Marina Bertamoni: L’incongruenza narrativa

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Marina Bertamoni L’incongruenza narrativa “Buongiorno, posso disturbarla?”. Luce Frambelli è seduta sotto i portici di Piazza della Vittoria, ad un tavolino del Caffè Vistarini, davanti ad una tazzina di caffè ormai freddo. Alza gli occhi dal fascicolo che sta esaminando e guarda l’uomo che ha interrotto i suoi pensieri. Il caso al quale sta lavorando è intricato e lei finisce per pensarci notte e giorno, anche quando, come oggi, non è in servizio. L’uomo che le ha rivolto la parola è un signore distinto e non più giovane, che le fa subito simpatia, a pelle, e non sa spiegarsi il perché. “Prego, dica pure”, risponde Luce, affabile. Osserva meglio l’uomo e una sensazione di déjà-vu la coglie. “Ci conosciamo?”. “No, non credo”, risponde l’uomo sedendosi accanto a lei, “ma chissà… forse in una vita precedente”. Un cameriere arriva per prendere la sua ordinazione. “Mi porti un caffè, per piacere, e uno anche per la signora”, dice l’uomo. “Credo che quello che ha ordinato prima sia ormai imbevibile”. Luce lo guarda divertita. “Una vita precedente? Lei crede nella reincarnazione?”, gli chiede. L’uomo ride sommessamente, un suono roco interrotto da un colpo di tosse. “No, no. Io sono una persona concreta, credo solo a quello che vedo. E di cose, mi creda, nella mia vita ne ho viste parecchie. Oggi, per esempio, ho visto una bella ragazza che se ne sta tutta sola a leggere dei fogli stropicciati, con l’espressione imbronciata più affascinante che abbia mai visto”. Ecco qua. Il distinto signore, che potrebbe essere suo padre, ci sta provando con lei. Lo osserva meglio, gli occhi diventati due fessure dalle quali far uscire lo sguardo tagliente che riserva agli scocciatori. L’uomo ride di nuovo, stavolta di gusto. “Tranquilla! Non sto provando a sedurla! La sua espressione corrucciata mi suscita curiosità, non desiderio. Mi faccia indovinare: lei è una poliziotta?”. Luce inizia a sentirsi a disagio. È un tipo riservato, quando si tratta del suo lavoro lo è ancora di più. “Anche se fosse?”. Risponde sospettosa. “Ah, beh… io con commissari e affini ho un buona dimestichezza. Permette che mi presenti?”. E sarebbe anche ora, pensa Luce. “Sono Marco Frilli, della Fratelli Frilli Editori, di Genova. Mai sentita nominare?”. Luce ci pensa un attimo. È appassionata lettrice, di gialli e noir in particolare. Come non conoscere quella casa editrice, le sue copertine giallo acceso che si riconoscono tra mille sugli scaffali delle librerie? “Piacere, Luce Frambelli. E sì, ci ha preso, sono un’ispettrice di polizia. Certo che conosco la Frilli, mi piacciono i romanzi che pubblica. Cosa ci fa a Lodi?”. Marco fa un cenno con la mano, come per scacciare una mosca fastidiosa. “Sono venuto a cercare una persona, un’autrice che forse potrebbe interessarmi. Ho letto qualcosa di suo, poche righe che mi hanno intrigato, ma sa com’è la vita… a volte ci si vorrebbe incontrare, ma le circostanze decidono per noi, e quell’incontro diventa impossibile. Però, mai dire mai. Se è destino, ci s’incontra comunque”. Il cameriere arriva portando i due caffè. Li scarica sul tavolino con un gesto coreografico e lascia lo scontrino sotto la zuccheriera. Per qualche istante, c’è solo il rumore dei cucchiaini che mescolano il caffè per amalgamarlo con lo zucchero. Dopo il primo sorso, Marco si accende un sigaro. “Disturbo se fumo?”