà per il verso giusto.» Si era interrotto con un colpetto di tosse.
«Sarà intanto preceduto da questo fascicolo» aveva concluso con una vena sibillina nella voce, come per far capire che laggiù in Lucchesia, prima del suo arrivo, avrebbero capito con chi avevano a che fare.
Voltandosi per l’ennesima volta nel letto che gemeva, ripensava al viaggio che lo aveva portato in quel posto di quattro case, in Garfagnana, e sentiva lo scoppiettare del motore a due tempi della sua Vespa 125 t.s. color Rosso Katmandu filare sulla Statale che risaliva il Serchio. In certi tratti di maggior pendenza bisognava scalare la marcia con il colpo secco della frizione. Il ritmo del motore cambiava e, arrancando, dopo aver tossicchiato prendeva un altro aire e un altro suono. La strada sembrava risucchiata dallo specchietto retrovisore che nelle curve brillava, colpito dalla luce.
Sul portapacchi posteriore aveva messo la valigia e una borsa fissata con la corda elastica. Tra le ginocchia, nello spazio rimasto tra il bauletto e il sellone, stringeva un sacco di tela con le cose che non erano entrate nella valigia e nella borsa. Per sicurezza teneva il piede destro a contatto col pedale del freno, come faceva sempre.
Antonio era orgoglioso della sua Vespa. Insieme passavano intere giornate di lavoro e poi, nel tempo libero, l’uno a cavalcioni dell’altra si spostavano di qua e di là per la Valdera e, nella bella stagione, raggiungevano il mare.
Il borsone da portalettere legato ogni mattina sul portapacchi posteriore invadeva una parte del sellone, togliendo armonia alla linea della carrozzeria. Quel mettere e levare ogni giorno il contenitore della posta, il passare e fissare i lacci di cuoio sul portapacchi avevano finito per rigare la vernice sulle bombature del motore e della ruota di scorta. Per cercare di limitare l’inconveniente usava la pasta abrasiva e il cotone idrofilo, strofinando con delicatezza nei punti dove il Rosso Katmandu era segnato dai graffi. Dalla Piaggio, tramite un amico magazziniere, era riuscito ad avere un barattolino di vernice originale per i necessari ritocchi che faceva con un pennellino da acquerello.
In quel letto scomodo, lasciandosi prendere dall’inquietudine, si sentiva in balia di mille pensieri, anche i più futili, che si dilatavano e diventavano angoscianti.
Pensava che nella sua città si poteva trovare di tutto: qui, di sicuro, certe cose forse nessuno le aveva mai neppure viste. Tenendo gli occhi chiusi pensava ai negozi di Pontedera, forniti di ogni bendiddio, e rimpiangeva i sostanziosi sconti che per opportunità e amicizia gli facevano i commercianti quanto tiravano il conto.
Antonio aveva l’ambizione di vestirsi con eleganza sportiva e si serviva con piacere nei migliori negozi di abbigliamento maschile, come i centralissimi Siro e Michele Mode. Le commesse facevano a gara per mostrargli certi capi che uno come lui, con quel bel fisico, avrebbe indossato alla perfezione. Sospiravano, quando il postino si chiudeva nel camerino di prova, e lanciavano occhiate furtive verso il muoversi delle tende che impedivano il piacere di scorgere quel bell’uomo nell’intimità.
Le sue divise erano sempre impeccabili perché le faceva ritoccare dalle mani esperte dell’Agnese, sarta della Bellaria, che riusciva ad adattarle splendidamente alla sua figura senza poi pretendere una lira. Anzi, sperando di entrare nelle sue grazie si dichiarava onorata di agucchiare la seconda pelle di quel prestante giovanotto.
Pensava con avvilimento alle spasimanti, che ormai lo avrebbero visto ben poco. Pensava a Susanna, così improbabile e lontana da sembrare irraggiungibile.
A Pontedera Antonio distribuiva la posta nella zona che dall’Ufficio Centrale arrivava oltre il Villaggio Piaggio, verso lo scolmatore dell’Arno, in direzione di Pisa. Serviva una lunga fascia urbana stretta tra la ferrovia, i capannoni della fabbrica e il fiume. Per strade sterrate raggiungeva anche i casolari che si perdevano nella campagna scolorita dal solleone o intristita dalla pioggia.
