Luigi - «Zio Pietro»

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Luigi - «Zio Pietro»Bianca, Bianca… Credo che impiegherò poco tempo per conquistarti: dopo una frettolosa cena in un pub a base di hamburger immangiabili e birre moderatamente bevibili, sei caduta fra le mie braccia; non c’è stato bisogno di nessun aperitivo, di nessun ristorante elegante e neppure di mezza goccia di champagne. Ti ho baciata per una mezz’ora e già questo sarebbe stato sufficiente a portarti a letto. Ed è stato lì che ho sferrato il mio colpo da maestro, mettendo le mani avanti e comunicandoti candidamente che, in qualunque modo vada, io non sarò mai il ragazzo per te. Si tratta di psicologia spicciola, in fondo: ognuno di noi è attratto maggiormente da ciò che non può avere. Ma nelle mie parole, in fondo, c’era anche una parte di verità. Da quando mi sono lasciato con Alison, non sono più riuscito ad avere una relazione duratura con nessun’altra donna. Eppure sono già passati tre anni… Non sono costante; non sono coerente. A volte sento il bisogno di stare in coppia, altre ho soltanto voglia di chiudermi in casa da solo. E poi ci sono le volte in cui ho necessità di uscire con gli amici. E quelle in cui ho solo voglia di fare sesso. Per fortuna che il mio lavoro mi porta spesso fuori… Questi allontanamenti forzati mi hanno sempre permesso di vivere le mie storie con leggerezza e senza troppi coinvolgimenti emotivi. Ho telefonato a mio zio Pietro per raccontargli della serata. «Che ne pensi?» «Tu che ne pensi? Questa ragazza ti piace?» «Non lo so… Fisicamente è scopabile; dice anche cose interessanti. Sai che mi ha pure googleato su internet e che ha trovato e letto il mio articolo sulla pala di San Bernardino? Figo, no? Era quasi riuscita a lisciare il mio ego, se non fosse stato che ho scritto quell’articolo poco dopo la rottura con Alison. Non c’è nulla da fare: Alison continua a proiettare un’ombra sulla mia vita e sul mio cuore.» «La proietta perché tu le lasci lo spazio per farlo.» «Vorrei davvero riuscire a dimenticarla… Tutto il dolore che mi ha procurato… Ho paura di provarlo ancora.» «Non puoi far pagare a ogni tua nuova ragazza le colpe di Alison. In questo modo non sarai mai in grado di costruire un rapporto stabile e duraturo. E, comunque, a me Alison non piaceva. Era una stronza, in fondo. E questo te l’ho sempre detto.» «Lo so…» «Quando vieni a Torino?» «Presto. Prima devo andare a Londra.» «Allora ti aspetto.» «Certo.» Mio zio… Ho un amore sconfinato per lui: lui è il mio mentore, il mio faro, la mia guida. È la figura maschile più importante della mia vita e anche quella più paterna. È lui che, da insegnante di disegno al Liceo Artistico, mi ha aperto le porte dell’immenso palazzo della storia dell’arte, facendomi appassionare al punto tale da decidere di farne la mia professione. Ed è lui che mi ha cresciuto, insieme a mia nonna, nella grande casa sul lago di Avigliana: prima che i miei genitori riuscissero a trovare un posto come impiegati, l’uno in banca, l’altra alle poste, facevano gli operai alla Fiat con massacranti turni di lavoro che non gli permettevano di regalarmi né un’infanzia serena né le attenzioni parentali che ogni bambino merita. Fu così mi portarono ad Avigliana, affidandomi all’amore di mia nonna e di mio zio; loro venivano a trovarmi ogni fine settimana, ogni festività, ogni Natale, Pasqua e compleanno. Poi, terminate le elementari, finalmente mi riportarono con loro a Torino. Le estati trascorse ad Avigliana erano sempre molto belle: mio zio, una volta terminati gli impegni scolastici come insegnante, si dedicava a me anima e corpo; ricordo di quella volta in cui era rimasto folgorato dalla lettura de L’anello di Re Salomone di Lorenz: passavamo le giornate seduti sulla riva a osservare le abitudini delle anatre, dando loro da mangiare per studiarne le reazioni e i comportamenti. È stato durante quell’estate che mio zio ha iniziato a leggermi e spiegarmi le vite del Vasari; avevo sei anni; a settembre sarei andato a scuola per la prima volta e già sapevo che Giotto aveva intuito la prospettiva, pur non avendo ancora ben chiaro chi fosse Giotto né cosa fosse la prospettiva. Mio zio… Non sta bene mio zio ultimamente. Gli hanno diagnosticato un tumore non curabile; lui non ha voluto rivelarmi i pronostici dei dottori e allora io, ignaro del tempo che ci resta da trascorrere insieme, salgo a Torino ogni volta che posso; a volte anche tutti i fine settimana. Vado a trovarlo nella casa sul lago, dove, dopo il decesso di mia nonna, e l’ennesima separazione dalla sua ennesima compagna, vive solo, circondato da un numero variabile di gatti randagi, che ha accolto nel suo giardino, e dalle sue opere, con cui ha riempito ogni spazio ancora libero sulle pareti, sui tavoli, sulle librerie, sulle mensole; sono talmente tante le sue opere, e alcune anche di notevoli dimensioni che, negli ultimi tempi, le sue ceramiche raku sono finite ad adornare alcuni angoli della veranda e del prato; ed è usuale, ormai, trovare uno degli innumerevoli gatti addormentati in una delle innumerevoli ceramiche. I miei genitori sono coscienti del sentimento forte che mi lega a mio zio Pietro, che è zio materno perché fratello di mia madre; loro lo sanno e non pongono mai obiezioni al fatto che io trascorra praticamente tutto il fine settimana da lui; soprattutto adesso che sono a conoscenza della sua condizione di salute così grave. Cerco di arrivare da lui il venerdì sera, prima dell’ora di cena; mi fermo al supermercato di Avigliana, dove c’è un ottimo reparto di pescheria, a comprare qualche prodotto di mare da cucinare per quella stessa sera, perché mio zio adora il pesce, i crostacei e i frutti di mare. Mi piace preparare la cena per lui e, allo stesso tempo, mi trasmette una strana sensazione: in questo tratto della vita sento che i ruoli si sono invertiti; la malattia ha reso mio zio fragile e indifeso come un bambino; come il bambino che ero io quando i miei genitori mi affidarono a lui e a mia nonna; un bambino di cui lui si è sempre preso cura con amore, comprensione e dedizione; perché io ero per lui il figlio che non ha mai avuto, e lui era per me il padre che mi mancava ogni giorno. Adesso sono io che mi prendo cura di lui; e in ogni cosa che faccio, cerco di mettere lo stesso amore che lui ha usato con me. Ed è bello, il venerdì sera, quando il tempo lo consente, sedermi con lui in veranda, cenare assieme e parlargli di me, del mio lavoro, delle mie avventure sentimentali. Lui mi ascolta in silenzio mentre mangiamo; poi, una volta che ho sparecchiato, si accende la pipa e versa a entrambi un bicchiere di brandy. Solo allora, dopo avere preso un’ampia boccata di tabacco, inizia a ragionare a voce alta su quello che gli ho appena raccontato, esprimendomi le sue idee e le sue impressioni. Mi piace l’odore del suo tabacco; penso sempre a lui quando lo sento nell’aria. Forse perché è anche l’ultimo odore che percepisco nelle mie narici quando lo abbraccio nel salutarlo poco prima di partire: mi stringo forte a lui, con il volto vicino alla sua barba impregnata di tabacco, e ne respiro l’odore.
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