. Luce vorrebbe rispondere che sì, il fumo la disturba, soprattutto quello del sigaro, che trova disgustoso. In fondo però sono all’aperto e il vento leggero allontana le volute aromatiche, sfilacciandole in nuvole che si disperdono nell’aria primaverile. “Faccia pure”, dice, concedendo il permesso. “Allora? Mi vuol parlare dei suoi crucci?”, chiede Frilli, aspirando voluttuosamente il fumo. “Mah… sono alle prese con un caso complicato. Sappiamo chi è il colpevole, ma non riusciamo ad incastrarlo. Abbiamo solo indizi, nessuna prova e nessun testimone disposto a collaborare con la polizia. Il sospetto si diverte a prenderci in giro e ci sfotte, anche pubblicamente. È un tipo scaltro, ha fatto le cose per bene, e lo sa. Ecco il perché della mia espressione, che più che corrucciata definirei incazzata”. Marco annuisce, pensieroso. “Eh, sì… c’è di che incazzarsi. Belìn, i delinquenti sono proprio dei figli di puttana, vero? E i figli di puttana hanno la tendenza ad essere arroganti, a credersi al di sopra di tutto e di tutti”. È vero, ma non è tanto l’arroganza ad esasperare Luce, quanto il senso d’impotenza di fronte ad essa. Marco scrolla il sigaro nel posacenere e annuisce di nuovo. “Il delitto perfetto non esiste”, dice, con il suo accento inconfondibile. “Se esistesse, sai che problema per gli editori come me? Ogni delitto deve avere il suo colpevole, è questo che vogliono i lettori”. “E anche la giustizia”, risponde Luce. Un gatto nero, dal pelo lucidissimo, compare da chissà dove e si struscia prima sulle gambe di Luce, poi su quelle di Marco. Si siede vicino ai suoi piedi e lo fissa, un occhio giallo e uno azzurro, con quell’aria enigmatica che solo i gatti sanno assumere. “Lei ama gli animali?”, chiede l’editore. “Io trovo che abbiano molto da insegnare agli uomini. I gatti, poi, sono speciali. Ne ho avuti parecchi e non mi hanno mai deluso. Sanno scegliere le persone a cui dare la propria fiducia e raramente sbagliano. Altrettanto non si può dire della stragrande maggioranza degli esseri umani. Posso darle un consiglio?”. Luce dubita che il consiglio dell’editore possa esserle utile, ma acconsente. “Nel valutare un romanzo giallo, c’è una cosa che bisogna sempre controllare: le incongruenze narrative, quei particolari che fanno sì che la trama s’inceppi e che il lettore dica: questo come si spiega? Dopo tante riletture del proprio manoscritto, è facile che l’autore non riesca più a riconoscerle. Ci vuole un occhio vergine, per evidenziarle. Ecco, a lei serve un occhio vergine. Rilegga la trama, ma cambiando prospettiva. Si metta nei panni del presunto colpevole e cerchi di pensare come lui, di agire come lui. Vedrà che qualcosa salta fuori”. Luce resta in silenzio. Il gatto nero è ancora lì, seduto vicino a Marco, la coda appoggiata sulle zampe anteriori, spettatore muto di quella conversazione. Marco si china e gli accarezza piano la testa. Il gatto accoglie la carezza socchiudendo gli occhi e assecondando il movimento. “È stato un vero piacere parlare con lei”, dice l’editore. “Ora mi scusi, ma devo proprio andare. Mi aspetta un viaggio molto lungo e faticoso”. Si alza e lascia una banconota sotto la zuccheriera, vicino allo scontrino. Luce stringe la mano che Frilli le porge e lo guarda allontanarsi, una sagoma che presto svanisce sotto i portici del Broletto. Il felino si stiracchia e rivolge a Luce il suo sguardo bicolore, che sembra dire: fossi in te, gli darei retta. Luce è incredula, le sembra che il gatto stia sorridendo. Chiude gli occhi per un istante e quando li riapre il gatto non c’è più. Apparso silenziosamente, nello stesso modo se n’è andato. Riapre il fascicolo e inizia a riconsiderare ogni cosa secondo la prospettiva che Frilli le ha suggerito. Si concentra su ogni evento e su ogni particolare, calandosi nei panni del presunto colpevole. E all’improvviso, eccola lì, l’incongruenza “narrativa”, quella che le consentirà di spedirlo in galera! Non riesce a trattenersi e lancia un urlo che fa voltare più di una persona. Prende la leggera giacca che aveva appoggiato alla spalliera della sedia e si avvia verso la più vicina libreria. Festeggerà comprando un libro, e non un libro qualsiasi: il libro giusto è un libro Frilli.
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