I-2

2013 Parole
- Quella con la fotografia della città di luce. Lì dove vivono i Perfetti. - Oh. E sai dove si trova, questa città? - Dall’altra parte del mondo. Si chiama New Harmony. - New Harmony. Ne ho sentito parlare. Omise in quale circostanza, per non deludere le aspettative della piccina. Greta non lo lasciò in pace finché non ebbe accettato di sedersi con lei sul divano per risfogliare insieme le pagine più interessanti. - Domani hai scuola, tesoro. - Non ci vado. Lo sai che non ci va nessuno il secondo del mese. - I genitori permettono ai bambini buoni di restare alzati fino a tardi, ma per aiutarli con le provviste. – aggiunse Daphne, facendo finta di rimproverarla. - Ma il libro viene prima! Ci ho messo tanto a leggerlo tutto… Alla fine Nestor si sistemò la figlia sulle ginocchia che gli si erano tutte intirizzite per il peso dei carichi, e seguì i ditini minuscoli che gli indicavano ora la Guglia illuminata dal sole, ora i riflessi iridescenti della Barriera. - È qui che abita la principessa? - Quale principessa? Non ci sono principesse, a New Harmony. - Ma lei vive lì! Greta indicò prima la punta scintillante della Guglia, poi una vecchia foto che ritraeva una Chloe Grey dal sorriso smagliante, in primo piano con un diadema di diamanti che le impreziosiva l’acconciatura raccolta. - Può essere. Qui non c’è scritto. – concesse il papà. - Io da grande voglio essere come lei. - Sei più bella tu, fatina. - Ma le fate vivono per sempre? - E chi lo sa? - Io voglio diventare Perfetta come Chloe, da grande. - E se ti dicessi che invece diventerai bellissima, e un principe che ti sposi lo troverai lo stesso? - Io non lo voglio, un principe. - Abiterai tutta sola nel castello, allora? - Abiterò qui con te e la mamma. - Ma non cambia niente, allora? Nestor rideva imitato dalla moglie, e alla fine anche Greta ammise che in fondo non le importava più così tanto di diventare una Perfetta. Il padre l’accompagnò al suo lettino e le poggiò il libro accanto alle scarpe. - Così fai tanti bei sogni, e casa tua ti parrà meglio della reggia più lussuosa in cima alla Guglia. - Ci andremo, un giorno, a New Harmony? – insistette la piccola, già con gli occhi che le si chiudevano. - Vedremo. Forse. Daphne era seduta a tavola a completare l’inventario delle scorte mensili. Era tornata a calarle un’ombra sul viso, dopo che in salone non erano rimasti che scatoloni vuoti e teli da imballaggio strappati. - Petro aveva ragione. Sarà dura, questo mese. - A me sembra più che abbastanza. – insistette Nestor, avvicinandosi alle sue spalle e poggiandole le mani ai lati del collo. Lei avvertì la lieve pressione dei polpastrelli, si abbandonò al benessere dei muscoli che si rilassavano. - È perché non ti occupi mai della cucina. Siamo solo in tre, ma avremmo diritto almeno a una razione supplementare di farina. Non c’è più rimasto niente, delle scorte dell’ultimo mese. - Chiederemo ad Efimia. - Nestor, sai che non mi piace far debiti. - Ma non sarebbe… - Lascia stare. La cosa che suo marito odiava di più era andare a letto crucciati, soprattutto dopo una giornata così intensa e stressante per entrambi. Forse più per lui. - Dovremmo lasciarci alle spalle tutto, una buona volta. - Ah, vuoi scappare? – fece lei, per la prima volta divertita. - Semplicemente uscire fuori. Per un giorno o due. - Nestor… - Da quando non prendiamo la Trireme per girare un po’ in superficie? Hanno tirato su un bel po’ di roba, dagli ultimi scavi. - Sai già che mi piacerebbe moltissimo. Greta, poi… - Ho risparmiato abbastanza quest’anno. Aspettavo solo il momento giusto. Daphne si voltò, gli occhi stanchi che già avevano ripreso a brillarle: - Parli sul serio? Posso dirlo alla piccola? - Potrebbe unirsi anche mio fratello. Più si è… Alla fine, mentre si mettevano a letto, il capofamiglia tirò un sospiro di sollievo. Era fiero di sé per aver tirato fuori la storia della gita in superficie proprio in quell’occasione. Dal corridoio esterno arrivavano ancora le grida e le risate dei Dimitriou che occupavano i cunicoli paralleli al suo. A volte Nestor si diceva che la vita in quei sotterranei gli sarebbe parsa insopportabile, se non avesse avuto l’appoggio e la compagnia di tutta la sua famiglia. Hades Nest era il