Tutti lo conoscevano e lui conosceva tutti. C’erano persone che si affacciavano alla finestra o aprivano la porta quando sentivano arrivare la Vespa Rosso Katmandu.
Antonio durante il giro distribuiva anche le raccomandate, quelle maledette raccomandate che odiava per la burocratica prassi che ne richiedeva la presa in consegna, lo smistamento e la riconsegna ai legittimi destinatari. Firme e controfirme, controlli, e in certi casi accertamenti dell’identità del ricevente: tutte rotture di scatole che facevano perdere tempo.
Imprevedibile gioco del destino: proprio per due raccomandate mai arrivate a destinazione si era messo nei guai e ora si trovava lì, in Garfagnana, insonne e perduto in quella camera opprimente.
Antonio odiava anche un’altra cosa, che purtroppo faceva parte del suo lavoro: la consegna delle stampe pubblicitarie, quelle che lui chiamava “le bischerate” spedite per posta: le inutili e ingombranti buste piene di offerte speciali che il più delle volte gli stessi destinatari buttavano via appena ricevute. All’inizio dell’anno, dopo averci pensato bene, aveva escogitato un sistema per smaltire quel fastidioso fardello: faceva sparire gran parte del detestato materiale nei cassonetti della carta; oppure, ma più di rado e con la massima discrezione, facendolo naufragare legato con lo spago nelle acque purificatrici dell’Arno o dell’Era. Per Antonio liberarsi di quella robaccia era risollevare il morale. Il servizio postale, secondo lui, doveva riappropriarsi della nobile dignità perduta all’asservimento delle moderne logiche consumistiche.
Per il resto era assolutamente scrupoloso: per consegnare una busta o un plico che riteneva importante avrebbe scalato una montagna anche sotto una bufera. A questo proposito si sentiva un po’ come Paperino che, in un cartone animato visto alla televisione, affrontava ogni difficoltà per portare a destinazione una missiva, anche se poi questa si rivelava inutile per il ricevente.
Ma sul finire di quell’inverno, quando tutto sonnecchiava nella normalità quotidiana, ecco scatenarsi il finimondo: alla Direzione dell’ufficio pervennero due reclami per la mancata consegna di altrettante raccomandate che, a detta dei destinatari, erano molto importanti dal punto di vista legale. Espletate le dovute ricerche, un ispettore mandato da Pisa appurò che le firme apposte sul registro di ricezione erano apocrife. Antonio fu posto sotto inchiesta e interrogato. Si difese dichiarando che lui aveva fatto il proprio dovere e consegnato le raccomandate ai destinatari che, per qualche motivo, avevano scarabocchiato una firma illeggibile. Le dichiarazioni furono messe a verbale e andarono a finire nel fascicolo istituito per l’accertamento di eventuali responsabilità. Passò del tempo e i fatti sembravano collocarsi in un limbo d’irrisolvibilità, che avrebbe fatto archiviare l’inchiesta, quando avvenne l’imponderabile. Nel deposito della carta da riciclare raccolta dai cassonetti cittadini, furono individuate e sottratte al macero parecchie buste di corrispondenza pubblicitaria apparentemente mai consegnata. Il materiale fu restituito alle Poste di Pontedera da un solerte impiegatino comunale tutto efficienza e scrupolo del dovere.
La cosa si fece parecchio grave quando tra le buste di pubblicità furono rinvenute due raccomandate ancora integre, così come erano state spedite. E risultarono proprio quelle di cui tanto si era parlato e indagato. L’inchiesta appena archiviata fu subito riaperta, ma questa volta da due ispettori piovuti da Firenze. Antonio rischiò anche di essere denunciato al Comando dei Carabinieri di via Lotti.
Il sindacato al quale Antonio era iscritto riuscì a evitare il provvedimento, minacciando la messa in agitazione del personale: il lavoratore che si voleva criminalizzare era un buon collaboratore da tutelare. Facendo supposizioni che tenne per sé, il postino cercò di ricostruire l’accaduto. Sicuramente in mezzo alla pubblicità da eliminare erano finite, chissà come, anche le due raccomandate. Quel maledetto giorno, concluso il giro, nel controllare il registro delle consegne, vedendo le caselle scoperte aveva buttato giù due firme, convinto di aver recapitato le buste e di essersi dimenticato di far firmare i destinatari. L’inconveniente gli era già capitato altre volte e lui lo aveva sempre risolto in questa maniera.
