Capitolo II-2

2017 Parole
Il mercoledì d'ogni settimana Andrea Sperelli aveva un posto alla mensa della marchesa. Un martedì a sera, in un palco del Teatro Valle, la marchesa gli aveva detto, ridendo: - Bada di non mancare, Andrea, domani. Abbiamo tra gli invitati una persona interessante, anzi fatale. Premunisciti però contro la malia... Tu sei in un momento di debolezza. Egli le aveva risposto, ridendo: - Verrò inerme, se non ti dispiace, cugina; anzi in abito di vittima. E' un abito di richiamo, che porto da molte sere; inutilmente, ahimè! - Il sacrificio è prossimo, cugino mio. - La vittima è pronta. La sera seguente, egli venne al palazzo Roccagiovine alcuni minuti prima dell'ora consueta, avendo una mirabile gardenia all'occhiello e una inquietudine vaga in fondo all'anima. Il suo coupé si fermò innanzi alla porta, perché l'androne era già occupato da un'altra carrozza. Le livree, i cavalli, tutta la cerimonia che accompagnava la discesa della signora, avevano l'impronta della grande casata. Il conte intravide una figura alta e svelta, un'acconciatura tempestata di diamanti, un piccolo piede che si posò sul gradino. Poi, come anch'egli saliva la scala, vide la dama alle spalle. Ella saliva d'innanzi a lui, lentamente, mollemente, con una specie di misura. Il mantello foderato d'una pelliccia nivea come la piuma de' cigni, non più retto dal fermaglio, le si abbandonava intorno al busto lasciando scoperte le spalle. Le spalle emergevano pallide come l'avorio polito, divise da un solco morbido, con le scapule che nel perdersi dentro i merletti del busto avevano non so qual curva fuggevole, quale dolce declinazione di ali; e su dalle spalle svolgevasi agile e tondo il collo; e dalla nuca i capelli, come ravvolti in una spira, piegavano al sommo della testa e vi formavano un nodo, sotto il morso delle forcine gemmate. Quell'armoniosa ascensione della dama sconosciuta dava agli occhi d'Andrea un diletto così vivo ch'egli si fermò un istante, sul primo pianerottolo, ad ammirare. Lo strascico faceva su i gradini un fruscio forte. Il servo camminava indietro, non su i passi della sua signora lungo la guida di tappeto rosso, ma da un lato, lungo la parete, con una irreprensibile compostezza. Il contrasto tra quella magnifica creatura e quel rigido automa era assai bizzarro. Andrea sorrise. Nell'anticamera, mentre il servo prendeva il mantello, la dama gittò uno sguardo rapidissimo al giovine ch'entrava. Questi udì annunziare: - Sua Eccellenza la duchessa di Scerni! Subito dopo: - Il signor conte Sperelli-Fieschi d'Ugenta! E gli piacque che il suo nome fosse pronunziato accanto al nome di quella donna. Nel salone erano già il marchese e la marchesa d'Ateleta, il barone e la baronessa d'Isola, Don Filippo del Monte. Il fuoco ardeva nel caminetto; alcuni divani erano disposti nel raggio del calore; quattro musae dalle larghe foglie venate di sanguigno si protendevano su le spalliere basse. La marchesa, facendosi incontro ai due sopraggiunti, disse con quel suo bel riso inestinguibile: - Per l'amabilità del caso, non c'è più bisogno di presentazione tra voi due. Cugino Sperelli, inchinatevi alla divina Elena. Andrea s'inchinò profondamente. La duchessa gli offrì la mano, con un gesto di grazia, guardandolo negli occhi. - Son molto lieta di vedervi, conte. Mi parlò tanto di voi, a Lucerna, l'estate scorsa, un vostro amico: Giulio Musèllaro. Ero, confesso, un po' curiosa... Musèllaro anche mi diede a leggere la rarissima vostra Favola d'Ermafrodito e mi regalò la vostra acquaforte del Sonno, una prova avanti lettera, un tesoro. Voi avete in me un'ammiratrice cordiale. Ricordatevi. Ella parlava con qualche pausa. Aveva la voce così insinuante che quasi dava la sensazione d'una carezza carnale; e aveva quello sguardo involontariamente amoroso e voluttuoso che turba tutti gli uomini e ne accende d'improvviso la brama. Un servo annunziò: - Il cavalier Sakumi! Ed apparve l'ottavo ed ultimo commensale. Era il segretario della Legazione giapponese, piccolo di statura, giallognolo, con i pomelli sporgenti, con gli occhi lunghi ed obliqui, venati di sangue, su cui le palpebre battevano di continuo. Aveva il corpo troppo grosso in paragon delle gambe troppo sottili; e camminava con le punte de' piedi in dentro, come se una cintura gli stringesse forte le anche. Le falde della sua giubba erano troppo abbonanti; i calzoni facevano una quantità di pieghe; la cravatta portava assai visibili i segni della mano inesperta. Egli pareva un daimio cavato fuori da una di quelle armature di ferro e di lacca che somiglian