Ivano Barbiero: Una scomparsa misteriosa

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Ivano Barbiero Una scomparsa misteriosa “Mi faccia capire: sta dicendo che ha visto un bagliore, una specie di nuvola bianca, e il gatto è sparito nel televisore, quell’apparecchio a schermo piatto? Pressappoco quando il suo padrone moriva, a pochi chilometri di distanza? Poco prima che lei ricevesse una telefonata che annunciava la morte di Marco Frilli?”. “Commissario Piacentini, non sono un pazzo e sono astemio. Come è vero che mi chiamo Rocco Bairo a me è sembrato che i fatti si siano svolti proprio come glieli sto raccontando. Me li ricordo nitidamente anche se sono passati tre mesi. Da una decina di giorni mi avevano dato in custodia il gatto perché il suo proprietario stava peggiorando. Poi Marco è morto, a pochi chilometri da qui, e contemporaneamente, anzi pochi istanti prima della telefonata con cui venivo avvisato, la sua gatta Tinì si è smaterializzata. Davanti ai miei occhi. Come fosse stata inghiottita da una nuvola di vapore. E ieri sera è ricomparsa. Nonostante le porte e le finestre fossero chiuse e sprangate. Io non volevo raccontargliela questa storia, rischiando di essere scambiato per un visionario, ma la paura ha preso il sopravvento. Mia figlia Daria che studia filosofia, mi ha anche suggerito che potrebbe trattarsi di un feno-meno di sincronicità. Però con tutta questa fenomenologia e con i misteri ci mastico poco”. Il commissario Siro Piacentini aveva ereditato dal padre Aldo la calma e l’analisi minuziosa nel ragionamento. Soprattutto nel cercare un filo logico nei fatti. Tinì, “la gatta fantasma” di Marco Frilli, era a pochi passi da lui, incurante di tutto e di tutti. Almeno questa era la sua impressione. Uno splendido quanto maestoso esemplare di felino menefreghista. Intento a lisciarsi con estrema cura il pelo di una zampa con la lingua rasposa. Piacentini lo osservava, ammirandone il manto bicolore e l’imponenza. Solo le orecchie, puntate in alto, tradivano il suo stato di perenne allerta. Sembrava proprio una lince, forse erano proprio queste le sue antiche origini. Ma dove poteva essersi infilata Tinì per novanta e più giorni? Rocco Bairo era un amico di infanzia di suo padre che si era trasferito da Torino in Liguria, a Boccadasse, appena maturata la pensione. Di lui non poteva dubitare. Così come non poteva dubitare che in tutti quei giorni in cui Tinì era scomparsa, avesse rovesciato la casa per trovare una possibile via di fuga di Tinì. E allora? Sulla sincronicità degli avvenimenti, o meglio sulle possibili correlazioni aveva sempre nutrito seri dubbi. Ma per una volta provò a immaginare che la gatta avesse voluto dare un ultimo saluto al suo padrone, decidendo di andare a trovarlo. Per una volta abbandonò la strada della logica, immaginando che Tinì fosse realmente riuscita ad abbattere e a scavalcare le barriere temporali. Ma ancora una volta la logica prese il sopravvento. “Signor Bairo, in casa ha delle bocchette o degli sfiatatoi per il gas?”. “Sì, certo, dietro il mobile della cucina. È stato uno dei primi spazi che ho controllato. Ma è un buco troppo piccolo, la testa di un gatto non ci passa di sicuro. Almeno quella di Tinì”. Il commissario si era seduto su una poltrona, osservando divertito Tinì e la sua meticolosa toilette. Pensando che a dispetto di ogni logica un sistema per uscire da quella stanza lo aveva trovato. Fu in quel momento che avvenne l’inaspettato. La gatta aprì gli occhi, vide Piacentini e con un balzo si piazzò sulle sue ginocchia, ancorandosi con le unghie per un istante. Gli artigli di Tinì fecero irrigidire Piacentini che chiuse gli occhi. E anche lui fu sorpreso, stupito, da un bagliore, improvviso quanto repen-tino, mentre aveva le palpebre abbassate. In quel breve istante realizzò che si stava svolgendo una scena davanti ai suoi occhi chiusi. Tinì stava avanzando su un vialetto ghiaioso, in una giornata grigia e fredda, dietro a cinque persone. Un sacerdote con i paramenti funebri e un po’ più indietro quattro necrofori vestiti di scuro che trasportavano una bara. Im-maginò che fosse quella di Marco Frilli. Altra gente seguiva questo mesto corteo, ma più indietro, molto più indietro. Il gatto non sembrava intimorito. Anzi sembrava già conoscere la strada. Muoveva a tratti la coda, fermandosi o accelerando il passo, appena i becchini superavano qualche ostacolo rappresentato da vecchie tombe di famiglia. Addirittura gli sembrava che si sentissero nitidamente le sue fusa. Il commissario era raggelato, c’erano dei ciottoli. Parevano delimitare un tracciato magico e Tinì sembrava seguirlo. Siro Piacentini non voleva aprire gli occhi, voleva vedere l’epilogo di quella scena surreale. In silenzio i becchini lasciarono il feretro vicino alla tomba e si allontanarono mentre anche il prete si scostò per andare a salutare i familiari del defunto. Vicino alla bara rimase solo la gatta che si sdraiò di fianco, quasi dovesse officiare anche lei un suo “rito”. Quindi, prima che la gente si riavvicinasse, Tinì entrò in una tomba vicina, passando agilmente attraverso uno sportello a vetri socchiuso. E lì rimase a spiare, o forse soltanto a vegliare il suo amico di una vita. Ora vedeva solo i suoi occhi gialli che scrutavano con attenzione la scena. Due lampi nel buio, inquietanti per gli estranei, ma rassicuranti per il suo Marco. “Commissario, commissario mi sente? Dev’essere molto stanco. Si è seduto in poltrona e si è messo subito a ronfare come un ghiro. Mi scusi se la stresso, ma lei si è fatto un’idea di dove possa essere finita Tinì in tutto questo tempo?”. Siro Piacentini sorrise prima di dire: “Credo che sia andata a rincuorare e ad accompagnare qualcuno che la ha amata tanto”.
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