Capitolo I-4

1843 Parole
Andrea mentiva; ma la sua eloquenza era così calda, la sua voce era così penetrante, il tócco delle sue mani era così amoroso, che Elena fu invasa da una infinita dolcezza. - Taci! - ella disse. - Io non debbo ascoltarti; io non sono più tua; io non potrò essere tua più mai. Taci! Taci! - No, ascoltami. - Non voglio. Addio. Bisogna ch'io vada. Addio, Andrea. E' già tardi, lasciami. Ella sviluppò la mano dalla stretta del giovine; e, superando ogni interno languore, fece atto di levarsi. - Perché dunque sei venuta? - chiese egli, con la voce un po' roca, impedendole quell'atto. Sebbene la violenza fosse lievissima, ella corrugò i sopraccigli, ed esitò prima di rispondere. - Son venuta - ella rispose, con una certa lentezza misurata, guardando l'amante negli occhi - son venuta perché tu m'hai chiamata. Per l'amore d'una volta, per il modo con cui quell'amore fu rotto, per il lungo silenzio oscuro della lontananza, io non avrei potuto senza durezza ricusare l'invito. E poi, io voleva dirti quel che t'ho detto: ch'io non sono più tua, che non potrò essere tua più mai. Volevo dirti questo, lealmente, per evitare a me e a te qualunque inganno doloroso, qualunque pericolo, qualunque amarezza, nell'avvenire. Hai inteso? Andrea chinò il capo, quasi su le ginocchia di lei, in silenzio. Ella gli toccò i capelli, col gesto un tempo familiare. - E poi - seguitò, con una voce che mise a lui un brivido in tutte le fibre - e poi... volevo dirti ch'io ti amo, ch'io ti amo non meno d'una volta, che ancóra tu sei l'anima dell'anima mia, e che io voglio essere la tua sorella più cara, la tua amica più dolce. Hai inteso? Andrea non si mosse. Ella, prendendo le tempie di lui fra le sue mani, gli sollevò la fronte; lo costrinse a guardarla negli occhi. - Hai inteso? - ripeté, con una voce anche più tenera e più sommessa. I suoi occhi, all'ombra de' lunghi cigli, parevano come suffusi d'un qualche olio purissimo e sottilissimo. La sua bocca, un poco aperta, aveva nel labbro superiore un piccolo tremito. - No; tu non mi amavi, tu non mi ami! - ruppe infine Andrea, togliendosi dalle tempie le mani di lei e traendosi indietro, poiché sentiva già nelle vene il fuoco insinuante ch'esalavano anche involontariamente quelle pupille e provava più acre il dolore d'aver perduto il possesso materiale della bellissima donna. - Tu non mi amavi! Tu, allora avesti cuore d'uccidere l'amor tuo, d'improvviso, quasi a tradimento, mentre ti dava la sua ebrezza più forte. Tu mi fuggisti, tu mi abbandonasti, tu mi lasciasti solo, sbigottito, tutto doloroso, a terra, mentre io ero ancóra accecato di promesse. Tu non mi amavi, tu non mi ami! Dopo una lontananza così lunga, piena di misteri, muta e inesorabile; dopo una così lunga attesa, in cui ho consunto il fiore della mia vita a nutrire una tristezza che m'era cara perché mi veniva da te; dopo tanta felicità e dopo tanta sciagura, ecco, tu rientri in un luogo dove ogni cosa per noi custodisce un ricordo ancóra vivo, e mi dici soavemente: «Io non sono più tua. Addio.» Ah, tu non mi ami! - Ingrato! Ingrato! - esclamò Elena, ferita dalla voce quasi irosa del giovine. - Che sai tu di quel ch'è accaduto, di quel ch'io ho sofferto? Che sai? - Io non so nulla, io non voglio nulla sapere - rispose Andrea, duramente, involgendola d'uno sguardo un po' torbido, in fondo a cui tralucevano i suoi desideri esasperati. - Io so che tu fosti mia, un giorno, tutta quanta, con un abbandono senza ritegno, con una voluttà senza misura, come non mai alcuna altra donna; e so che né il mio spirito né la mia carne dimenticheranno mai quella ebrezza... - Taci! - Che fa a me la tua pietà di sorella? Tu, contro il tuo volere, ma la offri guardandomi con occhi d'amante, toccandomi con mani malsicure. Troppe volte ho veduto i tuoi occhi spengersi nel gaudio; troppe volte le tue mani m'han sentito rabbrividire. Io ti desidero. Incitato dalle sue stesse parole, egli la strinse forte ai polsi