Prologo-3

1802 Parole
- Hanno avvisato dall’ambasciata per chiedere un anticipo della visita presidenziale della settimana ventura. Tjader ha chiamato poco dopo pranzo, aspettandosi che tu fossi già rientrato, ma gli ho detto che avrei preferito darti la notizia io stessa. L’ambasciatore Howe è rientrato da Olympia questo pomeriggio, ha ritelefonato lui sulla nostra linea… - Elina? Perché non ti calmi e mi racconti l’essenziale? Stavolta fu lei a essere spinta a sedersi in salotto. Le falde dell’abito rosso le ricaddero ai lati; continuava a mostrargli il suo bianchissimo, radioso sorriso. - Lucetius… Lucetius in persona manda i suoi saluti, e chiede se abbiamo apprezzato il regalo. - Immagino gli avrai risposto che è stato un onore. - Ovvio! E non è tutto. Riguardo alla proposta… - “Quella” proposta? - Sì, sì. So che ti secca parlarne ora… Bjorn si accorse che sua moglie aveva cambiato bruscamente tono, come se la conversazione richiedesse un minimo di formalità e precauzione. Questo lo infastidì più del fatto che Howe gli avesse tirato un colpo basso, coinvolgendo Elina in quella che era una discussione esclusivamente tra loro due, eccettuata eventualmente la supervisione dell’artefice di tutto, il presidente dell’Unione sorella. - Al contrario, non sono mai stato più tranquillo. Semplicemente preferirei riposare, adesso. - Ma non ti ho detto quando ci sarà la visita formale… - Non domattina, spero. - Tra due giorni. Sono invitati anche i ragazzi. “Perfetto!”, pensò l’uomo, seccato, sfilandosi giacca e scarpe in una sola mossa. Sua moglie l’aiutò con la fascia ornamentale, poi gli porse l’accappatoio per il bagno. - Secondo me non dovresti pensarci troppo, Bjorn. I ragazzi sono entusiasti. L’accappatoio gli cadde di mano. Fissò Elina come se qualcosa di mostruoso e raccapricciante fosse comparso al posto del suo viso eccitato. - Ne hai parlato con Karl? E Janina? - Perché non avrei dovuto? L’offerta era rivolta anche a loro… Soprattutto ai ragazzi, che sono tanto meritevoli… - Non ho neppure accettato! Elina! Alla fine lei mise il broncio, e tagliò di netto la conversazione. - Solo uno sciocco si farebbe tanti scrupoli. Tutti, al tuo posto, avrebbero già accettato. Anche quella Larsson, e Booth, e Beasley sempre così sostenuto… Sparì borbottando nella stanza da notte. Sotto il getto d’acqua quasi bollente, il presidente Engstrom ripiombò suo malgrado nelle ardite fantasticherie a cui si era lasciato andare da quando la “proposta” era entrata nella sua vita. Circa tre settimane prima Burnham gliene aveva prospettato l’eventualità, ma lui non ci aveva creduto sino a una famosa telefonata di Howe per conto di Lucetius. L’irradiazione, l’immortalità… la perfezione in cambio di un appoggio determinante nel drastico mutamento degli equilibri politici mondiali a favore della supremazia perfetta. Bjorn non avrebbe dovuto fare altro che continuare con la vecchia linea di sostegno alla causa dei Comuni per tutta la prossima campagna elettorale, in modo da garantirsi la rielezione a presidente dell’U.C. ad occhi chiusi. Poi avrebbe appoggiato una nuova legislazione palesemente a favore degli Immortali, e infine sarebbe diventato Perfetto lui stesso, ancora presidente. Con lui sua moglie, i suoi figli. Dopo la fine del secondo decennio (anche prima se i Comuni fossero insorti), ci sarebbe stato l’ambito trasferimento a tempo indeterminato a Olympia. Bjorn si sentì stranamente tranquillizzato mentre pensava alla capitale dell’impero di Lucetius. Era una città di leggenda, un insediamento nell’antico entroterra polare riservato esclusivamente alle famiglie Perfette più ricche, antiche, potenti. Si diceva tuttora che mai un solo Imperfetto vi avesse messo piede, e che chiunque l’avesse intravista non fosse più riuscito a dimenticarla. Una smania incontrollabile prendeva il fortunato di tornare a rivederla, e possibilmente di stabilircisi definitivamente. Infilatosi sotto le coperte, sentì il bisogno di scusarsi con Elina. - Ha chiamato Ivar, mentre eri via. Dice che a Heaven Harbor è tutto bellissimo. Sogna di vivere lì per sempre. - gli rispose lei come se non avessero mai interrotto la conversazione