suo mondo, era casa sua, ma a volte gli mancavano il blu del cielo, la luce naturale del sole sulle pietre, un mondo d’aria e leggerezza che aveva scoperto troppo tardi, e che voleva mostrare a sua figlia il più frequentemente possibile. Chissà, forse il destino dei futuri Dimitriou sarebbe stato diverso. Forse le future generazioni di Hades Nest avrebbero ripreso ad abitare la superficie sotto cupole come quelle di città come Arborea, o New Harmony, o Electria… Avrebbe dato tutto quello che aveva perché la prossima fosse potuta essere proprio Greta. Aveva forse sbagliato a regalarle quel libro, a metterle tante idee per la testa? A scuola le avrebbero insegnato che il loro mondo sotterraneo era bellissimo e autosufficiente, privilegiato anzi perché era al sicuro dai veleni dell’atmosfera, e dall’inquinamento delle falde acquifere più superficiali. Era anzi rarissimo che un abitante di Hades Nest riuscisse ad evadere dai propri cunicoli per conquistarsi l’opportunità di una vita all’esterno. Da bambino Nestor ricordava di uno zio partito in Trireme annunciando a gran voce che non avrebbe fatto più ritorno. Era stato di parola, anche perché di lì a qualche anno arrivò voce che era stato assunto come magazziniere nella loro capitale, e non se la passava molto meglio di prima. Da un sottosuolo all’altro… *** - Ma è bellissimo! Com’è che non ci abbiamo pensato prima? – cinguettò entusiasta Efimia, all’apprendere la notizia della gita in superficie. - Hai sentito, Petro? Non è meraviglioso? Ci voleva un po’ di distrazione per i gemelli. Ultimamente sono così agitati che non li tiene più nessuno. Le due più giovani famiglie Dimitriou erano sulla Passeggiata, un tunnel di duecento metri di diametro che attraversava Hades Nest dalla Stazione Centrale alle ultime gallerie ancora in via di scavo. Il sindaco si era premurato, già durante il primo anno di mandato, di adornare quell’arteria così importante per la vita sociale della città, con festoni di lampade multicolori (secondo i canoni della scansione giorno/notte), e di statue di dimensioni colossali ogni cento metri, rappresentanti i simboli delle principali città dell’Unione. Non mancava neppure una riproduzione della pianta che si rifaceva ad Arborea e al suo intrico di Piatti. Era sistemata al centro dello spiazzo che antecedeva il ponte principale, coi rami di pietra che si protendevano sull’acqua nera e scrosciante della vena. Vasilis e Mihalis giocavano a lanciare sassi dal parapetto, e a guardarli scomparire in uno spruzzo di gocciole verdazzurre a causa dei riflessi delle lampade sospese. Efimia non li perdeva d’occhio un secondo, per paura di vederli allontanarsi tra la folla sempre nutrita di passeggianti. - Vasilis? Non sporgerti troppo. Sophia, bada ai tuoi fratelli. La figlia maggiore aveva di meglio da fare che perdersi dietro le nevrastenie materne. Se ne stava a braccetto col fidanzato appena adolescente come lei, e insieme fantasticavano di cunicoli abbandonati da esplorare solo loro due, stretti stretti nel pericolo e nell’emozione del momento. - Tu lo sai dove fa a finire questo fiume? – domandò Mihalis a Greta, che se ne stava un po’ discosta dalla madre, ma non tanto da farla preoccupare che si perdesse nella confusione. - Nel pozzo. – rispose candidamente la bambina. Vasilis scoppiò a ridere, sporgendosi talmente con la schiena dalla balaustra che alla madre venne un singulto. - Nel pozzo! Che tonta. Non lo sai che questo fiume porta dritto al centro della terra? - E tu che ne sai? - Lo so perché è lì che va a finire tutta l’acqua che precipita nella Bocca del Diavolo. Dovettero spiegare alla bambina che la Bocca del Diavolo era un pauroso e oscuro anfratto di cui mai nessuno aveva esplorato la profondità: lì, parecchi chilometri più avanti, sprofondava la cascata con cui la vena d’acqua interrompeva bruscamente il suo percorso. - Un po’ come il Pozzo Nero, - riassunse Mihalis con l’indice puntato – ma parecchio più grande, e con i denti aguzzi sopra e sotto come il muso del diavolo. - Non ci credo. – tagliò corto Greta, sempre col suo libro di carta stretto al petto. I cugini non le badarono più e non trovarono pace finché zii e genitori non ebbero proseguito la passeggiata fino al famoso Pozzo