ed appressò la sua faccia a quella di lei così ch'ella ebbe in su la bocca il caldo alito. - Io ti desidero, come non mai - seguitò egli, cercando d'attirarla al suo bacio, circondandole con un braccio il busto. - Ricordati! Ricordati! Elena si levò respingendolo. Tremava tutta. - Non voglio. Intendi? Egli non intendeva. Si riavvicinava ancóra, con le braccia tese, per prenderla: pallidissimo, risoluto. - Soffriresti tu - gridò ella con la voce un po' soffocata, non potendo patire la violenza - soffriresti tu di spartire con altri il mio corpo? Ella aveva profferita quella domanda crudele, senza pensare. Ora, con gli occhi molto aperti, guardava l'amante: ansiosa e quasi sbigottita, come chi per salvarsi abbia vibrato un colpo senza misurarne la forza, e tema di aver ferito troppo nel profondo. L'ardore di Andrea cadde d'un tratto. E gli si dipinse sul volto un dolor così grave che la donna n'ebbe al cuore una fitta. Andrea disse, dopo un intervallo di silenzio: - Addio. In quella sola parola era l'amarezza di tutte le altre parole ch'egli aveva ricacciate indietro. Elena rispose dolcemente: - Addio. Perdonami. Ambedue sentirono la necessità di chiudere, per quella sera, il colloquio periglioso. L'uno assunse una forma di cortesia esteriore quasi esagerata. L'altra divenne anche più dolce, quasi umile; e l'agitava un tremito incessante. Prese ella di su la sedia il suo mantello. Andrea l'aiutò, con maniere premurose. Come ella non giungeva a mettere un braccio in una manica, Andrea la guidò, appena toccandola; quindi le porse il cappello e il velo. - Volete andare di là, allo specchio? - No, grazie. Ella andò verso la parete, a fianco del caminetto, ove pendeva un piccolo specchio antico dalla cornice ornata di figure scolpite con uno stile così agile e franco che parevano, piuttosto che nel legno, formate in un oro malleabile. Era un'assai leggiadra cosa, uscita certo dalle mani d'un delicato quattrocentista per una Mona Amorrosisca o per una Laldomine. Molte volte, nel tempo felice, Elena s'era messo il velo d'innanzi a quella lastra offuscata e maculata che aveva apparenza d'un'acqua torba, un poco verdastra. Ora, si risovveniva. Quando vide la sua immagine apparire in quel fondo, ebbe un'impressione singolare. Un'onda di tristezza, più densa, le traversò lo spirito. Ma non parlò. Andrea la guardava, con occhi intenti. Come fu pronta, ella disse: - Sarà molto tardi. - Non molto. Saranno le sei, forse. - Io ho licenziata la mia carrozza - ella soggiunse. - Vi sarei tanto grata se mi faceste prendere una vettura chiusa. - Permettete ch'io vi lasci qui sola, un momento? Il mio domestico è fuori. Ella assentì. - Date voi stesso l'indirizzo al vetturino, vi prego: Albergo del Quirinale. Egli uscì, chiudendo dietro di sé la porta della stanza. Ella rimase sola. Rapidamente, volse gli occhi intorno, abbracciò con uno sguardo indefinibile tutta la stanza, si fermò alle coppe dei fiori. Le pareti le sembravano più vaste, la volta le sembrava più alta. Guardando, ella aveva la sensazione come d'un principio di vertigine. Non avvertiva più il profumo; ma certo l'aria doveva essere ardente e grave come in una serra. L’immagine di Andrea le appariva in una specie di balenio intermittente; le sonava negli orecchi qualche onda vaga della voce di lui. Stava ella per aver male? - Pure, che delizia chiudere gli occhi e abbandonarsi a quel languore! Scotendosi, andò verso la finestra, l'aprì, respirò il vento. Rianimata, si volse di nuovo alla stanza. Le fiamme pallide delle candele oscillavano agitando leggere ombre su le pareti. Il camino non aveva più vampa, ma i tizzoni illuminavano in parte le figure sacre del parafuoco fatto d'un frammento di vetrata ecclesiastica. La tazza di tè era rimasta su l'orlo del tavolo, fredda, intatta. Il cuscino della poltrona conservava ancóra l'impronta del corpo ch'eravisi affondato. Tutte le cose intorno esalavano una melancolia indistinta che affluiva e s'addensava al