gusci di crostacei mostruosi e poi ficcato ne' panni d'un tavoleggiante occidentale. Ma, pur nella sua goffaggine, aveva un'espressione arguta, una specie di finezza ironica agli angoli della bocca. A mezzo del salone, s'inchinò. Il gibus gli cadde di mano. La baronessa d'Isola, una bionda piccoletta, dalla fronte tutta coperta di riccioli, graziosa e smorfiosa come una giovine bertuccia, disse con la sua voce acuta: - Venite qua, Sakumi, qua, accanto a me! Il cavaliere giapponese s'inoltrava reiterando i sorrisi e gli inchini. - Vedremo stasera la principessa Issé? - gli domandò Donna Francesca d'Ateleta, che piacevasi di raccogliere ne' suoi saloni i più bizzarri esemplari delle colonie esotiche in Roma per amor della varietà pittoresca. L'Asiatico parlava una lingua barbarica, appena intelligibile, mista d'inglese, di francese e d'italiano. Tutti, a un punto, parlavano. Era quasi un coro, di mezzo a cui si levavano di tratto in tratto, come zampilli d'argento, le fresche risa della marchesa. - Io vi ho certo veduta un'altra volta; non so più dove, non so più quando, ma vi ho certo veduta -diceva Andrea Sperelli alla duchessa, ritto in piedi d'innanzi a lei. - Su per le scale, mentre vi guardavo salire, nel fondo della mia memoria si risvegliava un ricordo indistinto, qualche cosa che prendeva forma seguendo il ritmo di quel vostro salire, come un’immagine nascente da un'aria di musica... Non son giunto ad aver limpido il ricordo; ma, quando vi siete voltata, ho sentito che il vostro profilo aveva una non dubbia rispondenza con quella immagine. Non poteva essere una divinazione; era dunque un oscuro fenomeno della memoria. Io vi ho certo veduta, un'altra volta. Chi sa! Forse in un sogno, forse in una creazione d'arte, forse anche in un diverso mondo, in una esistenza anteriore... Pronunziando queste ultime frasi troppo sentimentali e chimeriche, egli rise apertamente come per prevenire un sorriso o incredulo o ironico della dama. Elena invece rimase grave. «Ascoltava ella o pensava ad altro? Accettava ella quella specie di discorsi o voleva con quella serietà prendersi gioco di lui? Intendeva ella di secondare l'opera di seduzione iniziata da lui così sollecitamente o si chiudeva nell'indifferenza e nel silenzio incurante? Era ella, insomma, una donna per lui espugnabile o no?» Andrea, perplesso, interrogava il mistero. A quanti hanno l'abitudine della seduzione, specialmente ai temerarii, è nota questa perplessità che certe donne sollevano tacendo. Un servo aprì la grande porta che dava nella sala da pranzo. La marchesa mise il suo braccio sotto quello di Don Filippo del Monte e diede l'esempio. Gli altri seguirono. - Andiamo - disse Elena. Parve ad Andrea che ella gli si appoggiasse con un po' di abbandono. «Non era un'illusione del suo desiderio? Forse.» Egli pendeva nel dubbio; ma, ad ogni attimo che passava, si sentiva più a dentro conquistare dalla malia dolcissima; ad ogni attimo gli cresceva l'ansietà di penetrare l'animo della donna. - Cugino, qui - disse Donna Francesca assegnandogli il posto. Nella tavola ovale, egli stava tra il barone d'Isola e la duchessa di Scerni, avendo di fronte il cavaliere Sakumi. Il quale stava tra la baronessa d'Isola e Don Filippo del Monte. Il marchese e la marchesa occupavano i capi. Su la mensa le porcellane, le argenterie, i cristalli, i fiori scintillavano. Assai poche dame potevan gareggiare con la marchesa d'Ateleta nell'arte di dar pranzi. Ella metteva più cura nella preparazione di una mensa che in un abbigliamento. La squisitezza del suo gusto appariva in ogni cosa; ed ella era, in verità, l'arbitra delle eleganze conviviali. Le sue fantasie e le sue raffinatezze si propagavano per tutte le tavole della nobiltà quirite. Ella, appunto, in quell'inverno aveva introdotta la moda delle catene di fiori sospese dall'un capo all'altro, fra i grandi candelabri; ed anche la moda dell'esilissimo vaso di Murano, latteo e cangiante come l'opale, con entro una sola orchidea, messo tra i varii bicchieri innanzi a ciascun convitato. - Fior diabolico - disse Donna Elena Muti, prendendo il vaso di vetro e osservando da vicino l'orchidea sanguigna e difforme. Ella aveva la voce così ricca di suono che anche le parole più volgari e le frasi più comuni parevano prendere su la sua bocca non so qual significato occulto, non so qual misterioso accento e qual grazia nuova. Alla guisa medesima il re frigio faceva d'oro quantunque cose ei toccasse con la mano. - Fiore simbolico, tra le vostre dita - mormorò Andrea, guardando la dama che in quell'attitudine era