Capitolo I
Capitolo I
Se fissava con attenzione dall’ombra, poteva vedere il mare. Gli piaceva guardare il sole mentre affondava all’orizzonte: la luce scompariva sconfitta e le tenebre calavano improvvise, protettive.
Da quanto era su quella montagna aspra e silenziosa?
Non ricordava. Per lui il tempo non aveva significato.
Vedeva le nuvole correre e il sole accecante, nelle lunghe e secche estati e poi la pioggia, persino la neve, qualche volta…
Dove erano andati a finire tutti? Non c’era più nessuno dei suoi.
Dopo quel tuono, la luce. Quella spaventosa luce minacciosa e terribile.
Era fuggito, senza dignità, con la testa bassa e le mani sulle orecchie per non sentire.
Era sconvolgente quello che provava dentro: un rancore senza confini, insieme a un infinito, insopportabile senso di colpa.
Aveva chiuso gli occhi per non essere annientato e proprio allora si era sentito cadere, terrorizzato, per un tempo inimmaginabile.
La luce si era spenta: il buio, il silenzio, il nulla.
“È finita” aveva pensato.
Era la disfatta: totale, irrimediabile della ribellione a quel potere assoluto, immutabile, invincibile.
Avevano sperato di sconfiggerlo, di infrangerlo.
Il loro condottiero era bellissimo; era coraggioso e seducente, avrebbero battuto il Tiranno. Si sarebbero liberati dalla schiavitù.
Da lontano, insieme alle schiere dei suoi compagni, aveva visto arrivare le armate nemiche: erano infinite e ancora altre se ne accalcavano dietro.
Ma loro non avevano avuto paura.
Il condottiero passava tra le file ordinate e li incitava al coraggio e all’eroismo:
“Non possono vincerci tutti. Noi vogliamo giustizia. Loro sono schiavi, senza volontà, senza capacità di scelta. Li sconfiggeremo con il nostro entusiasmo, con la forza dei nostri ideali. Li sbaraglieremo, perché noi siamo nel giusto. Coraggio! Non tremate! Non vi disperdete. Seguitemi! Andiamo avanti!”
Le armate avversarie avevano vacillato al primo scontro.
Indietreggiavano, erano impaurite.
Fu un attimo: quel rumore assordante, quella luce accecante apparvero all’improvviso, arrivavano da ogni direzione.
Non si vedevano più lo schieramento davanti, la retroguardia e nemmeno il compagno vicino.
Dalle loro gole sgorgò un urlo disperato di consapevolezza:
“Non avrebbero mai vinto, sarebbero stati sconfitti, dispersi, fatti prigionieri, esiliati: chissà dove?”
Il colpo violento contro la roccia lo lasciò stupito.
Intorno solo silenzio.
Rimase fermo, con i pugni stretti sulle orecchie, gli occhi chiusi. Accoccolato su se stesso, appoggiato sulle ginocchia, con la faccia a terra a respirare un odore di polvere e roccia.
Non osava aprire gli occhi.
Pensava che, se lo avesse fatto, si sarebbe trovato circondato da mille nemici, che lo avrebbero finito.
Non voleva rivedere quella luce, provare quel calore bruciante, sentire quel boato che spaccava la testa.
Rimase lì ad aspettare la fine.
Riusciva solo a pensare che avrebbe voluto fare ancora mille cose, che non voleva che tutto finisse lì, su quella superficie ruvida e calda…
“Una superficie ruvida e calda?” pensò sorpreso.
Scostò piano i pugni dalle orecchie.
Silenzio.
Dischiuse le palpebre e di sbieco guardò oltre, da sotto la sua ombra.
La luce c’era, ma non era così forte, non faceva male.
Vide una montagna.
Era aspra, vegetazione bassa e stenta. Poca erba, solo ciuffi radi e qualche albero.
Sassi, sassi dappertutto.
Era solo nel silenzio, dove erano i suoi compagni?
Una brezza sottile gli portava un altro odore.
Alzò il capo e si mise in ginocchio.
Laggiù, lontano, una distesa azzurra si muoveva.
Si alzò e incominciò ad arrampicarsi lentamente.
Non sapeva dove stava andando, ma doveva trovare un rifugio, un posto dove la luce, anche quella che vedeva adesso, non potesse entrare: non lo avrebbero trovato.
La marcia fu penosa fino ad una parete verticale, bianca tra venature rosse che la percorrevano tutta e scintillavano ai raggi luminosi.
Si avvicinò, barcollando.
Tra due massi, quasi immense colonne, si apriva una fenditura. Lì di fianco scendeva un rivolo d’acqua, straordinariamente limpida.
Bevve, attratto, senza sete.
Dentro, doveva andare dentro, al buio.
Un salto e fu nelle tenebre.
Non lo avrebbero trovato: mai più.
Si accoccolò a terra e cadde addormentato, cullato dal rancore e dal dolore.