Massimo Ansaldo: Rock & Roll evergreen.

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Massimo Ansaldo Rock & Roll evergreenLa serata finale del concorso di ballo Rock&Roll evergreen, riservato agli over 70, era stata rinviata più volte e la causa da imputare alla natura stessa della competizione. Non si riusciva a stilare un elenco preciso dei partecipanti, alla segreteria dell’organizzazione arrivavano decine di certificati medici che indicavano come i concorrenti non fossero neppure in grado di ascoltarlo il rock&roll, pensare che potessero volteggiare con passi di danza sulle sue note era pura follia. Eppure tre coppie erano riuscite a mantenersi in salute almeno per varcare la soglia del locale notturno dove si svolgeva la finale. Si chiamava Il Miglio Verde e nessuno degli organizzatori era preoccupato che l’onore reso al racconto di Stephen King potesse offendere i gagliardi anzianotti in procinto di deliziare con inusitati volteggi acrobatici. “Miglio verde a chi? Sfangherò ancora per molto… vi seppellirò tutti…”, urlò Fernando, il primo che aveva supervisionato la sala delle prove. La sua compagna era Felicietta. Vederli ballare insieme era come assistere alla confutazione delle più elementari leggi della fisica applicate ai calcoli spazio temporali. Due rinoceronti che saltellavano sulle punte degli zoccoli, con una rapidità che toglieva il respiro, soprattutto a quelli che malauguratamente si trovavano nelle prime file del pubblico. Una strage era sempre in procinto di verificarsi se Felicietta avesse pestato il callo del pollicione destro di Fernando. L’equilibrio assiale tra i due sarebbe saltato e, dopo un volo planato, avrebbero spiaccicato le prime file di spettatori senza che i malcapitati potessero rendersi conto di quanto stesse accadendo. Avrebbero trovato solo paia di occhi strabuzzati dal terrore, orfani dei corpi. Le altre due coppie non erano certo meno appariscenti. Quella composta da Luigi e Rina, avresti potuto confonderla con una coppia di manici di scopa che si muovevano in perfetta sincronia. Nel senso che sembrava veramente possibile che entrambi avessero ingoiato i manici, perché erano rigidi come bastoncini di merluzzo appena usciti dal surgelatore. Ma accadeva sempre un miracolo appena le note musicali cominciavano a saturare la sala. Luigi e Rina articolavano braccia e gambe come se non fossero attaccate ai manici di scopa. Il tronco rimaneva rigido, mentre gli arti si dimenavano, coordinandosi in maniera eccezionale. E le espressioni dei volti rimanevano immobili, come le facce tristi di cartapesta di un Carnevale ormai in disarmo. L’ultima coppia finalista presente sembrava capitata lì per caso. Michele e Rosetta si erano iscritti per ultimi, nessuno li conosceva, nessuno sapeva da dove fossero venuti, non avevano aperto bocca e fissavano le luci stroboscopiche come fossero attratti da ciondoli per l’ipnosi. Nessuno conosceva le loro capacità tecniche. Erano stati accettati sulla fiducia, anche perché senza di loro non si sarebbe disputata la finale: il numero minimo previsto dal regolamento era di almeno tre coppie. Il barista era anche l’organizzatore del concorso, aveva da tempo rinunciato a indossare occhiali con lenti a fondo di bottiglia, non avrebbe distinto la mano destra da quella sinistra neppure con un telescopio della Nasa. Lo chiamavano Vedotutto, nel senso che potevi star certo del contrario, a ottant’anni era famoso per i suoi cocktail “al buio”. Non potendo vedere che cosa miscelasse, il brivido dei clienti era quello di bere intrugli improbabili e quasi sempre indigesti. Ma la moda era la moda e su questo handicap Vedotutto aveva fondato la fortuna del Miglio Verde. Per la finale era stato ingaggiato il complesso degli Arzilli Forever, specializzati in pezzi rock&roll adatti alla categoria dei ballerini iscritti alla finale. Brani semplici e di immediata ricezione per orecchie malandate e compromesse, potenziate da apparecchi acustici quasi sempre scarichi o difettosi. Johnny Slowhand era il leader. Chitarrista con i fiocchi negli anni Settanta doveva il soprannome all’amore sviscerato che ancora nutriva per Eric Clapton. “Cominciamo! Signore e Signori diamo inizio alla gara, la giuria è il pubblico presente in sala e pazienza che siete solo una decina, voterete al termine delle prove. Vai Johnny facci sognare con la tua chitarra!”