precedente. Continuava a non guardarlo, tuttavia, anche dopo avergli mostrato sul proiettore una foto che ritraeva il loro primogenito assieme a una bellissima ragazza dai capelli neri. - La figlia del governatore? – la riconobbe Bjorn. - La Perfetta più bella che abbia mai messo piede in quella città. Ivar dice che ne è già pazzo… - Avresti dovuto farlo tornare coi piedi per terra, Elina. Charlotte Swartz è una… - Sì, sì, lo so! – sbuffò esasperata. – E se lei lo ricambiasse? - Non succederà mai. Sai anche tu come sono queste Perfette. - Come saranno mai. Sono state mortali anche loro, no? Sono state come noi, dalla prima all’ultima. E restarono tutti e due svegli ancora a lungo, dopo che ebbero spento le luci. *** Il più eccitato dalla visita al nuovo quartiere perfetto di Arborea era proprio Karl, il figlio dodicenne secondogenito degli Engstrom. Stretto nel suo completo nero a righe porpora, scese dalla vettura presidenziale offrendo il braccetto alla sorellina Janine di nove anni, che s’incurvava in avanti disperata nel tentativo di tenere il passo dell’altro. Il piccolo stormo di droni li abbandonò soltanto all’entrata del Piatto, dopo che la coppia presidenziale ebbe rivolto un ultimo, aperto sorriso a favore d’obiettivo. L’ambasciatore Caleb Howe fu il primo a stringere la mano al presidente, quando ebbero varcato la camera di depurazione. Di fronte a Bjorn e alla sua famiglia, una sorta di comitato d’accoglienza formato dai nuclei perfetti di più recente immigrazione mostrava la propria riverenza al capo del governo, che per l’ennesima volta si impegnava in pubblico a favorire una completa integrazione della classe immortale nella variegata e complessa struttura sociale unitaria. Il corteo si spinse fin sulla scalinata che conduceva al palazzo dell’ambasciata; alzando lo sguardo, Bjorn adocchiò una decina di droni che sopra la cupola tentavano di immortalare un’ultima scena prima che lui e si suoi cari fossero spariti alla loro vista. Di certo il presidente Engstrom era abituato a ben altri lussuosi entourage, ma non poté ignorare l’atmosfera quasi asettica e impersonale che imperava nel maestoso salone d’ingresso dell’ambasciata. Colonne d’alabastro e marmi policromi scandivano gli spazi della grande navata centrale secondo uno stile architettonico che si richiamava alle antiche cattedrali cristiane. Addossato a una delle estremità, il nutrito buffet lasciava a disposizione degli ospiti una selezione di raffinate delizie zuccherate e di bevande dolcificate con vari aromi. - È così che si mangia a Heaven Harbor? – chiese Karl a sua madre, senza perdere l’ennesima occasione di informarsi sulla vita spensierata di suo fratello tra i Perfetti. - Così mangiano i Perfetti, caro. - E chi non è Perfetto? - Gli Imperfetti, vuoi dire. Beh, loro non abitano là. Howe aveva prestato attenzione alle parole di Elina, e s’infilò abilmente nella conversazione senza turbare Engstrom che si vide tolta la parola nel bel mezzo di un discorso di tutt’altro tenore. - Un nome alquanto rozzo, lo riconosco. Meglio Comuni, non trovi, Karl? - I Comuni sono meglio degli Imperfetti, però. - Karl. - ammonì compiaciuta sua madre, sincerandosi dell’occhiata divertita dell’ambasciatore. - In quanto Comune, dovresti ritenere un privilegio il fatto di poter essere arrivato a un gradino superiore nella scalata alla perfezione… - Mio fratello c’è ancora più vicino, signore. Lui studia a… - Lo so bene, ragazzo. E dimmi, piacerebbe anche a te frequentare un’Accademia perfetta? - E me lo chiede? - Karl… – si raccomandò Elina, che pendeva dalle labbra di Howe. - E se quest’Accademia si trovasse a Olympia? Stavolta anche Karl rimase senza parola. Lanciò un’occhiata supplichevole a suo padre, lasciando che l’ultimo petalo zuccherato gli si fondesse tra le dita, quasi spettasse al presidente Engstrom autorizzare l’ultimo salto del suo secondogenito verso gli sconfinati e ambiti cieli dell’immortalità. - A questo proposito, ambasciatore… - il presidente riuscì finalmente ad appartarsi col suo ospite. Quella non era una semplice visita di benvenuto, ed entrambi lo sapevano bene: l’ombra gigantesca di Lucetius era riuscita a insinuarsi