Maria Bellucci: La sindrome del gatto

1249 Parole
Maria Bellucci La sindrome del gatto Nora aveva un viso ed un corpo fragili e sottili, sembravano fili d’erba, i capelli, a causa dei parassiti, se li era tagliati con delle forbici e non avevano una forma, non aveva visto altro al di là del confine di quella stanza; era cresciuta lì, in quel posto senza interruzioni, sempre lo stesso colore, lo stesso movimento, lo stesso rumore. Ulisse il suo compagno di prigione, un certosino dagli enormi occhi gialli, era cresciuto insieme a lei, aveva condiviso tutta quella solitudine che le si era insinuata nella testa, la sentiva muoversi la notte quasi a cercarsi un posto più comodo. Quando si sdraiava sul letto a testa in giù, sentiva l’angoscia che le maneggiava i nervi, le stringeva la gola, il ventre, apriva le dighe dell’anima che la facevano gridare; respirava un’aria gelida che la paralizzava, la sentiva impadronirsi del suo corpo che ricopriva come una pelle sottile. In quella stanza c’erano pile di libri che aveva letto e riletto, un banco da lavoro pieno di attrezzi, un letto sempre in disordine, passava il suo tempo a giocare con Ulisse e con il tempo ne aveva assorbito i movimenti, le abitudini, due gatti o due essere umani, uno aveva dato all’altro qualcosa di sé. Aveva imparato a usare ogni tipo di oggetto tagliente infierendo sul suo corpo: lamette, taglierini, pietre appuntite, cocci di vetro, grattugie, lime, carta vetrata, rasoi, coltelli, temperini, cacciaviti, forchette. Aveva imparato ad amare il sangue, a non poter più fare a meno della sua presenza dolce, tiepida, rassicurante fra le dita, quell’ipnotizzante fluire, con le sue affascinanti variazioni d’intensità, le era a volte indispensabile. Col sangue, poteva fare tutto quello che voleva, quando usciva a grumi, già coagulato, era uno dei momenti più eccitanti per lei. Una lava densa, compatta che sgorgava senza sosta dalle ferite sotto i colpi della lama: grumi, pezzettini segretissimi e dolcissimi. Si leccava le ferite come Ulisse, si puliva con piccoli colpi di lingua e si passava le braccia inumidite tra i capelli. Guardava suo fratello che aveva gli stessi movimenti e sorrideva. Ulisse le aveva insegnato a muoversi al buio, a sentire il pericolo quando arrivava, a uccidere aspettando il momento giusto, si era allenata sugli scarafaggi e le mosche che si erano impadroniti di ogni angolo del suo rifugio. Erano un’unica arma, un unico corpo. “Cosa vuoi? Non toccarmi, no fermo”. La stringe a sé, piega e spinge la sua testa in alto, contro la sua che si abbassa. Serra le labbra e sente le sue che la risucchiano, infieriscono con la lingua, i denti. La mangia, la tiene ferma con le braccia, apre le sue cosce con una gamba e poi la penetra. Nora tenta di graffiarlo, di morderlo, guarda Ulisse cercando aiuto. Il gatto salta sul letto, prova a graffiare ma viene sbattuto in terra da un pugno, Nora non avverte più nulla al di fuori del corpo che è sopra di lei. Non vuole che accada più e invece ogni giorno si ripete lo stesso rigido rituale, porta da mangiare, svuota i secchi dagli escrementi e abusa di lei, in tutti i modi, aveva fatto tutto sul suo corpo. Quando soddisfatto usciva e sentiva chiudere la porta, Nora prendeva tra le braccia Ulisse e cercava l’affetto e il calore che non conosceva. Non sapeva quanto tempo fosse passato da quando era stata chiusa in quella gabbia, aveva solo dei frammenti di ricordi, l’odore di sporcizia, il buio e una piccola palla di pelo che le si era appiccicato addosso appena entrata, aveva segnato il passare dei giorni in un angolo di una parete tutte le volte che aveva abusato di lei e ogni volta stringeva i pugni ripetendosi che sarebbe finito presto. Infila un dito rancido di nicotina nella sua bocca, lo fa scivolare dentro e fuori rigido, estraendolo del tutto solo