Il postino rimuginava anche il sospetto che la punizione fosse stata ispirata dal suo capo, il titolare delle Poste di Pontedera, con cui non aveva legato sin dal primo momento che era arrivato: un tappetto imbrillantinato, subdolamente viscido e con una spaventosa alitosi.
Il direttore invidiava l’interesse che quel semplice portalettere suscitava nel gentil sesso, mentre lui, dirigente delle Poste Italiane, doveva soddisfare nottetempo i propri appetiti sessuali sulla Bientinese, strada notoriamente trafficata da prostitute, in quanto respinto e cornificato dalla moglie.
A Lucca il Capo del Personale aveva scorso la lettera di trasferimento sbirciando Antonio al di sopra degli occhiali da presbite. Poi aveva parlato in fretta, chiedendogli cose personali, come se avesse intenzione di trasferirsi nel luogo di destinazione, eventualità che sarebbe stata considerata positivamente.
«Un pendolare» aveva puntualizzato il funzionario «al mattino arriva sul posto di lavoro già stanco.» Alla risposta affermativa di Antonio aveva annuito con compiacimento, cercando di mostrarsi cordiale.
«Ecco» aveva concluso «in mattinata si presenterà al direttore di Castelnuovo Garfagnana con questa lettera. La sua destinazione è l’ufficio di Fosciandora, un Comune di quasi ottocento anime che vivono sparse in diverse frazioni. Fosciandora dipende appunto da Castelnuovo. Il territorio da servire è ampio e bisogna rimboccarsi le maniche; d’altro canto lei è giovane, esperto, e quando avrà conosciuto la zona assegnatole si troverà benissimo. L’ambiente è molto positivo, vedrà!» Aveva accompagnato queste parole aprendo le braccia.
«Le vorrei anche rammentare che siamo nel 1980, anno che segnerà per il nostro Ente l’avvio di grandi rinnovamenti tecnologici e informatici: compiremo un poderoso salto di qualità che renderà tutto il personale protagonista vittorioso di grandi sfide che cambieranno il futuro.» Parlando aveva espresso grande ottimismo, senza però riuscire a trasmetterlo all’interlocutore.
«Non voglio avere pregiudizi nei suoi confronti per un inconveniente capitatole sicuramente in buonafede. Avrà modo di dimostrare la sua serietà e l’attaccamento al nostro Ente». Aveva concluso il discorso con una vigorosa stretta di mano.
«Mi creda: conto su di lei!»
Risalito a bordo della Vespa Rosso Katmandu, Antonio era andato in direzione di Castelnuovo Garfagnana, viaggiando tra i monti della Val di Serchio. Era transitato da piccoli centri che davano l’impressione di essere deserti. Lungo il cammino l’infittirsi della vegetazione oscurava la luce di maggio e faceva sembrare l’aria più fresca. Non c’era particolare traffico su quelle strade e Antonio teneva l’andatura con un filo di gas, mantenendosi bene a destra.
Parlava con la sua Vespa, ma sottovoce, come sempre. Anche se l’interessata non poteva rispondere, a lui sembrava di essere capito, come se quella scoppiettante creatura meccanica possedesse un’anima. Si erano innamorati l’uno dell’altra dal primo istante che si erano visti nel capannone dello stabilimento della Piaggio.
Le località che incontrava avevano nomi che conosceva per aver lavorato, anni addietro appena assunto, allo smistamento regionale della corrispondenza. Di alcuni posti scritti sui cartelli stradali rammentava anche il codice di avviamento postale che ripeteva, cominciando col 55, il prefisso della provincia di Lucca.
A Gallicano, Antonio si era fermato per fare il pieno al 2% a un distributore con le pompe malandate e senza la protezione di una tettoia. Al benzinaio, tipo basso e tarchiato, aveva chiesto quanto mancava a Castelnuovo e lui, tenendo d’occhio la pompa, aveva risposto: «Pogo! Sette, otto ghilometri sempre su a dritto!» Parlavano così i garfagnini e Antonio doveva abituarsi a quella pronuncia tagliente e cadenzata, così diversa dal toscano della piana pisana.