sovrammirabile. La dama vestiva un tessuto d'un color ceruleo assai pallido, sparso di punti d'argento, che brillava di sotto ai merletti antichi di Burano bianchi d'un bianco indefinibile, pendente un poco nel fulvo ma tanto poco che appena pareva. Il fiore, quasi innaturale, come generato da un malefizio, ondeggiava in sul gambo, fuor di quel fragile tubo che certo l'artefice avea foggiato con un soffio in una gemma liquefatta. - Ma io preferisco le rose - disse Elena, posando l'orchidea, con un atto di repulsione che faceva contrasto al suo precedente moto di curiosità. Poi si gettò nella conversazione generale. Donna Francesca parlava dell'ultimo ricevimento all'Ambasciata d'Austria. - Vedesti Madame de Cahen? - le chiese Elena. - Aveva un abito di tulle giallo tempestato di non so quanti colibrì con gli occhi di rubino. Una magnifica uccelliera danzante... E Lady Ouless, la vedesti? Aveva una vesta di tarlatane bianca, tutta sparsa di alghe marine e di non so che pesci rossi, e su l'alghe e su i pesci una seconda vesta di tarlatane verdemare. Non la vedesti? Un acquario di bellissimo effetto... Ed ella, dopo le piccole maldicenze, rideva d'un riso cordiale che le dava un tremolio alla parte inferiore del mento e alle narici. D'innanzi a quella volubilità incomprensibile, Andrea rimaneva ancor titubante. Quelle cose frivole o maligne uscivano dalle stesse labbra che allora allora, pronunziando una frase semplicissima, l'avevan turbato fin nel profondo; uscivano dalle stesse labbra che allora allora, tacendo, eragli parsa la bocca della Medusa di Leonardo, umano fiore dell'anima divinizzato dalla fiamma della passione e dall'angoscia della morte. «Qual era dunque la vera essenza di quella creatura? Aveva ella percezione e coscienza della sua metamorfosi costante o era ella impenetrabile anche a sé stessa, rimanendo fuori dal proprio mistero? Quanto nelle sue espressioni e manifestazioni entrava d'artificio e quanto di spontaneità?» Il bisogno di conoscere lo pungeva anche fra la delizia in lui effusa dalla vicinanza della donna ch'egli incominciava ad amare. La trista consuetudine dell'analisi l'incitava pur sempre, gli impediva pur sempre di obliarsi; ma ogni tentativo era punito, come la curiosità di Psiche, dall'allontanamento dell'amore, dall'offuscamento dell'oggetto vagheggiato, dalla cessazion del piacere. «Non era meglio, invece, abbandonarsi ingenuamente alla prima ineffabile dolcezza dell'amor che nasceva?» Egli vide Elena nell'atto di bagnare le labbra in un vino biondo come un miele liquido. Scelse tra i bicchieri quello ove il servo aveva versato un egual vino; e bevve con Elena. Ambedue, nel tempo medesimo, posarono su la tovaglia il cristallo. La comunità dell'atto fece volgere l'una verso l'altro. E lo sguardo li accese ambedue, più assai del sorso. - Non parlate? - chiesegli Elena, con un'affettazione di leggerezza, che le alterava un poco la voce. - Corre fama voi siate uno squisitissimo parlatore... Scuotetevi, dunque! - Ah, cugino, cugino! - esclamò Donna Francesca, con un'aria di commiserazione, mentre Don Filippo del Monte le mormorava qualche cosa nell'orecchio. Andrea si mise a ridere. - Cavaliere Sakumi, noi siamo i taciturni. Scuotiamoci! All'Asiatico scintillarono di malizia i lunghi occhi, ancor più rosseggianti sul rossor fosco che i vini gli accendevano ai pomelli. Fino a quel momento, egli aveva guardato la duchessa di Scerni, con l'espressione estatica d'un bonzo che sia nel conspetto della divinità. La sua larga faccia, che pareva uscita fuori da una pagina classica del gran figuratore umorista O-kou-sai, rosseggiava come una luna d'agosto, tra le catene de' fiori. - Sakumi - soggiunse a bassa voce Andrea, chinandosi verso Elena - è innamorato. - Di chi? - Di voi. Non ve ne siete accorta? - No. - Guardatelo. Elena si volse. E l'amorosa contemplazione del daimio travestito le chiamò alle labbra un riso così aperto che quegli si sentì ferire e restò visibilmente umiliato. - Tenete - ella disse per compensarlo; e, spiccando dal festone una camelia bianca, la gittò all'inviato del Sol Levante. - Trovate una similitudine, in mia lode. L'Asiatico portò la camelia alle labbra, con un gesto comico di divozione. - Ah, Ah, Sakumi, - fece la piccola baronessa d'Isola - voi mi siete infedele! Egli balbettò qualche parola, accendendosi anche più nel volto. Tutti ridevano, liberamente, come se quello straniero fosse stato invitato appunto per dare agli altri argomento di gioco. E Andrea, ridendo, si volse alla Muti.
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