Nero. Tirato su in fretta e furia dopo una piccola frana apertasi nel bel mezzo del tunnel e che aveva minacciato di far chiudere la Passeggiata per chissà quanti mesi, il Pozzo era entrato a far parte in breve tempo di una delle piccole, affascinanti leggende folcloristiche di Hades Nest. Esattamente come per la Bocca del Diavolo, neanche di quel pozzo si era mai visto il fondo. Si diceva anzi che se uno vi avesse lanciato un sasso esprimendo un desiderio, non avrebbe dovuto far altro che aguzzare l’udito e cogliere il cozzare della pietra su qualcosa di solido per aver esaudita ogni richiesta. - Io voglio la torta zuccherosa più grande del mondo! – esclamò Vasilis, dopo aver atteso la fila ed essere arrivato al bordo del Pozzo col suo sasso in pugno. Lanciò, e non si udì alcun rumore. - Io voglio un tunnel che porta fino ad Arborea, e ritorno! – fece eco suo fratello. Lanciò il sasso e tutti udirono distintamente che sbatteva contro una parete. - Imbroglione! L’hai lanciato contro il bordo! Fu la volta di Greta. - Io invece vorrei che il treno mi portasse fino a New Harmony, la città della bella principessa. Buttò il sasso, stette ad ascoltare qualche secondo, poi le sembrò di udire un tonfo nelle buie, invisibili profondità del Pozzo Nero. - Che tonta! – cominciò a gridare proprio in quel momento Vasilis. – Un treno per New Harmony! Ma in che caverna vivi? - Evidentemente non le insegnano ancora a scuola, certe cose. – seguì Mihalis, scuotendo il capo. - Di’ un po’, non lo sai che New Harmony non esiste più? Tuo padre non te le racconta le ultime dall’altra parte del mondo? - New Harmony è caduta con tutta la Guglia. - Distrutta e sepolta come tutto il resto in quelle terre di barbari. L’espressione di gioia sul volto della bambina si affievolì poco a poco, fino a lasciare il posto al più amaro disappunto. - Ve lo state inventando, come tutte le altre cose. - Chiedilo a tuo padre, allora. - Glielo chiederò, e ci andrò, anche. La pietra ha toccato, l’ho sentita io. Per tutta risposta, attratti da uno dei venditori di praline zuccherate sul ponte, i gemelli le voltarono le spalle e si spintonarono fino all’altra parte dello spiazzo. Greta si voltò per cercare lo sguardo del padre, ma non ci fu bisogno che gli spiegasse nulla; Nestor aveva sentito tutto. - Non preoccuparti. Settimana prossima ti porto a vedere intere città che neppure immagini. - Come quella con la Guglia? - Mille volte meglio. Città in cui vivevano principesse. - E fatine? - E fatine. Gli occhi di Greta si spalancarono per l’eccitazione. Finalmente avrebbe avuto qualcosa da rispondere ai due monelli. *** Le Triremi destinate alle gite in superficie erano pronte per la partenza, quando dal treno proveniente da Hades Nest si affacciarono i pochi turisti che avrebbero dovuto accodarsi a tutti gli altri provenienti dai villaggi e dalle cave intorno. I bambini strepitarono qualche minuto prima di essere rimessi in riga; Sophia, la cugina più grande, fu la prima a prendere posto ad un’estremità del vagone-trireme assieme al suo ragazzo, attenta a che tra lei e si suoi ci fossero quanti più posti occupati possibile. Nestor, Petro e le rispettive mogli si accomodarono con gran cerimonia nel settore centrale, lasciando ai più piccoli il privilegio dei posti accanto ai finestrini. Greta non stava più nella pelle: - Quanto ci vuole per il palazzo delle principesse? Le vendono le praline, fuori? Ci sono i lampadari? È vero che la luce del sole illumina dappertutto? - Se è giorno, certo. – rispondeva Nestor, un po’ smarrito da quella raffica di domande. In effetti il “giorno” colse un po’ tutti di sorpresa, soprattutto i bambini che l’avevano visto solo riprodotto dalle immagini tridimensionali dei media. Tutto quel blu incontaminato rischiava di ferire gli sguardi; sembrava un’enorme cupola su cui qualche gigante avesse steso un drappo chilometrico di seta colorata. I gemelli facevano la loro parte per aumentare le aspettative degli altri: - Io ho letto che se usciamo fuori il sole ci scotta tanto che finiamo tutti arrosto. - E che per questo gli antichi vivevano sott’acqua. - In un lago talmente grande che non si chiamava nemmeno lago. Lo chiamavano mare.
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