Adelaide Barigozzi: L’ultimo dono

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Adelaide Barigozzi L’ultimo dono MiciMici se ne stava raggomitolato nella poltrona. Sembrava dormire, ma Rosanna sapeva che era una finta. In camera, ai piedi del letto, aveva appena scoperto il suo ultimo dono. Che non era un uccellino o un pipistrello, come era accaduto mesi prima, d’estate. “Vi dico che è un dito del piede di una donna! Un alluce con l’unghia smaltata di rosso!”, urlò al cellulare trapanando il timpano destro di Patti. In sottofondo sentiva Clara citare un racconto di Patricia Highsmith, a proposito di gatti e mani amputate. Ma qui non si trattava di fiction! Patti e Clara erano le sue socie, ma soprattutto erano sue amiche, esuberanti e rotonde, come lei. Da alcuni anni gestivano una boutique di abiti XXL nel cuore di Genova. Ne avevano passate tante, avrebbero risolto anche questo mistero. La seconda telefonata la fece all’ispettore capo Belinazzi. “Che orrore!”, mormorò Patti fissando affascinata l’alluce. Dopo essere stato fotografato dalla polizia scientifica come una popstar, adesso era in una busta trasparente sul tavolo da pranzo, circondato dalle piante tropicali di Rosanna, la quale veniva torchiata da Belinazzi, spalleggiato dagli appuntati Colabianco e Ficarra. Ma lei, cosa ne sapeva? Era stato lui a portarglielo! Lui! Esasperata, puntò il dito accusatore verso la libreria. Appollaiato sull’ultimo scaffale, un maestoso gatto tigrato guardava tutto quel viavai dall’alto in basso, leggermente infastidito. “Procederemo per esclusione”, dichiarò l’ispettore capo. “Vuole dire che controllerete se è scomparsa una donna di 30-45 anni, che teneva al proprio aspetto al punto da farsi una pedicure impeccabile anche d’inverno?”, chiese Clara con quel suo tono falsamente ingenuo, tipico di quando aveva già un’idea precisa in mente. Diavolo, quella donna sembrava quasi suggerirgli il mestiere. Belinazzi stava per risponderle, quando intervenne Colabianco: “Con rispetto, un mio parente cura la manutenzione nello stabile accanto e mi ha detto che ieri è mancata una condomina. Viveva reclusa in casa con un nipote e pare gli abbia lasciato una fortuna. Magari c’è sotto qualcosa di losco e l’alluce è suo… ”. Rosanna conosceva di vista Annaluisa Canapa. Un tempo l’incontrava spesso al bar pasticceria. Una donna relativamente giovane, il nipote era figlio della sorella maggiore. Poi, puff. Era sparita. E ora, a quanto pare, era morta. “Faccio yoga con un’ex ballerina che abita sotto di loro, Veridiana si chiama. Ha lasciato la danza per amore e ora è una specie di casalinga disperata. Il marito la tradisce, ma dice che non lo lascerà mai. Non ha figli, deve essere pure ricca, ma passa le sue giornate a fare le pulizie. Incera i pavimenti e li lucida a mano come negli anni Cinquanta, una cosa davvero…”. “Venga al dunque, signorina!”, la sgridò Belinazzi. “Be’ la scorsa settimana mi ha detto di aver sentito dei rumori tremendi. E quando si è lamentata con il nipote, quello ha avuto la faccia tosta di invitarla sul suo motoscafo! Che poi, Veridiana soffre pure il mal di mare…”. “Fermi tutti! È la polizia. Dobbiamo fare un controllo per un’indagine in corso!”. Intimò Belinazzi. Per incredibile che fosse, anche Patti, Clara e Rosanna erano state ammesse all’operazione: un sopralluogo nell’appartamento della Canapa. La defunta giaceva ancora nel suo letto, un modello in tubolare d’acciaio regolabile tramite telecomando, che faceva a pugni con gli antichi arredi barocchi della stanza. “Lo abbiamo installato una settimana fa”, spiegò il nipote. “La zia era malata da tempo, ma aveva avuto un tracollo e non riusciva più a muoversi. Per portar via il vecchio letto a baldacchino ci sono voluti due uomini. Hanno dovuto farlo a pezzi perché non passava dalla porta”. Ecco il perché di tutto quel chiasso, pensò Rosanna. Restava da fare un semplice controllo. Dentro i mocassini dalla foggia maschile, entrambi i piedi della signora Canapa erano intatti. A Rosanna però quell’alluce non usciva di mente: pensava alla proprietaria e si sentiva stringere il cuore. E se avesse seguito MiciMici nella sua prossima scorribanda? Si sarebbe appostata in un punto strategico e non l’avrebbe perso di vista. Fu così che il gatto la condusse al centro estetico Mon Ongle. “Fermi tutti, è la polizia!”