quando è coperto di bava. “Giù, sdraiati, rilassati, brava”. Passa un braccio dietro il suo collo, si mette su un fianco e blocca le gambe con le sue, costringendola a tenerle aperte. “Dammi le mani, da brava, metti qui i polsi”. Nora non riusciva a definire i tratti del viso ma sentiva il suo alito pesante di fumo e alcol. Obbedisce, i suoi polsi sottili finiscono stretti in una morsa. Poi l’altra mano scende, carezza, spinge dentro un dito. “Sei così calda”. Nora si abbandona alla sua mano e chiude gli occhi per non vedere i suoi fissarla, scrutarla, un fiotto di sangue che le bagna le cosce, ma lui non si ferma, il sesso turgido che si muove più rapido, tenta di chiudere le gambe, ma sono bloccate. “No piccola, non ancora”. “Basta, è troppo forte”. “Ancora una volta, una volta sola, ma devi tenere le gambe aperte”. Obbedisce, non può fare altro, e il dolore la sovrasta e la annichilisce. In ginocchio sul letto, ora, dondola avanti e indietro, avanti e indietro, come per cullarsi, sapendo bene che culla anche l’Angoscia. Resta seduta così, con le gambe piegate sotto di sé, le mani strette sul petto. Ulisse sdraiato vicino a lei miagola e cerca una sua carezza, come a dirle sono qui, io ti proteggo, io sarò con te. Lo osserva, riesce a trovare la forza per stringerlo, fanno le fusa insieme, si addormentano acciambellati, stanchi senza forse. Era di nuovo mattina, aveva imparato a riconoscere quando arrivava dalla luce che entrava nella stanza e si rinchiudeva in un angolo con Ulisse davanti a farle da protezione. Eccolo, sentono i suoi passi. La figura rinchiudeva Ulisse dentro una cassa di plastica, non voleva interruzioni al suo piacere. “No, per favore, stavolta no”. Nora prova a impietosire il suo carnefice, cerca di allontanarsi con un guizzo felino ma lui la prende per un braccio e la blocca. Mentre si sente trafitta da quell’asta calda, la punta della sua lama, affilata, entra nelle viscere dell’uomo. Gusta la morte che le si avvicina, la guarda, si accarezza il seno, lasciva. Per lui è una sensazione acida, bruciante: quella d’una lama che lo squassa, lo sventra con una lentezza esasperante aprendolo da parte a parte. Sente le sue grida, il suo viso immerso nel terrore e resta immobile, poi le lenzuola inondate d’un rosso scarlatto che ricopre di schizzi la sua pelle. Fatto. Nora, stremata, si accascia tra le lenzuola, Ulisse si avvicina, annusa il corpo e si mette a mangiare lentamente, l’incubo è finito. Quando si sveglia è già mattina. Adesso, alla luce del giorno nuovo, guarda il suo lavoro e le sembra un capolavoro. Il letto è sfatto di lenzuola di sangue e strappato, mordicchiato, lacero e rosso quell’uomo le piace. Osservava la sua metamorfosi in carnefice, uscendo dal suo guscio Nora acquistava una vita propria, scopriva la fisica, la densità, la velocità. L’angoscia, sua compagna le era accanto, la sentiva sottomessa a lei, come lo era stata lei alle sue leggi ossessive. Esistevano loro due, finalmente divise, le loro reazioni, il sangue, il vuoto, le manie, la nausea, il cuore. Prese Ulisse in braccio, le chiavi della porta della stanza e uscì libera, sapeva dove andare, dove rifugiarsi. “Come si chiama il tuo gatto?”. “Ulisse, è mio fratello e io sono Nora”. Marco Frilli li guardò, erano simili, si muovevano con le stesse mosse, era stupito da tanta somiglianza. La ragazza non poteva avere più di diciassette anni. Si portava, dopo averla leccata, la mano sulla testa e se la passava come volesse pulirsi. Il gatto lo fissava. Erano tutti e due raggomitolati, avevano lo stesso sguardo di chi ha subito anni di violenze e patimenti, di chi aveva condiviso quei dolori e aveva costruito la rinascita. Offrì dell’acqua e qualcosa da mangiare a tutti e due. Più tardi avrebbe chiamato la polizia, più tardi.
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