. Vedotutto aveva parlato dal bancone del bar, sarebbe stato troppo difficile raggiungere il palco senza inciamparsi e rovinare su qualche ottuagenaria intenta a sferruzzare con l’uncinetto. Il primo pezzo era You can never can tell di Chuck Berry, ballata nel film Pulp Fiction da Travolta e la Thurman. Era logico pensare che i paragoni fossero impietosi. Fernando e Felicietta si infilarono le dita negli occhi per imitare le movenze delle due star, mentre Luigi e Rina non erano riusciti a reggere il peso sulle punte delle dita dei piedi ed erano affondati pesantemente sui talloni. Solo la coppia sconosciuta abbozzava qualche passo accettabile. Mentre suonava, Johnny si era perso dentro la nostalgia che gli procuravano i riff di chitarra e ricordava i tempi in cui le ragazze, appena attaccava il pezzo, riversavano eccitate sul palco i propri reggiseni. Negli ultimi tempi, invece, con le uscite che era obbligato a fare per sbarcare il lunario temeva che, prima o poi, lo seppellissero di pannoloni e dentiere. Il pezzo stava per finire quando, all’improvviso, le luci in sala si spensero, lasciando il locale nel buio più assoluto. Vedotutto armeggiò, per alcuni minuti, nel pannello degli interruttori e riattivò la luce. La scena che si presentava sulla pedana da ballo era terribile. Uno dei sei ballerini era riverso per terra, gli occhi sbarrati, la lingua di traverso e un sottile segno rosso gli disegnava il collo da parte a parte. Era di Fernando il corpo a terra e Felicietta, dopo un attimo di smarrimento, aveva cominciato a tremolare tutta con la carne in sovrappeso che sbudellava dal vestito esageratamente aderente. In sala si percepì il terrore che potesse scoppiare da un momento all’altro, imprigionando i presenti dentro un buco nero di calorie in eccesso. “Che succede?”. Urlò Vedotutto. Qualcuno gli spiegò che cosa avrebbe potuto vedere, ascoltava con un padiglione auricolare infilato dentro una mano a coppa e annuiva. “Che nessuno esca dalla sala! Portatemi sulla pista…”. Alcuni spettatori avevano provato a soccorrere Fernando, ma le condizioni sembravano disperate. Vedotutto cominciò a tastare il corpo e quando passò le mani intorno al collo sentì sotto le dita qualcosa di sottile e metallico. “Che cos’è? Lo so! È una corda di chitarra… non vorrei sbagliare ma… è un Mi cantino… la corda più sottile… hanno provato a strangolarlo!”. Tutti i presenti lanciarono una invocazione carica di spavento, sembravano un coro di voci bianche, che di bianco aveva solo i pochi capelli rimasti sulla testa dei coristi. “Quante chitarre ci sono in sala?”. Chiese Vedotutto, ormai lanciatosi a capofitto nella nuova carriera di investigatore ipovedente. “Una sola!”. Rispose Luigi, certo che nessuno lo avrebbe accusato di nascondere una chitarra nello stomaco. “È la mia… e allora?”. Tutti si voltarono verso Johnny Slowhand. Molte delle anziane presenti ridacchiavano tra loro maliziose. Non aveva perso fascino il loro Johnny, il passare del tempo non aveva intaccato quel s*x appeal che le aveva portate a trastullarsi in pensieri erotici proibiti una volta tornate nelle loro camerette di adolescenti, dopo i concerti. “Non penserete mica… e poi stavo suonando quando è saltata la luce, come avrei potuto togliere il mi cantino, scendere dal palco, aggredirlo, tornare su e sostituire la corda? Vedete, il Mi cantino è al suo posto…”. Vedotutto era ormai decollato, si sentiva Marlowe o Maigret, e uno valeva l’altro. “Mi dispiace Johnny, ma devo confutare la tua tesi. Hai detto che suonavi quando è saltata la luce. Vero, il generatore della sala è autonomo rispetto alla alimentazione degli amplificatori… ma dimmi, hai sempre quel vizietto che da giovane ti ha salvato da rovinose brutte figure? Registrare i pezzi di chitarra più insidiosi per mandarli in play back? La chitarra suonava e tu avresti potuto… vuoi che continui? Fammi vedere le corde di riserva, non dirmi che non ne hai… scommetto che manca un Mi cantino”. Johnny Slowhand in un attimo aveva perso fascino e s*x appeal, gli erano rimasti la corporatura floscia e le spalle ingobbite. “Ti ho riconosciuta! Appena sei entrata…”. Tutti i presenti avevano guardato Felicietta, assorbita dallo sguardo di Johnny. “Ricordi quel concerto quando sono stato sommerso dai reggiseni che le ragazze lanciavano sul palco? Nella concitazione ho incrociato il tuo sguardo. Guarda, ho ancora il tuo reggiseno…”. Le ottuagenarie cominciarono a piagnucolare dalla commozione, ormai si aspettavano fuochi d’artificio, altro che serie televisive melense. “Non ho potuto sopportare che ti accompagnassi con quel lardone flaccido e puzzolente… e allora ho deciso che solo io potevo averti, finalmente!”. “Senti chi parla! Lardone e puzzolente sarai tu!”. Dal pavimento erano giunti lamenti e gorgoglii quasi incomprensibili. Fernando era vivo e vegeto, malconcio, ma in grado di alzarsi. Si stava preparando un duello all’ultimo sangue e il premio sarebbero stati gli incalcolabili chili di grasso di Felicietta che, commossa all’inverosimile, non era in grado di scegliere il suo cavaliere. Iniziò la zuffa, l’arbitro era Vedotutto. Un bel match…
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