cuor della donna. Il peso cresceva su quel debole cuore, diveniva un'oppressione dura, un affanno insopportabile. - Mio Dio! Mio Dio! Ella avrebbe voluto fuggire. Una folata di vento più viva gonfiò le tende, agitò le fiammelle, sollevò un fruscio. Ella trasalì, con un brivido; e quasi involontariamente chiamò: - Andrea! La sua voce, quel nome nel silenzio, le diedero uno strano sussulto, come se la voce, il nome non fossero partiti dalla sua bocca. - Perché Andrea indugiava? - Ella si mise in ascolto. Non giungeva che il rumor sordo, cupo, confuso della vita urbana, nella sera di San Silvestro. Su la piazza della Trinità de' Monti non passava alcuna vettura. Come il vento a tratti soffiava forte, ella richiuse la finestra: intravide la cima dell'obelisco, nera sul cielo stellato. Forse Andrea non aveva trovato sùbito la vettura coperta, in piazza Barberini. Ella aspettò, seduta sul divano, cercando di quietare la folle agitazione, evitando di guardarsi nell'anima, forzando la sua attenzione alle cose esteriori. Attirarono i suoi occhi le figure vitree del parafuoco, appena illuminate dai tizzoni semispenti. Più sopra, su la sporgenza del caminetto, da una della coppe cadevano le foglie d'una grande rosa bianca che si disfaceva a poco a poco, languida, molle, con qualche cosa di feminino, direi quasi di carnale. Le foglie, concave, si posavano delicatamente sul marmo, simili a falde di neve nella caduta. «Quanto, allora, pareva soave alle dita quella neve odorante!» ella pensò. «Tutte sfogliate, le rose cospargevano i tappeti, i divani, le sedie; ed ella rideva, felice, in mezzo alla devastazione; e l'amante, felice, erale ai piedi.» Ma udì fermarsi una carrozza d'innanzi alla porta, nella strada; e si levò, scotendo la povera testa, come per cacciar via quella specie di ottusità che la fasciava. Sùbito dopo, rientrò Andrea, ansante. - Perdonatemi - disse. - Ma, non avendo trovato il portiere, sono sceso fino in piazza di Spagna. La vettura è giù che aspetta. - Grazie - fece Elena guardandolo timidamente a traverso il velo nero. Egli era serio e pallido, ma calmo. - Mumps arriverà forse domani - soggiunse ella, con una voce tenue. - Vi scriverò un biglietto, per dirvi quando potrò vedervi. - Grazie - fece Andrea. - Addio, dunque - ella riprese, tendendogli la mano. - Volete che vi accompagni fin giù alla strada? Non c'è nessuno. - Sì, accompagnatemi. Ella guardavasi a torno, un poco esitante. - Avete dimenticato nulla? - chiese Andrea. Ella guardò i fiori. Ma rispose: - Ah sì, il portabiglietti. Andrea corse a prenderlo sul tavolo del tè. Porgendolo a lei, disse: - A stranger hither! - No, my dear. A friend. Elena pronunziò questa risposta con la voce molto animata, vivacemente. Poi, d'un tratto, con un sorriso tra supplichevole e lusinghevole, misto di temenza e di tenerezza, su cui tremolò l'orlo del velo che giungeva fino al labbro superiore lasciando tutta libera la bocca: - Give me a rose. Andrea andò a ciascun vaso; e tolse tutte le rose, stringendole in un fascio ch'egli a stento reggeva tra le mani. Alcune caddero, altre si sfogliarono. - Erano per voi, tutte - egli disse, senza guardare l'amata. Ed Elena si volse per uscire, col capo chino, in silenzio, seguita da lui. Discesero le scale, sempre in silenzio. Egli le vedeva la nuca, così fresca e delicata, dove di sotto al nodo del velo i piccoli riccioli neri si mescolavano alla pelliccia cinerea. - Elena! - chiamò, a voce bassa, non potendo più vincere la struggente passione che gli gonfiava il cuore. Ella si rivolse, mettendosi l'indice su le labbra per indicargli di tacere, con un gesto dolente che pregava, mentre gli occhi le lucevano. Affrettò il passo, salì nella vettura, si sentì posare su le ginocchia le rose. - Addio! Addio! E, come la vettura si mosse, ella s'abbandonò al fondo, sopraffatta, rompendo in lacrime senza freno, straziando le rose con le povere mani convulse.
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