anche lì, nel cuore dell’Unione cisatlantica, e le prossime decisioni del suo presidente avrebbero potuto rafforzare ancor di più quest’invadenza. Che ne sarebbe stato di Arborea e dei Dieci Stati, se si fosse stabilita anche lì da loro l’egemonia perfetta? Sarebbe sorta una fazione invidiosa, ci sarebbero stati disordini ben più violenti di quelli riportati sotto controllo ad Electria? Caleb Howe eluse al suo solito modo elegantissimo le domande più spinose; si limitò a riportare la discussione sul piano di una quasi scontata reciprocità d’intenti. - Vogliamo solo che i Perfetti scampati a questo cancro che purtroppo infetta la nostra Unione, possano qui trovare il sostegno e la comprensione mancati nella loro madrepatria. - Avrebbero potuto fondare altre città come Heaven Harbor, o chiedere rifugio alla capitale… - non mancò di sottolineare Bjorn, felice di poter finalmente esporre tutti i dubbi in cui si era arrovellato negli ultimi giorni. - Ci prepariamo a ben altre urgenze, presidente. Alcuni dei più grandi orgogli sociopolitici della civiltà transatlantica sono andati in fumo a causa di un’orda di barbari, e già troppi Immortali hanno perso un’eternità che spettava loro di diritto, tra i fuochi dei combattimenti. Quello che vogliamo da lei, Bjorn… Il presidente sussultò sentendosi chiamare per nome per la prima volta, da parte di un esponente del governo d’oltre-dorsale. La richiesta, finalmente la richiesta formulata esplicitamente, vis à vis, senza intermediari fisici o virtuali. - Vogliamo che lei instauri un governo di transizione per legittimare l’avvento al potere della supremazia perfetta in oriente. I Comuni perderanno ogni diritto di interferire nella politica unitaria, e di impedire la proclamazione di Olympia capitale dei Due Imperi. - E questo in cambio dell’immortalità? L’irradiazione mia, di mia moglie, dei miei tre figli, in cambio del tradimento di tutto ciò in cui ho creduto per anni… di tutto ciò che mi ha portato a quel che sono oggi… Le ultime parole gli uscirono in un filo di voce. Si accorse solo all’ultimo momento che erano entrati in una sala più piccola, dove un Servitore in papillon giallo canarino stava servendo carni, risotti, verdure e altre specialità rigorosamente “comuni” a Elina e ai suoi figli, già seduti a tavola. Howe continuò a sorridergli e a parlargli all’orecchio in tono mellifluo, come se ogni decisione importante fosse già stata presa, e a lui, il presidente di uno degli imperi più potenti al mondo, non restasse che adeguarsi. - Oh, lui è Gilad, nostro Servitore ufficiale qui all’ambasciata. – presentò l’ambasciatore, indicandogli con una certa pomposità l’ometto stempiato col papillon. Gilad abbandonò il carrello con le vivande e corse a porgere i suoi omaggi a Bjorn. Quest’ultimo arretrò imbarazzato quando il Servitore tentò di afferrargli una mano per premersela sul capo. - Oh, non ci faccia caso. È una delle cerimonie di sottomissione di questi Imperfetti. - spiegò Howe. – Il nostro Gilad sarebbe capace di vendere sua madre, pur di conquistarsi un occhio di riguardo tra le persone che contano. Poi sottovoce, mentre accompagnava il presidente al posto d’onore accanto a Elina: - Vede, Bjorn? Tra noi, in famiglia, non c’è bisogno di invidiare. I frutti più prelibati si raccolgono dopo essersi aiutati a vicenda. Così un giorno anche questo poveruomo sarà elevato agli onori dell’irradiazione, se saprà giocarsi le sue carte. Oppure… beh, penso proprio che qualcuno dovrà prendersi il disturbo di mozzargli la testa. Rise come dopo una battuta irresistibile. Per puro spirito di emulazione prese a sghignazzare anche Karl, seguito da Janina ancora a bocca piena. L’ambasciatore si voltò, e cantilenò in direzione dei bambini un’ultima volta, prima di lasciarli al loro lauto pranzo: - Tieniti pronto, ragazzo! Presto avrai il privilegio di visitare la città proibita. È lì che s’eternerà la tua primavera… Con le lacrime agli occhi, Elina si voltò verso suo marito. Senza neppure prendersi la briga di leggergli lo sguardo, premette d’impulso sulla bocca di lui le sue labbra rosate, tremanti di commozione.
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