Adriana Albini
Non dire gatto…
La nostra separazione, culmine della disgregazione del rapporto e crisi totale degli affetti, è stata difficile da gestire. Loro sono ancora piccoli, indifesi anche se apparentemente indipendenti, attaccatissimi tra loro ancora più che a noi. Dolci creature, luce dei miei occhi, palpito del mio cuore: li ho stretti tra le braccia appena nati, sono vissuta nel terrore potessero togliermeli. Amori miei, nulla potrà separarci, rimango io la vostra Mamma.
L’iter della divisione è stato tortuoso e malinconico, sono passata dalla rabbia alla tristezza. Da oggi, anzi da domani, dovrò ricostruire una vita in bilico tra memorie che voglio rimuovere e prospettive che non ho ben chiare. Ma avrò voi da tutelare e proteggere, affronteremo insieme questa prova. Nuvola e Fulmine, pelosissimi compagni della mia vita, resterete con me.
Esco a fare due passi dopo l’ennesima, estenuante, trattativa davanti agli avvocati: nel nostro ordinamento manca una norma specifica sull’affidamento degli animali domestici alla conclusione di una relazione. Sì, i pet restano con il coniuge affidatario dei figli, ma noi non ne abbiamo avuti. I mici avevano accresciuto la famiglia, e insieme aumentato le nostre divergenze.
Qualche esempio? Avrei voluto che dormissero con noi, ai piedi del letto, ma Federico aveva sistemato due cucce nella stanza degli ospiti. Li avrei lasciati scorrazzare in giardino, ma lui, con l’idea che ipotetici contatti con altri animali potessero trasmettere parassiti, non lo permetteva. Mi era sembrato logico collocare la lettiera in bagno, ma mio marito vi trascorreva delle ore a porta chiusa, quindi avevo ripiegato sul corridoio, con aumento del disordine e sabbietta che si spargeva ovunque. Li nutrivo con due pasti al giorno, abituandoli a orari compatibili con quelli del lavoro, ma lui li viziava con snack a intervalli di fantasia. Io insistevo per usare cibo naturale, lui voleva tutto confezionato in scatolette “sterili” e croccantini Super-Cat. La dieta è stato proprio uno degli aspetti su cui abbiamo perso ore dai legali. Federico voleva l’affido dei mici, perché sosteneva che con lui mangiassero meglio. Un compromesso? Uno per uno? Dividerli? Mai! Ho lottato per non separarli. Alla fine, ottenuto di rimanere nella casa coniugale, visto che è di mia proprietà, la mia brava avvocatessa ha convinto Federico a lasciarmeli.
In ogni caso lui ha diritto di continuare ad avere rapporti con loro, ma finora non si è fatto vivo.
Mi domando se con lui sia stata felice o infelice. La risposta giusta, è strano, non c’è. È come se con Federico non fossi mai stata me stessa. Da quando è andato via, non ritrovo ricordi comuni. Sono piena d’immagini di tutta la mia vita – mi sono successe tantissime cose, sempre – ma del periodo con Federico non ho nessuno con cui scambiare due parole… i nostri amici erano i suoi. Le giornate si svolgevano lavorando tanto, poi una o due volte la settimana il fitness, eppure anche in palestra era come se non esistessi. E adesso c’è solo il mio corpo, corredato di una specie di larva d’anima, tanto per muoverlo, che dorme in un letto di questa bella e accogliente casa, che dorme tranquillo, con la mente vuota, senza tristezza, senza lacrime e senza gioia.
In questi tre anni di matrimonio mi sono alienata, piano piano ma completamente. C’erano tante cose che non funzionavano: all’inizio ho combattuto, ma poi mi sono sentita come la mosca nella tela di ragno, più mi agitavo e più finivo invischiata. Con Federico non esistevo e dopo Federico non esisto. Però da qualche parte sto iniziando a trovarmi: ho i gatti per cui mi sono battuta. Loro ci sono mentre lui è sparito, totale silenzio da parte sua. È come se io fossi un fantasma, lui non mi vede più e non mi vedo neanch’io. Evito gli specchi. Non ho mai avuto, come ora, la sensazione del tempo che invecchia. Sono intorpidita, c’è una sorta di iperico virtuale che non mi fa sentire il dolore, ma sono ferita. L’essere alienata è come una cancrena che mi ha preso le dita dei piedi con un formicolio che risale lentamente: se non deciderò a recidere mi pervaderà tutta e il corpo smetterà di pulsare.
Svegliandomi scaccio questi pensieri, cercando di convincermi che devo reagire e ricominciare il più velocemente possibile. Mi sento affaticata, ma questo luogo, con le sue luci, il suo calore, gli arredi antichi e di valore ereditati dai miei, mi rincuora. Certo la villetta è un po’ isolata, e in passato avevamo subito un paio di tentativi notturni di furto, sventati da Federico.
La prima cosa che faccio è coccolare i miei tesori poi, dirigendomi in cucina per preparare per me e loro la colazione, ho un moto di sgomento davanti alla precisa impronta bianca sul muro un po’ ingiallito della sala: il quadro di Giovanni Fattori, che a mamma piaceva tanto, è sparito.
