Alessandra Alioto & Rosalba Repaci L’amore platonico
“Marco, con tutto il rispetto che si meritano le mie due creatrici, ti dico sinceramente che da qualche tempo mi stanno davvero rompendo i cristalli”.
“Chi? Alioto e Repaci? Le credevo innocue”.
De Scalzi si tormentò il pizzetto, in quel momento in fase corta. Non aveva perso ancora il vezzo di passare da un viso rasato a una peluria corta, più raramente a una barba di media lunghezza, da finto trasandato, che piace molto alle donne. Le sue labbra si inarcarono leggermente in un sorriso.
“Invece sono due femmine terribili e Rosalba è quella che mi preoccupa di più. Sospetto che le idee più bizzarre provengano da lei: non ha rispetto per la mia persona”.
“Ma tu ti fai mettere i piedi in testa da una sciroccata come lei?”.
“Sono costretto, caro Marco, perché loro tengono le fila della mia vita ed io ho davvero poco raggio d’azione. Non pensare che non sia riconoscente alla loro penna: mi hanno creato, sono brave e a volte – raramente – simpatiche, ma non sopporto che mi facciano lavorare a singhiozzo. Mi mettono in riposo forzato, quando vogliono loro”.
Marco sorrise, accarezzando un gattone obeso che dormiva placido sulle sue gambe.
Alzò lo sguardo per informarsi: “Vuoi dire che la Repaci ha poca voglia di scrivere?”.
“Certo, non lo sapevi? Prima di me ci sono sempre altre priorità… in ordine di importanza: aperitivi con le amiche, serate al karaoke, corsi e corsetti di teatro, chat interminabili con chissà chi, spaparanzamenti sul lettino al mare da maggio fino a settembre pieno e, soprattutto, io vengo inderogabilmente dopo la sigaretta”.
“Non vorrei contraddirti, ma le tue due autrici pubblicano con regolare scadenza”, puntualizzò Marco con cognizione di causa.
De Scalzi scosse la testa in segno di assenso e continuò: “Certo, non dico di no, ma se vuoi proprio saperlo, di questo dobbiamo ringraziare Alessandra che ogni giorno stressa Rosalba con pressanti messaggi per riportarla all’ordine. Lei la conosce bene, sa come fare e alla fine i loro noir tagliano sempre il traguardo”.
“Tutto è bene ciò che finisce bene... allora di che cosa ti lamenti?”.
“Ecco qui un elenco, così faccio prima: mi fanno strafogare di dolci ed io preferisco il salato, sono una buona forchetta e la fidanzata che mi hanno messo accanto è una donna che spilucca e mangia per finta, il mio sottoposto Ippolito non è il genio della lampada e parla come mangia e, infine, quello che mi logora di più: non mi fanno mai trombare!”.
“La ragione della tua castità forzata te la posso svelare io: è colpa dell’Alioto, la pudica della coppia”.
Dopo aver fatto la battuta Marco iniziò a ridere in modo tanto rumoroso da spaventare il gattone, che se la diede a gambe: guardando con sospetto quei due uomini così di buon umore, uscì dall’ufficio della casa editrice per raggiungere altri due gatti che si stavano rifocillando nelle ciotole che l’editore non scordava mai di riempire di crocchette per i felini del quartiere.
L’obeso scaldagambe rossiccio di Marco si trovò a banchettare insieme a un esemplare rachitico di sfigatto randagio ed a un magnifico persiano nero dagli occhi gialli come fari nella notte… un animale che di certo non trascorreva la sua vita all’aperto, ma sicuramente dormiva accoccolato su un letto padronale. De Scalzi uscì a guardarli da vicino, li-sciò il pelo lucido e curato del persiano e chiese a Marco: “Da dove viene questo splendido animale? Non è certo un randagio...”.
L’editore si alzò per raggiungere De Scalzi sul marciapiede di fronte alla porta dell’ufficio e constatò che la palla di pelo scuro altri non era che il gatto degli inquilini del piano di sopra.
“Questo è Platone. Appena ne ha l’occasione fugge da casa sua per venire a mangiare qui da me. È un intellettuale, gli piacciono molto i miei noir”.