. Patti sbuffò: Belinazzi poteva almeno im-provvisare un’altra battuta. Su Milly Bettola, un donnino di origini francesi, però, fece impressione. Proprietaria del centro, diplomata estetista, pluripremiata in ricostruzione delle unghie e nail-art con menzione in caviar manicure, non si capiva se era soggiogata dalla paura o dal fascino dell’ispettore capo. “Cosa sono queste?!”, le urlò in faccia lui, sconvolgendola ulteriormente. “Unghie!”, rispose lei con un filo di voce. “E magari, nella frenesia di tagliare e limare, nel mucchio c’è finito un alluce...”, insinuò il poliziotto. Ma no, niente alluci, nessun polpastrello. Le unghie in questione si rivelarono finte. Belinazzi era mortificato. In compenso, all’improvviso le sue unghie erano impeccabili, notò Clara, che badava a certi dettagli. “Avete scoperto qualcosa analizzando il reperto? Un callo, un tatuag-gio…”, gli domandò. “In effetti, la pelle è risultata callosa, come se la donna camminasse sempre scalza”. Rispose Belinazzi. “E avete rintracciato gli abitanti della zona? Nessuna donna manca all’appello?”, lo incalzò. “Nessuna. Cioè, a parte Conassi Veridiana, ma è in crociera con il marito Santomasi Luigi. Si sono imbarcati ieri a Venezia e partono stasera per le isole greche. Ho controllato”. “Non arriveremo mai!”, brontolò Patti. “Se Belinazzi mi avesse dato ascolto!”, le fece eco Rosanna. Erano riuscite a saltare sull’Intercity per Milano delle 14.18 e poi a prendere il Frecciarossa. L’arrivo a Venezia era previsto alle 18.40 e la nave sarebbe salpata per Corfù alle 20. Avevano i minuti contati. Per fortuna, un amico che lavorava per la compagnia navale aveva recuperato il numero di cabina: 668. Passare inosservate all’ingresso non fu facile, ma nemmeno impossibile. E una volta a bordo, trovare la cabina fu un gioco da ragazze. Bussarono. La porta si aprì e comparve un anziano signore in vestaglia, che le guardò risentito. “Ho già detto che non sono interessato allo spettacolo di prestigio questa sera, sono in crociera per dedicarmi alla lettura!”, dichiarò. Una pila di libri torreggiava alle sue spalle. Chiarito l’equivoco, l’uomo si presentò: si chiamava Marco Frilli, faceva l’editore e non conosceva nessuna Veridiana né tantomeno Luigi. Però quel numero, non poteva essere 899? Bastava girare il foglietto… Presa da entusiasmo Rosanna lo baciò in fronte, prima di dileguarsi con le amiche. La proprietaria dell’alluce non era lontana. In che stato fosse, presto l’avrebbero scoperto. Tra una cosa e l’altra, fecero l’alba. Il giorno dopo era domenica così decisero di ritrovarsi a casa di Rosanna, dove tutto era cominciato. Quale luogo migliore per tirare le somme degli eventi? “Veridiana soffriva il mare, non sarebbe mai andata in crociera!”, sbottò Rosanna. “Aveva fatto danza, giusto? Perciò hai pensato a lei quando Belinazzi ha parlato di calli”, osservò Patti. “Già. Peccato che questi ragionamenti fossero troppo sottili per lui”. Ribatté Rosanna. “Ma sai, è un uomo di poca fantasia. Mentre al marito di Veridiana non è mancata. Occorre essere creativi per immaginare un piano così diabolico: soffocare la moglie, sezionarla in cantina, infilarla in una valigia, svuotare il conto in banca e poi andare in crociera con l’idea di inscenare un incidente fingendo che fosse caduta in mare in acque internazionali. E portandosi dietro l’amante all’insaputa di tutto, registrandola con i documenti della moglie!”, disse Clara. “L’aveva fatta vestire come Veridiana, anzi, ci somiglia proprio!”, af-fermò Rosanna. “Ma non avevano fatto i conti con il tuo gatto!”, concluse Patti. MiciMici, sentendosi nominato, si stirò soddisfatto. Era stato a caccia tutto il pomeriggio. Ai piedi del letto di Rossana aveva deposto il suo ultimo tesoro. Un orecchio ornato da un pendente d’oro l’aspettava nel buio.
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