Sono entrati i ladri! Dormivo così profondamente da non sentire nulla? Non mi sento di affrontare un incontro con la polizia e chiamo un amico di lunga data, esperto di gialli, perché mi aiuti.
In breve è da me Marco Frilli – il mio editore – disponibile, affettuoso e con la sua ironia di sempre.
“Ti hanno rubato un quadro, prendiamo in esame tutti i fattori”, chiosa.
“Ma no, di Fattori ne avevo solo uno…”.
“Ma io, cara Arianna, parlo di fattori nel senso di indizi”, poi scoppia a ridere.
I due gatti lo studiano. Nuvola è la micetta: grigia, minuta, lesta nei movimenti, birichina al massimo. Fulmine è il maschietto: una massa di pelo color caffellatte, sornione e felpato nel suo passo, guardingo e sospettoso.
Ma tutti e due, dopo attenta riflessione, si fanno accarezzare dall’ospite.
“Allora, hanno preso solo questo benedetto quadro?”.
“È una tela preziosa, opera del maggior esponente dei Macchiaioli… comunque sì, almeno mi sembra”.
“Hai idea di chi potrebbe essere stato?”.
“Chiunque. In passato, qualcuno si era già intrufolato in casa, ma...”.
“Ma?...”.
“C’era Federico, che coraggiosamente lo aveva messo in fuga”.
“Ti sei creata un mito su quest’uomo”.
“È cintura nera di karatè”.
“E tu lo stai diventando di charité”, mi prende in giro.
“A parte il valore, la scomparsa del dipinto mi lascia un ulteriore senso di vuoto: era l’opera che entrambi preferivamo”.
“Era di tuo marito?”.
“No, dei miei nonni, come tutti i quadri dell’ottocento che vedi alle pareti. Solo che gli altri non valgono così tanto…non che siano delle croste”, sorrisi involontariamente, “ma Sotheby me li aveva valutati poche migliaia di euro ciascuno. Non sono neppure assicurati”.
“Invece il Fattori sì”.
“No, nemmeno quello”, sospiro.
“Perché?”.
“Un po’ per pigrizia, un po’ perché l’agente chiedeva che lo ‘allarmassimo’ in un modo assai anti-estetico. Non volevo avere la sensazione di vivere in un museo”. Poi riprendo: “Chiamiamo la polizia o mi accompagni a fare la denuncia in questura?”.
“E se invece ti aiutassi a ritrovarlo?”.
“Ma dai, Marco! E in cambio cosa vorresti?”.
“Un tuo racconto per la nuova antologia sui gatti… puoi ispirarti ai tuoi, sono così belli”.
“Ok, hai vinto, anche se mi ero ripromessa di riprendere a scrivere solo dopo aver ritrovato il mio equilibrio dopo la separazione. Ora però devi stupirmi col… ritrovamento”.
“Bene, ragioniamo. Chi può aver visto il ladro?”.
“Nessuno! Io dormivo profondamente”.
“E i mici?”.
“Ah, loro sicuramente l’hanno visto, girano liberi per la casa, però non parlano, Marco!”.
“Invece potrebbero essere i tuoi testimoni”.
È impazzito, penso.
“Venite micetti, facciamo amicizia”, li incoraggia Marco. Poi aggiunge: “posso dargli qualcosa io da mangiare, per conquistarmeli?”.
“Visto che, con questa storia del furto, non hanno ancora fatto colazione… va bene”.
Arrivati in cucina apro il frigo per prendere la bottiglia del latte da intiepidire quando Marco, chinandosi per prendere le ciotole, mi chiede: “E questi cosa sono?”, tenendo tra le dita due bocconcini a forma di pesciolino. “Non mi hai appena detto che i gattini devono ancora pappare?”.
Li guardo ed esclamo: “non è possibile, li avevo buttati via tutti!”.
“Ma di che parli?”.
“Dei Super-Cat”.
“Eh?”.
“Di questi maledetti croccantini… erano la mania di mio marito, io uso solo cibo naturale”.
“Allora i casi sono due: o i gatti se li sono comprati da soli, oppure…”.
“Oppure”, mi emerge il sospetto che forse inconsciamente già covavo, “Federico è venuto qui coi croccantini per attirare i mici in cucina e rubare in santa pace il Fattori”.
“Esatto, magari anche solo per farti un dispetto e indurti a stare male. Ha ancora le chiavi?”.
“Sì”, confermo. “E adesso?”.
“Credo che riuscirai a farti restituire la tela senza tante storie, magari spaventandolo con la minaccia di denunciarlo”.
“Ma… non ho testimoni per incastrarlo”.
Nuvola e Fulmine mi guardano offesi.
“Ma sì che li hai…”, accarezzandoli di nuovo. “Conserviamo le prove”, aggiunge, mettendo delicatamente i croccantini avanzati in una bustina, come “corpi di reato” inconfutabili. Poi sbotta: “Gatto!”.
“Scusa?”.
“Non dire gatto se non l’hai nel sacco”, declama trionfante, “non dice così il proverbio?”.
“Hai ragione, e i russi dicono Se neghi al gatto il latte, dovrai dare la panna al topo”, ribatto.
Forse mi sono meritata questo scherzo orribile. A ben riflettere potrei cominciare a comprare Super-Cat… se recupererò il Fattori.