Mentre De Scalzi si accucciò per accarezzare tutti i felini, senza distinzione alcuna né di razza né di bellezza, un camioncino entrò nel cortile strombazzando, facendo scappare tutti gli animali.
“De Scalzi, prendi Platone: non fartelo scappare, altrimenti va a finire che si perde”.
Il maresciallo si alzò in piedi di scatto e, con un’agilità che sorprese l’editore, rincorse il persiano sul retro dell’edificio. Lo vide infilarsi sotto una siepe e si allungò per prenderlo. L’animale si arrese facilmente facendosi sollevare. Quando ritornò nel cortile, l’autista aveva già spalancato il portellone posteriore del camioncino per scaricare il primo bancale di libri, nuove creature che avrebbero riempito le librerie per la soddisfazione dei loro autori.
De Scalzi notò che Marco stava sovraintendendo le manovre, dando direttive precise al giovane. Le copie erano tante, l’operazione di scarico avrebbe richiesto molto tempo. De Scalzi si spupazzò il gatto e chiese:
“Marco, vuoi che lo riporti a casa?”.
“Faresti una gran cosa: devi suonare all’interno tre, sul citofono c’è scritto Biamonti”.
Il maresciallo si incamminò verso il portone che trovò spalancato. Mentre saliva la rampa di scale per arrivare all’interno indicato, il cognome appena sentito gli risuonava nella testa senza averne un ricordo preciso. Platone se ne stava tranquillo tra le sue braccia.
Arrivato di fronte alla porta dell’appartamento, udì una donna strillare: “Sei un bastardo, vuoi prendermi Platone!”.
De Scalzi percepì anche l’urlo di risposta: “Quel gatto è entrato in questa casa prima di te: mi sono fatto cacciare come un imbecille, ma Platone è mio… sono venuto a prenderlo e non c’è! Sei sempre la solita stronza, dimmi dove l’hai nascosto!”.
“Ti ho già detto che non lo so. Prima che tu arrivassi stava dormendo sul divano… sarà scappato quando tu hai aperto la porta: sei tanto stupido che non l’avrai visto”.
Il suono secco di una schiaffo arrivò nitido alle orecchie del maresciallo.
Poi si scatenò l’inferno: le urla della donna percossa sovrastavano il rumore di mobili urtati e di chincaglierie infrante.
De Scalzi suonò il campanello ripetutamente esclamando a voce alta: “Aprite la porta!”.
La risposta dell’uomo fu immediata: “Fatti i cazzi tuoi, sparisci!” mentre, subito dopo, la donna gridò con voce rotta: “Aiuto, la prego mi aiuti! Mi vuole ammazzare!”.
A quel punto il maresciallo, battendo con forza sull’uscio, svelò la sua identità gridando “Carabinieri!”.
Il silenzio calò nell’appartamento, poi la donna spalancò la porta e si lanciò verso il maresciallo quasi a peso morto, cadendo in ginocchio accanto a lui. De Scalzi gettò il gatto in casa, si voltò verso di lei e vide che aveva uno zigomo gonfio e il labbro sanguinante. Le fece una carezza sulla testa ed entrò: l’uomo era in piedi con Platone tra le braccia… lo stava lisciando teneramente, come se nulla fosse accaduto.
“Cosa è successo di sopra?”, chiese Marco, intento a rimirare i nuovi arrivi, quando De Scalzi lo raggiunse in magazzino. “Hai persino chiamato i rinforzi…”, aggiunse osservando due carabinieri in divisa che spingevano Biamonti, ammanettato, su una gazzella.
“Ha percosso la moglie credendo avesse nascosto Platone per non restituirglielo”.
“Solo un vigliacco picchia una donna”, commentò l’editore.
“In più mi chiedo se si può arrivare a questi punti per un gatto”, sottolineò il maresciallo. “Chiamare bestia quell’uomo offende gli animali, d’altra parte…”. “Cosa?”, domandò Frilli. “L’ho riconosciuto; cinque anni fa lo avevamo già arrestato: approfittando di essere inserviente del San Martino derubava gli anziani ricoverati, arrivando perfino a sfilare fedi e catenine ai morti”.
“Proprio un bell’esemplare!”.
“Come il gatto che lo rimanderà dritto in galera”, concluse De Scalzi con un mezzo sorriso.